Beauty Queens – Libba Bray

Jun
3

Ho deciso di non scusarmi neanche per i mesi di silenzio. Nope. Parliamo direttamente di questo libro.

Se siete come me, leggendo Il Signore delle Mosche vi siete sicuramente posti una domanda: okay, ma se fossero state delle ragazze a precipitare su un’isola deserta?

Ecco, Beauty Queens risponde a questo annoso quesito.

Beauty Queens - Libba BrayQuando un incidente aereo lascia tredici concorrenti di un concorso di bellezza per teenager su un’isola misteriosa, le ragazze devono impegnarsi per sopravvivere, per andare d’accordo l’una con l’altra, per combattere contro gli altri, malvagi, occupanti dell’isola, e per imparare i passi di danza, nel caso in cui vengano salvate in tempo per il concorso.

Quando ho iniziato questo libro, francamente mi aspettavo di rimanere delusa. Avevo paura di trovare cose che non avrei voluto – prima fra tutti, misoginia interiorizzata. In pratica, temevo la situazione “ragazze che odiano ragazze”, del tipo “la nostra eroina, ragazza intelligente e con valori solidi” VS “tutte quelle ragazze stupide e superficiali”. E invece non è così! Cioè, okay, forse all’inizio sì, ma “la nostra eroina”, di nome Adina, viene presto ridimensionata dalle altre ragazze. Ed è una cosa bellissima. (Non so se avete una minima idea di quanto io detesti la retorica del “non sono come le altre ragazze, quindi sono migliore” e quella del “il mio essere femminista mi spinge ad odiare tutte le ragazze che non sono come me”)

Ma parliamo del libro in generale.

Se si considera solo dal punto di vista della trama, non è che uno sciocco romanzo di avventura per ragazzi – sapete, di quelli che si trovavano sempre nelle letture estive consigliate alle medie.

Be’, la grossa differenza è che questo è uno studio satirico su come vengono trattate le ragazze al giorno d’oggi, e sul perché il femminismo è assolutamente fondamentale. E un’altra cosa che mi ha piacevolmente sorpreso di questo romanzo? Non si parla di “white feminism”, ma di femminismo vero, quello intersezionale. Hallelujah!

Temi trattati lungo la storia?

  • Il modo disgustoso e ingiusto in cui veniamo trattate noi ragazze ogni giorno (avete presente, cose come “vergognatevi del vostro corpo”, “dovete rispettare questi standard di bellezza, o altrimenti…”, “dovete essere sempre pronte a rinunciare alla vostra felicità e alle vostre ambizioni per un uomo/una famiglia” e “siate sempre modeste, fingetevi meno competenti di quanto siate in realtà, o non piacerete ai ragazzi!” Insomma, quelle stronzate che mi hanno sempre mandato in bestia)
  • Razzismo. Ci sono due ragazze di colore tra le sopravvissute (e il fatto che siano le uniche non bianche tra le 50 reginette di bellezza è discusso ampiamente), e entrambe parlano dei problemi di razzismo che affrontano nella vita di tutti i giorni e all’interno del concorso (l’unica cosa a cui posso accennare per non spoilerare è il fatto di dover comunque rispondere a standard di bellezza bianchi)
  • Transessualità e transfobia. Presto si scopre che una delle miss è una ragazza transessuale, entrata nel concorso appositamente per dare una voce alla sua comunità. All’inizio quasi tutte le ragazze sono scandalizzate e arrabbiate per essere state “ingannate”, e si rifiutano di trattarla come una ragazza. Poi piano piano smettono di essere delle stronze con la testa infilata su per il culo.
  • Il fatto che le corporazioni spesso non fanno altro che i loro comodi, fregandosene della scia di distruzione e povertà che si lasciano dietro.

Ecco, tutto questo è raccontato con un umorismo che tradisce un certo grado di incazzatura (un po’ come Jenna Marbles nei suoi momenti più gloriosi), specie nei “commercial break”, inseriti tra un capitolo e l’altro. C’è la pubblicità di una ceretta/crema depilatoria:

Lady ‘Stache Off. Because there’s nothing wrong with you… that can’t be fixed.

Il trailer di una serie tv “storica” ambientata durante la Guerra d’Indipendenza Americana in cui le protagoniste si spogliano spesso perché… storia? La pubblicità di un centro di chirurgia estetica dedicata alle ragazze:

Breast in Show. Because “You’re perfect just the way you are” is what your guidance counselor says. And she’s an alcoholic.

E il mio preferito: il trailer di una commedia romantica, che di parodia secondo me ha ben poco. Questo lo metto quasi tutto, perché lo amo troppo.

VOICEOVER: All Charlie Tanner wanted was to live happily ever after. (Scene dei suoi due precedenti matrimoni, e dei motivi per cui sono falliti)

CUT TO: Montage of Charlie getting promoted at her PR firm, attending events, going to a concert and eating dinner alone.

VOICEOVER: Now Charlie Tanner is through with living for someone else. She’s calling her own shots and making her own rules.

CUT TO: Charlie playing poker with her best friends. Bottles of beer sit on the table.

CHARLIE: I kept thinking, what’s wrong with me? And then I had an epiphany: Maybe it’s not me who’s screwed up. Maybe it’s this whole crazy notion that we’re supposed to do nothing but shop, have makeovers, and chase after some jackass rather than figuring ourselves out and living life to the fullest that’s wrong.

FRIEND: No. I’m sure it’s you.

(Charlie incontra questo tipo super sessista, Dick Connor, autore del libro He’s Never Going to Call You Unless You Follow These Rules)

CUT TO: Charlie haning out in a park with her best gay friend. They are having a picnic.

CHARLIE: He’s crude. He’s sexist. He thinks Hooters is fine dining and women are only good for sex and getting his breakfast.

OBLIGATORY GAY FRIEND: Oh my God. He sounds so hot.

CHARLIE: I hate everything about Dick Connor. He makes me feel awful and inadequate.

OGF: That is actually a sign of true love.

CHARLIE: I don’t think so…

OGF: (giving her a pitying look over his glasses) Charlie, honey, you’re almost thirty. It doesn’t pay to have too much self-esteem. Come on. Let’s shop for heels and a push-up bra.

In pratica, in quel finto trailer è racchiuso tutto ciò che odio delle commedie romantiche. Sono così stufa dell’idea che una donna non possa avere una vita soddisfacente senza un uomo, o che il fatto che questo uomo sia un perfetto coglione sessista generi quella che viene spacciata per “tensione sessuale”, che è chiaramente un segno che i due sono anime gemelle, nonostante i valori completamente diversi. Che rabbia!

Un altro punto semplicemente geniale è uno dei A Word from your Sponsor, messo praticamente a metà del libro. In pratica The Corporation (responsabile di quella tv di qualità, del film, dei prodotti di bellezza e del concorso) si scusa di aver mostrato una manifestazione di sessualità inappropriata – e per “inappropriata” si intende “in cui una ragazza ha dimostrato iniziativa e desiderio”. Quindi vengono proposte scene alternative a quella così offensiva.

  • Nella prima scena, una ragazza dimostra iniziativa sessuale… per poi venire uccisa pochi secondi dopo da un masso. A caso. (L’eroe della storia rimane accecato durante l’incidente, ma poi viene guarito dall’amore di una ragazza verginale che ha sofferto un sacco)
  • Nella seconda scena una ragazza guerriera difende il suo diritto ad esprimersi, perché le sue opinioni valgono più del suo essere femminile. Viene puntualizzato che questa ragazza è la meno attraente del gruppo (e probabilmente puzza pure). Poi un serpente se la mangia. A caso.
  • Nella terza scena una ragazza si sente forte e potente… ma solo perché è stata contaminata da un virus alieno, che la rende assolutamente letale (“I killed everybody I ever kissed.”) Questa scena è lo scontro finale tra questa ragazza e la sua (molto più modesta) ex-migliore amica, alla quale ha rubato il ragazzo (per dimostrare che “le ragazze non possono essere davvero amiche”) Per l’ex-migliore amica, questa è la goccia che fa traboccare il vaso (nonostante il fatto che l’altra ragazza abbia dato fuoco alla sua casa, ucciso i suoi genitori e mangiato il suo cane)
  • Nella quarta scena delle reginette di bellezza sono nella giungla, tutte sudate (in modo sexy, ovviamente) e sensuali e mezze nude (perché… giungla?) Parlano del fatto che la bisessualità è sexy (“ma non, tipo, quella vera: solo quella per farsi notare, ovviamente”), si immergono tutte quante in qualcosa che assomiglia in modo sospetto ad una vasca idromassaggio e arriva un tizio tipo esploratore molto sexy, e sono tutte contente.

Quindi, in queste 4 scene abbiamo tutti gli orribili tropi usati per scrivere ruoli femminili che possiamo trovare nella maggior parte della narrativa di ogni genere. Mentre leggevo ero tipo “Oh mio Dio, grazie per averlo messo in parole! Sono così contenta che questo libro esista!”

Per concludere, due parole sul cattivo principale della storia: Ladybird Hope (okay, sì, tecnicamente si scopre con certezza che è cattiva abbastanza in là, ma per come la vedo io era già chiarissimo da una sua intervista nel primo quarto del libro… per non parlare delle altre cose che sappiamo di lei da subito.) In pratica, questo personaggio è ispirato a Sarah Palin, ma è veramente inquietante quanto assomigli ad una versione femminile di Trump. brrrr, brividi di disgusto.

E ha proposito di Ladybird, in realtà c’è un’altra cosa che vorrei discutere, ma è molto molto spoiler (nel senso che è proprio il finale del libro)… Okay, facciamo come ho già fatto in precedenza: ne parlerò al sicuro sotto al taglio. (EDIT: il taglio non funziona più! Allarme rosso, allarme rosso!)

Quindi, in tanto vi saluto consigliandovi assolutamente questo libro. Il prossimo articolo sarà quando meno ve lo aspettate (abbiamo già visto che con me è meglio non fare piani)

La Casa per Bambini Speciali di Miss Peregrine – Ransom Riggs

Feb
28

Io (a me stessa): Ogni 3 settimane è un ritmo dignitoso per un blog.

Io: non rispetto questo piano.

Io: Forse 4 settimane è meglio? Sì, 4 settimane è decisamente meglio.

Io: non rispetto neanche questo piano.

Ecco, in pratica è così che funziona la mia mente, nel caso ve lo steste chiedendo. Ho tutti questi bei piani, che non rispetto mai per un milione di (cattive) ragioni. Quindi poi sento il bisogno di scusarmi, e di spiegare come funziona la mia stupida mente, e perchè sto perdendo tempo in questo modo? Perchè non inizio subito a parlare del libro?

Dunque dunque dunque. “La Casa per Bambini Speciali di Miss Peregrine” (sono l’unica a pensare che avrebbe dovuto essere “La Casa di Miss Peregrine per Bambini Speciali”? Eh? A me suona meglio. Boh.) Erano anni che avevo intenzione di leggerlo. E, ora che l’ho fatto, ecco il mio giudizio, più o meno all’incirca implacabile. Ma prima, la trama:

La Casa per Bambini Speciali di Miss PeregrineQuali mostri popolano gli incubi di Abraham, il nonno di Jacob, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la trasfigurazione della ferocia nazista o piuttosto qualcos’altro, qualcosa di vivo, presente e ancora mortalmente pericoloso? Quando una tragedia impossibile lo colpisce, Jacob sa che non può più rimandare: deve scoprire cos’è successo a suo nonno e, soprattutto, cosa ha visto, o crede di aver visto, con i suoi stessi occhi. Non gli resta che attraversare l’oceano e trovare l’inaccessibile orfanotrofio inglese che durante la guerra ospitò Abraham e altri piccoli orfani ebrei. Ma per raggiungere quel luogo avvolto nella leggenda non ha molti indizi, a parte i vecchi racconti del nonno e una sparuta collezione di bizzarri fotomontaggi d’epoca.

Bene. Tutto inizia assolutamente alla grande. I primi 5/6 capitoli sono esattamente quello che speravo: una storia bizzarra, un po’ alla Big Fish, se vogliamo (ed eccome se lo vogliamo. Non solo perchè quello è uno dei miei film preferiti al mondo, ma anche perchè sarà proprio Tim Burton a dirigere la trasposizione cinematografica)

Perciò, tutto alla grande nella prima metà del libro. E poi…

Ora, non dico che il resto sia brutto – non lo è – ma la mia impressione è che, dopo un certo punto, ci si perda in territorio YA fantasy. Come cosa ci può anche stare, ma secondo me qua… no. Non mi ha convinto del tutto. Sarà perchè non era quello che mi aspettavo. O sarà perchè, da quel punto in poi, sai esattamente cosa aspettarti, e certi clichè mi sono venuti un po’ a noia. Praticamente l’unica cosa che manca (grazie al cielo!) è il classico “Tu sei il Prescelto! Solo tu puoi salvare questo mondo!” O l’ancora più irritante: “Mettiamoci tutti nelle mani del nuovo arrivato per nessun valido motivo!”

Poi, non so, ma ho avuto l’impressione che la qualità della scrittura cali in questa seconda parte. Sembra quasi che Riggs l’abbia scritta quando era molto più giovane (e sto parlando, al massimo, di prima adolescenza) e poi non si sia impegnato molto con l’editing. Di conseguenza, ci si trova spesso di fronte a dialoghi un po’… infantili? Ingenui?

Quanto mi piacerebbe poter dividere nettamente le due parti di questo libro e scrivere due recensioni a parte! O, anche meglio, quanto sarei felice se tutto fosse andato nella direzione che mi era stata promessa! C’erano tutti gli ingredienti per un buon horror, e sono stati buttati al vento.

Non fraintendetemi: ho divorato questo romanzo. Nonostante la delusione, rimane una storia appassionante, vuoi sapere come andrà a finire. Però… però. Aaaargh, che rabbia. Avrebbe potuto essere così bello! Avrebbe potuto essere inaspettato e indimenticabile.

E invece finisce per essere qualcosa che ricorda un po’ Harry Potter (okay, questo è scritto anche nello spezzone di recensione stampato sulla copertina, quindi forse non avrei dovuto stupirmi più di tanto. Però non è giusto!) e Narnia. E c’è l’attacco diretto per il seguito (“Hollow City. Il Ritorno dei Bambini Speciali di Miss Peregrine”), che non credo di aver voglia di leggere. E c’è la sotto-trama romantica più inquietante dai tempi di Twilight (che, sul serio, è l’unica parte che ho davvero, davvero odiato)

Mi viene voglia di spoilerare un po’ e raccontarvi come va. Giusto per farvi capire. Ecco cosa farò: in fondo all’articolo metterò un taglio in cui spiego la cosa per bene. Nessuno spoiler involontario. Tutti amici come prima. Fantastico.

tumblr_m3rxb53fhf1qe5r69o1_500Un grosso lato positivo di questo libro è: foto vintage inquietanti. Io AMO le cose inquietanti. E non disprezzo neanche le cose vecchie. Quindi, quando ho visto la copertina e ho curiosato un po’ tra le pagine, ho avuto un colpo di fulmine. (E, stando ad una nota in fondo al libro, tutte le foto sono vere. Non scherzo. A quanto pare alcune hanno subito minimi ritocchi, ma provengono da collezioni private. Bizzarro.)

So che sembra… boh, una base traballante su cui poggiare l’apprezzamento per un libro, ma, onestamente, quelle foto sono la cosa migliore. Beh, le foto, e, in generale, l’edizione “sfiziosa”. Se solo le cose fossero andata in un’altra direzione…

In conclusione: La Casa per Bambini Speciali di Miss Peregrine è un libro appassionante, ma piuttosto deludente. Se vi aspettate un horror – o anche solo una storia inquietante – allora potreste trovarlo una perdita di tempo. Se amate le storie YA fantasy, allora fa assolutamente per voi.

Mi dispiace che questo intervento non sia dei più ispirati, ma, ehi, che ci possiamo fare?

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Welcome to Night Vale. A Novel – Joseph Fink e Jeffrey Cranor

Jan
23

Eccomi qua, con uno spaventoso ritardo (considerato che l’idea, quando ho ripreso il blog, era di scrivere un intervento ogni 3 settimane, circa. Be’, oooops), a mantenere una sorta di promessa. Okay, magari non proprio una promessa. Però il fatto è questo: nel mio intervento su Welcome to Night Vale avevo accennato all’uscita del romanzo, e avevo anche detto che speravo di poterne parlare presto. E ora, eccomi qui, circa una settimana dopo il mio compleanno (Tanti auguri a me. L’idea di avere 24 anni è terrificante, a proposito. Ormai da me ci si aspetta che cominci a comportarmi da adulta, ma proprio non mi ci vedo. E poi, cosa cacchio vuol dire comportarsi da adulti? Francamente, da quello che ho visto fino ad ora, nulla di divertente. Solo un sacco di tempo passato in banca, o in posti altrettanto noiosi, e la gente comincia a guardarti storto quando da McDonalds ordini un Happy Meal – ehi, non è colpa mia se preferisco le porzioni piccole nelle rare occasioni in cui mangio cose del genere. E poi, sì, ogni tanto le sorprese sono carine, e quindi? Tra un po’ probabilmente cominceranno anche a dirmi che sono troppo grande per videogames, e cosplay e tutte le cose belle della vita. Non che importi veramente. E comunque, sto andando fuori tema qui) a parlare di questo libro (l’ovvio sottinteso è: l’ho ricevuto per il mio compleanno. Mi è bastato buttare lì a mia sorella qualche sottile riferimento, tipo “Ah, quanto mi piacerebbe ricevere il libro di Welcome to Night Vale!” oppure “Sono sicura che nessun regalo mi renderebbe felice quanto il libro di Night Vale.” Questa tecnica è stata efficace)

Dunque, senza ulteriori indugi, ecco a voi la trama!

Welcome to Night Vale - A NovelCome tutti i proprietari di banchi dei pegni di Night Vale, Jackie Fierro rispetta la propria routine. Ma l’ordine della sua vita da perpetua diciannovenne viene incrinato quando un misterioso uomo con la giacca marrone e la valigetta in pelle di cervo le dà un pezzo di carta, con su scritte due parole a matita: KING CITY. Tutto di quell’uomo la sconvolge, in particolare il pezzo di carta del quale non riesce a sbarazzarsi. Eppure, quando Jackie mette la propria vita da parte per cercare l’uomo, nessuno che lo abbia incontrato sembra ricordarsi niente di lui.

Il figlio quindicenne di Diane Crayton, Josh, è lunatico e un mutaforma. Ultimamente, Diane ha cominciato a vedere il padre del ragazzo ovunque vada, e l’uomo sembra non essere cambiato affatto rispetto dal giorno in cui se n’è andato, quando erano adolescenti. Josh sta diventando sempre più curioso riguardo al padre scomparso – e questo non fa che portare ad un disastro che Diane può prevedere, ma non prevenire.

Spinte da due parole – KING CITY – la ricerca di Diane per riconnettersi con il proprio figlio e quella di Jackie per poter tornare alla propria routine si avvicinano sempre di più l’una all’altra, e a quel posto che sembra avere in sé la risposta ai loro misteri… sempre che riescano a trovarlo.

Dunque, che dire? Ovviamente, non avevo alcun dubbio sul fatto che avrei amato il libro – in fondo, è scritto esattamente dalle stesse persone che scrivono il podcast, quindi andavo assolutamente sul sicuro. Allo stesso tempo, il cambiamento dei punti di vista rappresentava una bella incognita. Insomma, fino a questo momento, tutto ciò che abbiamo sentito su Night Vale è stato presentato sotto la prospettiva di Cecil, che, diciamocelo, non dà sempre l’impressione di essere il più affidabile dei narratori. Per non parlare del fatto che il suo atteggiamento alla “tutto è spaventoso, e questo è normale” mi ha sempre portato a farmi delle domande – domande che hanno trovato una risposta grazie al libro.

Ad esempio: gli abitanti di Night Vale si rendono conto di non vivere in un posto normale? La risposta è: sì, anche se non sembra che per loro sia un grosso problema.

(“We live in a weird place.”

“Man, we really do.”

“It’s superweird.”

“The best kind of weird.”)

E: come si sente la gente riguardo a Cecil? Be’, a quanto pare, nonostante si rendano conto che le sue notizie sono terrificanti, lo trovano… rassicurante, in un certo senso.

(“Look, life is stressful. This is true everywhere. But life in Night Vale is more stressful. (…) But when Cecil talked it was possible to let some of that go. To let go of the worries. To let go of the questions. To let go of letting go.”)

Un’altra cosa che impariamo, sempre nello stesso capitolo da cui ho preso la citazione, è che la gente si rende perfettamente conto del fatto che gli stagisti della radio comunitaria tendono a morire. In pratica, l’unico a non accorgersi/non curarsi di questa strage è Cecil.

(One of the station interns picked up, promising to take a message, but who knew if the poor kid would even surive long enough to deliver it? (…) “Hey, listen, I think the Arby’s is hiring. Have you considered that? Their death rate is really low for the area.”)

C’è anche la questione di Carlos. Se Cecil è normalmente un narratore inaffidabile, questo diventa mille volte più vero quando c’è di mezzo lo scienziato, ovviamente. Quindi, grazie a un punto di vista un po’ più imparziale, troviamo una specie di conferma alla mia teoria “Carlos ha solo una vaghissima idea di quella che sta facendo, ma, ehi, finché funziona…”

Poi ci sono chiarimenti un po’ più legati alla trama di Welcome to Night Vale, e alla sua mitologia, per così dire. Ad esempio, finalmente si scopre la verità riguardo l’uomo con la giacca marrone e la valigetta in pelle di cervo (e posso dire che, se anche avessi avuto delle teorie valide sulla sua identità, e non ne avevo, non sarei mai riuscita ad indovinare la verità. Ben fatto.) e veniamo portati all’interno della biblioteca – con tanto di prima descrizione dei Bibliotecari! (E sono appropriatamente spaventosi, quindi yeah! Il che mi fa venire in mente un’altra domanda: che tra Joseph Fink e Jeffrey Cranor è rimasto così profondamente traumatizzato da un/a bibliotecario/a durante la propria infanzia?)

Un’altra cosa affascinante del libro è che le protagoniste – Jackie e Diane – sono due persone… normali? Be’, normali per gli standard di Night Vale, comunque. Sì, insomma, Jackie ha diciannove anni da un sacco di tempo, non ha memoria della propria infanzia (cosa che porterà ad una rivelazione piuttosto triste), e gestisce in modo quasi automatico il banco dei pegni più strano del mondo, e Diane è la madre di un adolescente mutaforma, ma sono due persone normali. Insomma, se messe a confronto con l’atteggiamento di Cecil nei confronti delle stranezze di Night Vale, loro sono piuttosto equilibrate.

Due parole anche sugli altri personaggi. Queste due parole sono: ehi, cammeo! (Ew. Questo è quello che succede quando provo ad essere spiritosa. Non fateci caso. Non odiatemi, per favore, cercherò di smetterla) Nella loro ricerca della verità, Jackie e Diane vengono a contatto con diversi personaggi “regolari” del podcast. C’è Carlos (e il suo laboratorio), Old Woman Josie (e almeno tre ang- Ehm. Volevo dire: assolutamente non angeli, naturalmente. Gli angeli non esistono, e comunque, è proibito saperne qualcosa.), Steve Carlsberg, Dana, John Peters (avete presente, il contadino?)… In un certo senso, c’è anche la Faceless Old Woman Who Secretly Lives In Your House, ma, be’, è ovvio che ci sia, no?

Cecil, invece, non è mai presente fisicamente – ma, allo stesso tempo, è sempre presente. Quindi, no, non abbiamo sue descrizioni ufficiali (e, anche se ci fosse stata, Welcome to Night Vale è, tipo, la casa delle descrizioni che non descrivono affatto, quindi dubito che sarebbe stata utile) La principale funzione di Cecil nel libro è quella di commentare ciò che sta succedendo, come una sorta di coro del teatro greco; ogni tot di capitoli, c’è un estratto dal programma radio, in cui commenta la situazione, a volte in modo trasversale, altre più direttamente.

Una cosa da aggiungere sarebbe il fatto che l’epilogo della storia si trova nell’episodio 76 del podcast – episodio caricato cinque giorni prima dell’uscita del libro. È strano? Be’, sì, certo che è strano. Ma stiamo parlando di Welcome to Night Vale qui, quindi… Ovviamente, l’episodio è scritto in modo da non spoilerare niente: quando l’ho ascoltato la prima volta ero tipo “Okay.”, ma, riascoltandolo dopo aver letto il libro ero “Aaaah!”

Chiaro, no?

Quindi, in conclusione, posso solo ripetere quanto ho amato questo libro; ha tutto ciò che rende il podcast qualcosa di incredibile, praticamente impossibile da non adorare. Insomma, ormai è un po’ che conosco Welcome to Night Vale, ma è come se la sua bizzarria mi cogliesse sempre impreparata. Che poi, pensandoci, è anche ovvio: una città che non risponde alle comuni leggi della logica, del buon senso e della realtà in generale, sarà per forza imprevedibile. Ma il fatto è che è davvero imprevedibile, e questo non fa che dimostrare il genio narrativo di chi lavora a Welcome to Night Vale, creando in continuazione storie stravaganti e stupefacenti, che non troverete mai noiose.

Quello che sto cercando di dire è: leggete questo libro. Non ve ne pentirete.

10 film horror da vedere ad Halloween

Oct
31

…O quando volete. Non sono mica il vostro capo.

Comunque, ehi, è Halloween! Quindi perché non fare un intervento dedicato solamente a bei film horror da guardare durante la Notte delle Streghe?

In un mondo ideale – un mondo in cui non sono la persona più disorganizzata del mondo – sarei anche riuscita a preparare anche un articolo su libri horror, ma vabbé, ormai è andata così.

Quindi, ecco a voi una lista di film horror che io amo particolarmente. Ho cercato di rimanere nell’ambito di film che sono rimasti abbastanza sotto i radar (perché a volte sono un’hipster di merda e ho bisogno di fare la splendida specificando che non tutto ciò che mi piace è mainstream)

  1. Quella Casa nel Bosco (The Cabin in the Woods), Drew Goddard (2012)Quella Casa nel Bosco
    Senza alcun dubbio, è il mio horror preferito – anche se, in effetti, la sua appartenenza al genere è tutt’altro che scontata. Si tratta infatti di una sorta di parodia dei cliché dell’horror, una decostruzione del genere; ed è proprio per questo motivo che spesso non viene compreso.
    Insomma, la premessa è questa: un gruppo composto da cinque ragazzi decide di passare il week-end in una casa in mezzo al bosco. Le cose iniziano praticamente subito a mettersi male.
    Se vi sa di già sentito, non preoccupatevi: è assolutamente voluto. Così come è previsto che i personaggi vi facciano scattare una sorta di campanello d’allarme. Abbiamo “l’oca bionda”, lo sportivo un po’ stronzo, il secchione, il fattone (classico comic relief) e la ragazza un po’ noiosa. Insomma, il classico ensemble di tipi da film horror.
    Quello che viene fuori, però, è tutt’altro che tipico. Il problema è che si tratta anche di un ENORME spoiler, quindi…
  2. You’re Next, Adam Wingard (2011)You're Next
    Ditemi se questa scena vi risulta familiare: voi siete lì a guardare un film horror. Vi sta prendendo molto, e vi ritrovate ad urlare ai protagonisti che sono degli imbecilli (“Che cazzo stai facendo!? Senti un rumore in cantina e scendi da solo e senza niente con cui difenderti?!?” oppure “Hai l’assassino lì davanti e invece di, che ne so, fare letteralmente qualsiasi cosa, te ne stai lì ad urlare!? Che razza di coglione, ti meriti quell’accetta nella schiena.”). Ecco, guardando questo film saranno ben altre le cose che urlerete allo schermo. Cose tipo: “Ommioddio, sì!!!” e “Non ci posso credere. Non ci posso credere! Puoi essere la protagonista di ogni film per il resto dell’esistenza di questo universo?”
    Anche qui la premessa sfocia nel banale: una coppia decide di festeggiare il trentacinquesimo anniversario di matrimonio invitando i quattro figli (e rispettivi partner) nella propria villa fuori città. Durante la cena, la famiglia scopre di essere stata presa di mira da folli assassini. Mentre il sangue comincia a scorrere, si scopre che Erin – la fidanzata di uno dei fratelli – è, in realtà, un’esperta di sopravvivenza, e inizia a fare il culo agli assassini.
    Non dico altro, perché anche qua c’è un bel plot twist. L’unica cosa che aggiungo é: mai un film horror mi ha dato tanta soddisfazione.
  3. The Descent, Neil Marshall (2006)The Descent
    Una donna, appassionata di sport estremi, perde la figlia e il marito in un terribile incidente automobilistico. Circa un anno dopo una sua amica la invita, insieme ad un gruppo composto da altre quattro donne, ad un’escursione in un complesso di grotte. Molto presto, però, le cose cominciano ad andare storte e, quando il gruppo si ritrova bloccato a causa di un crollo, l’organizzatrice della gita confessa che quello in cui si trovano non è il complesso di grotte concordato, ma uno inesplorato.
    Come se tutto ciò non fosse già abbastanza terrificante di per sè, le donne scoprono di non essere sole: nelle profondità delle caverne si trovano anche dei mostri umanoidi, cannibali e ciechi…
    Non lo dico per darmi della arie, ma i film horror non mi fanno paura. In effetti, spesso li guardo per beffarmi della stupidità dei protagonisti, dei moventi del cattivo di turno o cose varie. Quindi il fatto che questo film – pur non facendomi propriamente paura – mi abbia inquietato in più di un’occasione vuol dire molto.
  4. Behind the Mask – The Rise of Leslie Vernon, Scott Glosserman (2006)Behind the Mask
    Con questo film – che, per qualche assurdo motivo, non si è cagato assolutamente nessuno – torniamo nel territorio occupato da Quella Casa nel Bosco. Behind the Mask è una parodia dei film slasher, ambientato in un universo in cui Michael Myers, Freddie Krueger e Jason Voorhees esistono veramente.
    Il film, girato per lo più in stile mockumentary, segue una giovane giornalista che sta preparando una storia su Leslie Vernon, un aspirante assassino da film slasher. Leslie sta mettendo a punto la sua prima strage, spiegandone ogni dettaglio alla troupe che lo sta seguendo.
    Behind the Mask all’inizio ti spiazza. Non importa se hai letto la trama: è comunque stranissimo vedere questo tizio che spiega tranquillamente in che modo sta torturando psicologicamente una ragazza prima della strage che sta per compiere – spiegando anche nel dettaglio la figura della Final Girl. Sarò una secchiona, ma è così interessante…
  5. Insidious 1, 2 (James Wan, 2011 e 2013) e 3 (Leigh Whannell, 2015)Insidious
    Andando nel mainstream, troviamo questi film che io amo alla follia. La cosa che amo di più di questi film è la loro capacità di creare un’inquietante atmosfera di attesa – che porta spesso a jump-scare incredibilmente efficaci.
    Se non vi piacciono troppo le case infestate, magari apprezzerete di più le persone infestate, e questo è tutto ciò che ho da dire sulla trama, visto che sarebbe veramente troppo scrivere quella di ciascun film. Meglio limitarsi al concetto di base.
  6. Sinister, Scott Derrickson (2013)Sinister
    Se vi sono piaciuti gli Insidious con la loro atmosfera (e i loro jump-scare), non potete assolutamente perdervi questo film.
    La storia è questa: uno scrittore si trasferisce con la famiglia in una casa che è stata teatro di un delitto. In questa casa trova una scatola piena di pellicole super8 che ritraggono altri cruenti omicidi. Le cose si fanno sempre più spaventose, fino a che…
    DU DU DUUUUUU
    (Questa è una musica drammatica, nel caso in cui ve lo steste chiedendo)
    Be’, cosa credete, che vi riveli il finale?
  7. Babadook, Jennifer Kent (2014)Babadook
    Qua mi ripeto: se vi sono piaciuti gli Insidious, allora non potete assolutamente perdervi questo film. L’atmosfera non è molto diversa, tranne che per il fatto che qua non ci sono jump-scare. Lo so, l’ho trovato incredibile anch’io.
    Una madre single, con un figlio… diciamo problematico, dopo aver trovato in casa propria un inquietante libro per bambini, comincia ad essere vittima di strani e spaventosi accadimenti. Ma lei e il figlio sono davvero perseguitati da Babadook, o si tratta solo di un crollo nervoso della donna?
    Ottimo film, inquietante come piace a me. L’unica cosa su cui trovo da ridire è il finale, che proprio non ho capito. Non che io ne possa parlare qua, ovviamente.
  8. ESP – Fenomeni Paranormali (Grave Encounters), Colin Minihan, Stuart Ortiz (2011)ESP
    Un gruppo di cacciatori di fantasma (e per niente una parodia di Ghost Adventures, no, figuriamoci, chi direbbe mai una cosa del genere?) si fa chiudere per una notte in un manicomio abbandonato, alla ricerca di fenomeni paranormali. E li trovano. Oh, se li trovano…
    Gente intrappolata in un ex-manicomio. Lo so, lo so, è banale. Ma quando ciò che viene fuori è un film sinceramente divertente da guardare, si può perdonare la scarsa originalità della premessa. E poi, in questo film c’è un po’ di tutto: atmosfera claustrofobica, fantasmi mostruosi, un po’ di sangue (ma non troppo)…
    Se non l’avete ancora visto, che cavolo state aspettando?
    (Piccolo avvertimento: il sequel è, in mia opinione, da evitare come la peste. Non aggiunge niente, non fa paura, a volte prova a far ridere – con risultati penosi – e c’è una tavola ouija qwerty. Ma per piacere.)
  9. The Taking of Deborah Logan, Adam Robitel (2014)The Taking of Deborah Logan
    Un altro mockumentary che non si è cagato assolutamente nessuno – anzi, credo che in Italia non sia nemmeno uscito. Doppiato non l’ho trovato, e questo non è un buon segno.
    Una studentessa sceglie un’anziana donna come soggetto per una tesi/documentario sull’Alzheimer. All’inizio tutto procede esattamente come ci si aspetta… finché non diventa chiaro che c’è qualcosa di più in ballo…
    Domanda: è peggio l’Alzheimer, o essere posseduti da uno spirito malvagio? In quanto scettica, la mia risposta è scontata (anche se, in realtà, penso che non cambierebbe neanche in un universo in cui io credo nelle possessioni)
  10. It follows, David Robert Mitchell (2015)It Follows
    Okay, diciamo che questo è il film bonus. Non lo amo, ma neanche mi dispiace, ed è abbastanza strano da spingermi a dire: guardatelo, e ditemi cosa ne pensate.
    La trama ruota attorno a questo demone sessualmente trasmissibile (letteralmente. Fai sesso e bum! lo passi a qualcuno) e, in particolare, ad una ragazza a cui viene trasmesso. Il demone è uno che non molla: la seguirà ovunque, prendendo diverse forme, finché non l’avrà uccisa o lei non lo passerà a qualcun altro.
    Ci sono film horror che non mi piacciono, ci sono film horror che mi piacciono, e ci sono film horror sui quali non riesco a farmi una vera opinione. Tutto ciò che sono riuscita a pensare guardando questo film è: interessante. Insomma, il regista sta provando un po’ troppo a fare qualcosa di artistico, quando invece avrebbe potuto andarci un po’ più pesante con la paura, ma è interessante.
    Quindi, voglio sapere che ne pensate voi. Fatemi sapere!

Ecco, questo è il mio modo di augurarvi un buon Halloween. E se voi avete film horror da consigliarmi, fatevi sotto!

Welcome to Night Vale

Sep
21

Porca vacca. Due anni e mezzo di completo silenzio, e ora provo a tornare. Durerà? Non durerà? Chi può dirlo? Interessa a qualcuno? I grandi misteri dell’esistenza. La verità è che ho passato questo luuuungo periodo in cui proprio non me lo diceva il cuore di mettermi a scrivere. Si è trattato di tutto un insieme di cose: problemi personali, mancanza di ispirazione, di tempo… frustrazione nel vedere che per ogni commento vero ne trovo 20 di spam (e, fidatevi, trovare le pubblicità del Viagra in tedesco è divertente solo per un paio di volte.)

Insomma, cose varie.

Ma ora mi è tornata questa gran voglia di scrivere, e vedremo come andrà.

Dunque per il mio (molto poco) grandioso ritorno ho deciso di fare qualcosa di un po’ diverso da solito: non parlerò di un libro, ma di un podcast (che però, in effetti, ha un libro in uscita tipo il mese prossimo. Ma ogni cosa a suo tempo.)

A friendly desert community where the sun is hot, the moon is beautiful, and mysterious lights pass overhead while we all pretend to sleep.

Welcome to Night ValeAh, Welcome to Night Vale. In circa due anni è diventato una delle mie cose preferite al mondo, e non sto esagerando neanche un po’. Come spiegare questa deliziosa stramberia?

Immaginatevi una tranquilla cittadina americana, collocata in un deserto non meglio specificato. Una cittadina in cui non fanno altro che accadere cose strane ed inquietanti, e in cui tutto ciò viene considerato assolutamente normale. A narrare questi bizzarri eventi con inquietante tranquillità è Cecil Palmer, speaker della radio comunitaria.

Il primo episodio della serie si apre con l’annuncio dell’apertura di un nuovo parco per cani – parco in cui è proibito entrare, soprattutto a causa della presenza di inquietanti figure incappucciate.

La seconda notizia è l’arrivo in città di un uomo. Si tratta di Carlos, uno scienziato. E per Cecil è colpo di fulmine.

Ecco, le premesse sono queste. Una città in cui nulla è considerato più strano della normalità, un programma radio, uno speaker, e uno scienziato. E case che in realtà non esistono, creature che decisamente NON sono angeli, corporazioni malvagie, draghi a cinque teste e vecchie signore che vivono segretamente in casa tua. Nulla è troppo assurdo.

L’impressione immediata che si ha ascoltando Welcome to Night Vale è che si tratti di ciò che potrebbe accadere se Neil Gaiman e Stephen King passassero una notte di passione in un episodio di Ai Confini della Realtà. Aspettatevi l’inaspettato, e vi piacerà un sacco.

Lo show è così articolato: il primo e il 15 di ogni mese, puntuale come un orologio, su questo sito viene caricato un nuovo episodio, della durata di circa 20/30 minuti. Durante questi 20/30 minuti vi ritroverete catapultati nelle insolite vicende di Night Vale, presentate di solito come notizie raccontate in diretta e inframmezzate da rubriche e “pubblicità” non meno bizzarre delle storie principali. A segnalare l’imminente fine di ogni episodio c’è il “meteo”, durante il quale viene trasmessa ogni volta una canzone di band e cantanti indie. Dopo la fine dell’episodio vero e proprio c’è il “proverbio del giorno” – cose come “There’s a special place in Hell. It’s really hip. Very exclusive.” e “What has four legs in the morning, two legs at noon, and three legs in the evening? I don’t know, but I trapped it in my bedroom. Send help.” Insomma, non aspettatevi momenti di normalità.

Non so come fare a consigliare Welcome to Night Vale senza sembrare veramente troppo entusiasta. Ma che ci posso fare? In questo show non c’è assolutamente niente che io non adori alla follia, quindi siate pazienti ancora per un pochino mentre cerco di fare una lista dei motivi per cui segure WtNV.

  1. È con ogni probabilità la cosa più piacevolmente bizzarra con cui avrete a che fare in vita vostra.
  2. È incredibilmente divertente, sia a livello di battute, sia di recitazione.
  3. I personaggi sono interessanti e diversi dal solito – con una presenza femminile significativa sia come quantità che come qualità.
  4. Running gags. Oh, quante ce ne sono, e si presentano spesso come formule fisse con cui ci si riferisce a qualcosa. Presto vi ritroverete a finire le frasi di Cecil senza neanche rendervene conto.
  5. Il Twitter di Night Vale. Oddio. È così grandioso che non ho parole per descriverlo. Dateci un’occhiata, non ve ne pentirete.
  6. Trattandosi di un podcast, l’aspetto dei personaggi è lasciato completamente alla vostra immaginazione. Tutto tranne il fatto che Carlos ha dei capelli bellissimi.

Welcome to Night Vale twitterMa non fatemi andare avanti oltre. Fatevi un favore e scaricatevi, non so, anche solo i primi cinque episodi per ora. Vedrete che all’improvviso scoprirete di averli ascoltati tutti e 74 e vi ritroverete ad aspettare con ansia il primo e il 15 di ogni mese. Fidatevi di me.

Ultime due cose: come ho accennato, è in uscita (il 20 ottobre) un libro di WtNV, scritto dai suoi  autori Joseph Fink e Jeffrey Cranor. Spero di poterlo recensire presto.

Vi lascio qua un paio di link: il sito ufficiale, in cui potete comprare oggetti ufficiali della serie; il canale Youtube ufficiale, dove potete ascoltare le puntate e trovare dei dietro alle quinte; e Cecil Speaks, blog tumblr in cui potete trovare le trascrizioni delle puntate.

Okay, con questo direi che è tutto. Per citare Cecil:

Goodnight, Night Vale. Goodnight.

John and Hank Green: An Evening of Awesome at Carnegie Hall

Apr
7

Stavo pensando che la chiusura del mio ultimo intervento meriterebbe un pochino di background. Vi ho buttato lì An Evening of Awesome, ma, se non siete nerdfighters, dubito che quelle parole vi abbiano detto qualcosa.

Perciò, insomma, con la mia solita coerenza torno sul mio blog dopo un solo giorno.

Dunque, An Evening of Awesome at Carnegie Hall è un evento che si è tenuto il 15 gennaio 2013 in quello che, stando a Wikipedia, è “uno dei luoghi più importanti della musica classica e leggera a livello mondiale”, appunto, Carnegie Hall, a New York, per celebrare il primo anniversario dell’uscita di The Fault in Our Stars e il sesto compleanno di Nerdfighteria. Durante la serata sono saliti sul palco, oltre a John e Hank Green, anche diversi ospiti. Uno di loro, come ho già scritto, è stato Neil Gaiman (per me è stata una cosa parecchio grossa: immaginatevi di vedere 3 delle vostre persone preferite al mondo radunate nello stesso luogo. Se in quel momento su quel palco fossero saliti anche JK Rowling e Scott Westerfeld penso che sarei morta. Invece mi sono solo messa ad urlare come una fangirl demente)

Cooooomunque, tra gli altri ospiti ci sono stati anche i Mountain Goats (ovvero il gruppo preferito di John Green), Ashley Clements e Daniel Gordh (rispettivamente Lizzie e Darcy in The Lizzie Bennet Diaries), che hanno letto un estratto di The Fault in Our Stars, Hannah Hart e Grace Helbig (entrambe comiche/attrici/”internet personalities”), e Kimya Dawson (cantante che non avevo mai sentito nominare. A dirla tutta, non avevo mai sentito nominare neanche il suo genere “anti-folk”)

Questa, però, è solo la spiegazione più tecnica.

Se dovessi dire cos è An Evening of Awesome per me, direi che è una delle cose più straordinarie che io abbia mai visto. Ne riguardo i miei spezzoni preferiti quando sono triste, o quando sono di ottimo umore, o quando sento che sto perdendo la mia fiducia nell’umanità. Diciamo che è un po’ come i libri di John Green: divertente, ma anche profondo – e fa anche un po’ piangere. Almeno, io ho pianto quando John ha parlato di Esther Earl, una nerdfighterd, morta nel 2010, ad appena 16 anni, di cancro. Esther è una figura importantissima in Nerdfighteria, e in suo ricordo è stata fondata l’associazione This Star Won’t Go Out, con lo scopo di aiutare le famiglie che devono affrontare tragedie simili a quella di Esther.

In ogni caso, penso che il video dell’evento sia una delle cose più belle che io abbia mai visto. E se non avete ancora ben afferrato ciò che sono i Nerdfighters, questo è un ottimo modo per farlo. C’è tutto quello che vi serve per farvi un’idea: pazzia e genialità, canzoni su Harry Potter e sulla fisica… Tutto.

(Vi ho linkato il video per intero, ma se aveste problemi a capire tutto quello che viene detto, qua potete trovare il transcript, che vi aiuterà un sacco, anche perchè divide chiaramente l’evento in diversi segmenti)

Chiudo questo volutamente breve articolo con un paio di cose che ha detto John durante l’evento, e che penso siano due delle cose più belle che siano mai state dette sull’amore per la lettura.

Alright, uh, so, I’m on a side of the road somewhere, and I’m stuck inside of a very deep hole, with no way of getting out. Never mind how I got there, it’s not relevant to the story. I’ll invent a back story.
I was walking to get pizza and a chasm opened up in the earth and I fell in and now I am at the bottom of this hole, screaming for help. And along comes you. Now, maybe you just keep walking, you know, there’s a strange guy screaming from the center of the earth, it’s perhaps best to ignore him. But let’s say that you don’t; let’s say that you stop. The sensible thing to do in this situation is to call down to me and say “I am going to look for a ladder, I will be right back!” But you don’t do that, instead you sit down at the edge of this abyss and then you push yourself forward and jump. And when you land at the bottom of the hole and you dust yourself off, I’m like “What the hell are you doing, now there are two of us in this hole!” and you look at me and say “Well, yeah, but now I am highly motivated to get you out.”
This is what I love about novels – both reading them and writing them. They jump into the abyss, to be with you where you are.

Reading a book book, that helps us to feel un-alone. And I know that books seem like the ultimate thing that’s made just by one person, uh, but that’s not true either. Because if I’d been alone in the abyss of myself, The Fault in Our Stars would never have existed.

 

Il ragazzo dei mondi infiniti – Neil Gaiman e Michael Reaves

Apr
6

Sì, sì, lo so: avevo detto che volendo avrei potuto scrivere un intervento a settimana. Il problema è che non ho voluto. In effetti non ho neanche potuto (cacchio, quanto mi farebbe comodo un portatile… e un week-end di cinque giorni almeno)

Ma ora torno, e parlando di un libro di Neil Gaiman! Yaaaaay! (Perchè ho sempre fatto tanto per nascondere il mio amore per quell’uomo, vero? Oltretutto, in fondo all’articolo metterò il link che me lo ha fatto amare anche di più. Ma non vi anticipo niente.) Ok, sì, il libro non è solo suo, però, insomma…

Trama? Trama.

Alcuni pensano che Joey sia strano. Altri che viva in un mondo parallelo. E non hanno torto. Un giorno infatti Joey finisce in una realtà in cui uomini che fanno surf su dischi volanti lo inseguono, e un misterioso eroe lo salva conducendolo in un’altra dimensione. Sarà luì a rivelargli questa nuova, invisibile verità: ogni volta che si profila un bivio, l’universo si scinde in una serie infinita di mondi possibili, che solo i Camminatori come Joey possono attraversare. Mondi in cui si possono avere le ali, la pelliccia di un lupo, lamine metalliche al posto della pelle o semplicemente essere la propria versione maschile o femminile. Ma agli estremi opposti di questo insieme di mondi imperano due universi in guerra tra loro: Esa, pervaso di magia, e il mondo binario, governato dalla tecnologia. Riuscirà l’InterMondo, l’esercito creato dai Camminatori, a proteggere l’equilibrio dei mondi sopravvivendo alle feroci creature che ne sorvegliano i confini?

(Presa da ibs. Il fatto è che sulla copertina la trama non c’è. Però, insomma, ma quanto è figa la copertina italiana? E dietro è ancora più bella.)

Insomma, io sono fatta così: nominatemi Neil Gaiman e dei mondi paralleli, e avrete il 300% della mia attenzione. Il titolo originale è Interworld. La storia buffa è che è stato sulla mia wishlist di The Book Depository per mesi prima che io scoprissi che Il ragazzo dei mondi infiniti era lo stesso libro. “Ma aspetta: per quale motivo l’hai preso in italiano, tu, maledetta snob secchiona?” Ma perchè ho raggiunto (per la seconda volta in meno di due anni, e questo dimostra che ho un problema) i 100 punti sulla tessera della Giunti. Viva me! (A proposito: scandaloso quanto costino i libri in Italia. Con quei 35 € – più altri 5 che ho dovuto aggiungere – ho comprato solo quattro libri. Sapete quanto ho speso per comprare quattro libri in edizione UK su The Book Depository una volta? 20 €. Facciamo un attimo due conti. E un esame di coscienza)

Ma questo non c’entra, sto divagando.

Tutto questo era per dire: Maledizione, ma perchè la Mondadori ha il monopolio su Neil Gaiman??? (No, in realtà il punto era: perchè cambiare il titolo in questo modo, dal momento che nel libro Intermondo viene ripetuto più volte? Bah.)

Comunque, è un gran bel libro, se vi piacciono le avventure in strani universi – e in strani spazi tra gli strani universi – in cui le leggi della fisica funzionano come pare a loro, le storie con scuole speciali per persone speciali, le storie in cui mondi magici sono in guerra con mondi ipertecnologici… e, soprattutto, le storie appassionanti. Belinci se è appassionante! Da divorare.

Sì, mi sono accorta della presenza di un altro nome oltre a quello del mio adorato Neil, ma non conoscendo Michael Reaves (anche se un paio di ricerche mi hanno detto che si occupa principalmente di fantascienza: 100 punti a Michael Reaves!), e non sapendo come lui e Gaiman si sono divisi il lavoro (cioè, ad esempio, in Will Grayson, Will Grayson si sa chi ha scritto che, qui no), mi limiterò a tessere le lodi di colui che è una delle mie persone preferite al mondo.

Ma prima, due parole sui personaggi? Dunque, il protagonista è Joey Harker, un ragazzo capace di perdersi anche in casa sua. Praticamente tutti gli altri personaggi sono versioni alternative di Joey, provenienti da mondi alternativi: abbiamo Joey femmine, Joey maschi, Joey licantropi, Joey giganti, Joey cyborg… Molti Joey, tutti incredibilmente diversi. Fico, no? Poi abbiamo un simpatico blob proveniente dall’Intermondo che può comunicare solo cambiando il proprio colore. Chi non ne vorrebbe uno?

Concludendo: consiglio assolutamente questo libro (di cui uscirà il seguito, The Silver Dream, proprio questo mese. Non in Italia, ovvio. Chissà quanto bisognerà aspettare)

Se non siete ancora convinti, perchè avete deciso di non fidarvi dell’opinione di una persona che trascura così orribilmente il proprio blog, vi propongo qua la Nota degli Autori:

Questo romanzo è un’opera di fantasia. Ma, dato un numero infinito di mondi possibili, in uno dovrà pur essere vero. E se una storia che si svolge in un numero infinito di universi possibili è vera in uno di essi, allora dovrà essere vera in tutti quanti. Di conseguenza, forse non è poi tanto di fantasia quanto crediamo.

Ecco, dai, insomma, non c’è bisogno di aggiungere altro.

L’ultimissima cosa da aggiungere a questo breve e sconclusionato articolo è il link che vi avevo promesso: gli interventi di Neil Gaiman all’evento nerdfighters An Evening of Awesome at Carnegie Hall (di cui vi parlerò in un altro articolo. Per ora, godeteci questo breve estratto)

The Casual Vacancy – JK Rowling

Mar
9

Heeeeelloooooo!

Dunque dunque dunque, tanto per cominciare, è un bel po’ che non mi faccio viva, e mi scuso. Il fatto è che sono un po’ stanca (ho dato 4 esami tra gennaio e febbraio, e ora è iniziato il secondo semestre che un orario abbastanza tremendo) e, francemente, mi manca un po’ di motivazione. Cioè, mi metto qua, scrivo qualche riga per l’articolo e mi dico: “Sì… lo finisco domani.” e il giorno dopo ovviamente me ne dimentico, o mi dico che non ce ne ho voglia, o sono a Pisa dove non ho nè un computer dotato di tastiera nè internet in casa.

Però ora ho raccolto le forze, e finirò questa recensione, e, con un po’ di fortuna e di buona volontà avremo una recensione alla settimana.

(Ahahaa, sì, non ci credo neanche io)

Comuuuuunque, ero anche un po’ indecisa sul fatto di scrivere questa recensione, per via della mia regola “non parlerò di libri conosciuti”, ma poi ho deciso che The Casual Vacancy vale un’eccezione. Insomma, sì, ne abbiamo sentito tutti parlare, e ne abbiamo viste decine di copie nelle vetrine delle librerie, ma io personalmente non ho mai sentito dei veri pareri. Principalmente perchè il mondo si è diviso in due fazioni: quella “è di JK Rowling! Certo che è un capolavoro!” e quella “Bah, il realismo non fa per lei. Doveva limitarsi a Harry Potter, e vivere di rendita per sempre”.

A parte il fatto che quest’ultimo ragionamento, tra l’altro, mi fa incazzare. Cioè, da una parte è vero: JK Rowling potrebbe ritirarsi, non fare un cazzo di niente per il resto della sua vita e stare benissimo economicamente. Ma d’altra parte… argh, mi arrabbio. Non è che se uno fa qualcosa di praticamente perfetto, poi non deve fare altro perchè probabilmente non sarà all’altezza della quasi perfezione del primo lavoro. Tanto per cominciare, io rifiuto di credere che il secondo lavoro abbasserà il livello del primo se non sarà altrettanto buono. In secondo luogo, questa mancanza di fiducia mi sconcerta. Ma chiudo qua con questo discorso.

In ogni caso, ho sentito tante opinioni completamente discordanti (tanto più che alcune erano a priori), che mi è sembrato giusto scrivere questa recensione (non che la mia opinione sia più affidabile di quella di altri. Però questo non mi ha mai fermata, no?)

Ma ora, la trama!

A chi la visitasse per la prima volta, Pagford apparirebbe come un’idilliaca cittadina inglese. Un gioiello incastonato tra verdi colline, con un’antica abbazia, una piazza lastricata di ciottoli, case eleganti e prati ordinatamente falciati. Ma sotto lo smalto perfetto di questo villaggio di provincia si nascondono ipocrisia, rancori e tradimenti. Tutti a Pagford, dietro le tende ben tirate delle loro case, sembrano aver intrapreso una guerra personale e universale: figli contro genitori, mogli contro mariti, benestanti contro emarginati. La morte di Barry Fairbrother, il consigliere più amato e odiato della città, porta alla luce il vero cuore di Pagford e dei suoi abitanti: la lotta per il suo posto all’interno dell’amministrazione locale è un terremoto che sbriciola le fondamenta, che rimescola divisioni e alleanze. Eppure, dalla crisi totale, dalla distruzione di certezze e valori, ecco emergere una verità spiazzante, ironica, purificatrice: che la vita è imprevedibile e spietata, e affrontarla con coraggio è l’unico modo per non farsi travolgere, oltre che dalle sue tragedie, anche dal ridicolo. J.K. Rowling firma un romanzo sulla società contemporanea, una commedia sulla nozione di impegno e responsabilità. In questo libro di conflitti generazionali e riscatti le trame si intrecciano e i personaggi rimangono impressi come un marchio a fuoco. Pagford, con tutte le sue contraddizioni e le sue bassezze, è una realtà così vicina da non lasciare indifferenti.

Devo ammettere una cosa: se non me lo avessero regalato per il mio compleanno, non so quando lo avrei letto. E non per la faccenda “non sarà mai bello quanto Harry Potter” (seguendo questo ragionamento, avrei letto ben pochi libri. Storia divertente: c’è stato effettivamente un periodo, tra le quarta elementare e quasi la fine della prima media, in cui non ho fatto altro che leggere e rileggere i primi cinque Harry Potter, praticamente rifiutandomi di leggere altro, convinta che non avrei mai trovato niente di altrettanto bello. Per fortuna poi mi sono ricreduta, ma non prima di aver letto i primi quattro HP non meno di 10 volte ciascuno.) Il fatto è che mi dicevo: che palle, The Casual Vacancy parlerà di roba da adulti! Noooooia. (Sì, so di avere 21 anni. Ma non è rilevante. Non è mai rilevante)

Poi non so cosa sia successo. So solo che un momento prima avevo appena aperto il libro, e subito dopo mi trovavo oltre la metà, e non avevo alcuna intenzione di smettere di leggere (il che si è rivelato un problema nel momento in cui per leggere non ho ripassato come avrei dovuto per un esame, che quindi ho fallito miseramente)

Non so perchè mi ha preso così tanto. Cioè, è “solo” la storia delle meschinità di un piccolo paese inglese, e delle lotte per un posto nel consiglio comunale. Cioè, chi se ne frega, giusto?

Sbagliato.

Ti importa fin da subito della storia e dei personaggi. Non so come sia possibile, ma è così. Sono persone normali- e intendo, veramente normali. Mediocri. Assolutamente realistiche. Chiunque dica che la Rowling non ci sa fare con i “personaggi normali” si sbaglia di grosso.

Ora, non sto a parlarvi di tutti i personaggi, che sono veramente tanti. Posso dirvi un attimo come sono in linea di massima. Ad esempio,i signori Mollison, Howard e Shirley, due tipi molto alla Dursley. O forse un po’ peggio. O un po’ meglio. Francamente, non sono riuscita a decidere. Hanno gli stessi difetti, alcuni un po’ amplificati, ma per qualche assurda ragione, alla fine non mi sono risultati insopportabili al 100%

Ora che ci penso, non ci sono personaggi del tutto negativi (altro punto a favore per il team “JK Rowling è una grande scrittrice punto e basta, arrendetevi di fronte all’evidenza dei fatti”), a parte forse Obbo, lo spacciatore. E Maureen dal mio punto di vista è del tutto insopportabile, ma non importa.

Insomma, per farla breve, mi ha fatto pensare a “cosa sarebbe successo se la Rowling avesse scritto Skins“, perchè, veramente, personaggi come Krystal e la famiglia Price sembrano usciti direttamente da quella serie, ma con quel tocco in più.

E ora, siccome non mi ricordo se volevo dire altro ancora, chiudo con i Parental Advice (so che ad alcuni l’idea era piaciuta, ma di solito non li metto perchè la maggior parte delle volte mi sembrano superflui. Ma questa volta ci stanno. Perciò:

Sex & Nudity: 8/10

Violence & Gore: 5/10

Profanity: 9/10

Alcohol/Drugs/Smoking:  9/10

Frightening/Intense Scenes: 5/10

Non male, eh? Da Harry Potter a un punteggio complessivo di 36 cinquantesimi (ci tengo a ribadire che lo dico senza voler fare del perbenismo. I punteggi alti non mi disturbano, e non ci trovo nulla di male.)

E ora: brusca chiusura-che-nessuno-si-aspettava-così-brusca.

Ciaups.

(Non ho aggiunto la foto della copertina italiana perchè è identica a quella inglese. Ah, e non trovate anche voi che tra colori e dimensioni il libro ricordi molto una latta di olio?)

The Fault in Our Stars – John Green

Feb
2

Saaalve! Ah ah ah, sono già tornata. Sono imprevedibile.

Il fatto è che dovevo assolutamente parlarvi di questo libro, e non potevo aspettare.

Nominato miglior libro del 2012 dalla rivista Time, e completamente trascurato in Italia. Scandaloso. In pratica Colpa delle Stelle (niente da dire sul titolo, ok. Traduzione letterale, va bene) è stato rilegato alla sezione Chick Lit, con tanto di copertina adatta al genere (eccola in fondo all’articolo) e senza un minimo di rilevanza. Cioè, neanche uno di quei collari da copertina che segnali un minimo l’importanza di questo libro. Tremendo, veramente.

Ma ora, iniziamo veramente a parlarne. Ecco la trama, presa dall’edizione italiana.

Hazel ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, la malattia che anni prima le hanno diagnosticato è ora in regressione. Ha però anche imparato che i miracoli si pagano: mentre lei rimbalzava tra corse in ospedale e lunghe degenze, il mondo correva veloce, lasciandola indietro, sola e fuori sincrono rispetto alle sue coetanee, con una vita in frantumi in cui i pezzi non si incastrano più. Un giorno però il destino le fa incontrare Augustus, affascinante compagno di sventure che la travolge con la sua fame di vita, di passioni, di risate, e le dimostra che il mondo non si è fermato, insieme possono riacciuffarlo. Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato.

Allora, già dalla trama avrete capito che non è un libro allegro. Ma non so se è possibile cogliere la portata tragica di The Fault in Our Stars. Lo dico perchè io, stupidamente, l’ho sottovalutata, e ho passato due notti a piangere disperatamente (e anche oggi, ripensandoci, mi sentivo mancare il fiato) Mai pianto tanto per un libro. John Green è un sadico bastardo: lo potevo praticamente vedere che mi rigirava il coltello nella piaga per 313 pagine.

Cosa ci si poteva aspettare dalla storia di una ragazza malata di cancro, che si innamora di un ragazzo che, a causa del cancro, ha perso una gamba?

C’è anche da dire che The Fault in Our Stars non è triste al 100%. C’è anche un 15/20% di divertimento. Perchè i personaggi, nonostante le loro sfighe, sono divertenti, svegli, autoironici.

Certo, il risvolto negativo è che c’è una piccola, razionale parte del tuo cervello che spera di poterli trovare odiosi, perchè, date le premesse, affezionarsi è pericoloso. Il problema è che non farlo è impossibile.

Hazel è diversa dai soliti protagonisti di John Green. Tanto per cominciare perchè è una ragazza. Duh. Scusate, ci tenevo a fare Capitan Ovvio. No, scherzi a parte, è una cosa piuttosto rilevante, perchè di norma, nei suoi romanzi, le ragazze sono quelle pazze, originali, geniali, del tutto fuori dal comune. Hazel invece è una ragazza del tutto normale. Una intelligente, sarcastica ragazza normale. L’unica cosa che la accomuna veramente con gli altri protagonisti di John Green è che non è una piena di amici, anche se qui al 95% almeno la cosa è dovuta alla sua malattia, che l’ha costretta a rinunciare alla scuola.

Augustus è… be’, se si può fare una critica a The Fault in Our Stars è che Augustus a volte è fin troppo perfetto. Cioè, appare, e nel giro di 3 secondi, BAM!, sei innamorata/o (“Did you ever feel slightly attracted to Augustus Waters while writing The Fault in Our Stars? No! … A little bit.” cit. John Green Burning Peeps, My OTP, and Velociraptors: It’s Question Tuesday ): è divertente, romantico, intelligente e sexy. Sì, è sexy. Innegabile.

Poi c’è Isaac, che ha perso un occhio a causa del cancro (e nel corso del romanzo perderà anche l’altro). Lui è un personaggio un po’ alla Takumi di Cercando Alaska, o radar di Città di Carta: una specie di voce della coscienza. È il migliore amico di Augustus, e colui che permette l’incontro tra lui e Hazel, il giorno che convince l’amico ad accompagnarlo alle tremende riunioni di sostegno per malati di cancro. Non so, io ho adorato Isaac.

Una buona parte della trama è legata all’amore quasi ossessivo di Hazel per un libro, An Imperial Affliction, e alla ricerca della ragazza del suo misterioso autore, Peter Van Houten, che vive da eremita ad Amsterdam, e non risponde alle lettere dei fan. Contattarlo per Hazel è tanto importante perchè il libro finisce nel bel mezzo di una frase e lei, soprattutto dal momento che sa di avere praticamente i giorni contati, sente di aver bisogno di sapere come finiscono tutte quelle piccole storie dei personaggi secondari, lasciate in sospeto da quel finale così brutale.

Non c’è bisogno di aggiungere molto altro, se non che, come ho già detto e non mi stancherò mai di ripetere, John Green scrive maledettamente bene. Io non riuscivo a staccarmi da quelle pagine (se non per disperarmi/piangere/soffiarmi il naso. Il che mi fa venire in mente: mi raccomando: fazzoletti a portata di mano! Non scherzo, ne avrete bisogno. E se non ne avrete bisogno… allora non avete cuore e/o siete dei robot.) Oltre a questo, The Fault in Our Stars è praticamente una collezioni di frasi splendide. Solo per dirne un paio delle più famose:

My thoughts are stars I can’t fathom into constellations.

I fell in love the way you fall asleep: slowly, and then all at once.

In un certo senso, sento il bisogno di rileggere questo libro, ma 1) non posso, perchè devo studiare 2) non voglio immettermi di nuovo in quel labirinto di sofferenza (yeah, ho appena citato Cercando Alaska. Mi sento molto soddisfatta di me)

Chiudo invitandovi ancora ad iscrivervi al gruppo Facebook per Nerdfighters Italiani.

Worldshaker – Richard Harland

Jan
25

Hello!

Riemergo per un pochino dall’oceano di cose che ho da studiare (nella mia infinita saggezza ho deciso di provare a dare 4 esami in 2 mesi. Ieri ho dato il secondo. Per la fine di febbraio sarò da rinchiudere) per parlarvi di un libro… steampunk! Un giro di applausi per favore.

Cominciamo con la trama (tradotta da me, dal momento che non credo che Worldshaker sia uscito in Italia)

Col conduce una vita di lussi nei Piani Superiori del juggernaut (che vorrebbe dire, tipo, “macchina gigantesca”, ma a me piace lasciarlo così) Worldshaker, una città mobile grande quanto una montagna. Molto più sotto i Filithies lavorano duramente nella sporcizia, dando potenza agli enormi motori. Col è stato scelto come prossimo Comandante Supremo – ma poi una ragazza Filthy scappata da Di Sotto, appare nella sua cabina. “Non lasciare che mi prendano!” lo supplica.

La consegnerà, o romperà tutte le regole?

Il sicuro mondo elitario di Col sta per crollare.

Che cosa buffa, non ci avevo fatto caso: la trama racconta quello che succede nelle prime tre pagine. E basta. Strano.

Dunque dunque dunque. Prima cosa da dire: Worldshaker è uscito nel 2009, come Leviathan, e chiaramente entrambi i romanzi sono diretti allo stesso pubblico (perciò se vi è piaciuto l’uno, è molto, molto probabile che vi piaccia anche l’altro)

Io devo ammettere che, almeno inizialmente, non ero molto convinta. C’erano così tante cose che potevano andare storte e rendere Worldshaker brutto. Tantissime. E sembrava che in ogni momento potesse andare tutto storto. Non dico a livello di trama. Cioè, nel senso: Aaaaah, per fortuna è andato tutto bene. No. Non in quel senso. Più che altro intendo che sembrava che la cosa che mi avrebbe fatto mollare il libro sbuffando fosse sempre dietro l’angolo.

E invece no.

Ad un certo punto mi sono trovata proprio catturata nella rete. Ero nella situazione in cui uno non può fare a meno di abbandonarsi a gesti drammatici (non so, tipo sbattere il palmo della mano contro la fronte e sospirare) e ad imprecazioni/esortazioni ad alta (altissima) voce. Già, è proprio il genere di libro che ti fa fare cose del genere.

Il protagonista, Colbert, è strano. Sembra Alek all’inizio di Leviathan, quando era pomposo e scemo, però più pomposo e scemo. E con meno carattere. Ma almeno poi migliora. Cioè, lo capisco pure, poveraccio: è schiacciato al peso della sua famiglia -che è la più prestigiosa del Worldshaker- e in particolare da quello del nonno, Comandante Supremo e supremo stronzo, che gli mette sulle spalle ancora più pressione quando lo nomina suo successore al comando. Soprattutto perchè il suo vero erede, il padre di Colbert, ha già deluso il Comandante a suo tempo, mostrando pietà per i Filthies.

Chi sono i Filthies? Sono gli schiavi nell’universo di Worldshaker. No, questo non rende l’idea. Tanto per cominciare, non sono neanche considerati umani. Sub-umani? Bah. Non saprei. Il fatto è che in realtà non vengono neanche considerati veramente. Il solo nominarli è tabù (uh, a proposito di tabù: il romanzo è ambientato, se non ricordo male, verso la fine del XX secolo, ma è come se si fosse ancora in epoca vittoriana, tanto che c’è una regina Vittoria – non la regina Vittoria, ma vabbè. Il punto è che si tratta di un’epoca vittoriana bella pesa, da manuale), e nessuno li ha mai visti veramente, perchè stanno nella parte più bassa del juggernaut.

Ne escono solo se e quando vengono pescati per diventare Menial, schiavi muti e del tutto sottomessi di chi vive ai Piani Superiori.

Ed è proprio questo il destino che sarebbe toccato a Riff, la protagonista, se lei non fosse stata più furba e più veloce. Che dire di Riff? Be’, se vogliamo mantenere una sorta di parallelismo con Leviathan, diciamo che Lilit e Deryn correrebbero a darle il cinque. Soprattutto Lilit. Riff, pur avendo solo quattordici anni, è uno dei capi di un “consiglio rivoluzionario”: i Filthies non ne possono più dei maltrattamenti che sono costretti a subire, e hanno deciso che è giunta l’ora di ribellarsi.

E i maltrattamenti sono belli pesi, sia da Filthies, sia da Menials.

Da Filthies vengono praticamente lasciati a morire di fame, e vengono continuamente spruzzati con vapore rovente per “incrementare la produttività” (sì, ottimo piano, senza neanche una minima pecca. Bravi), e da Menials… No, non vi dico niente. Spoiler.

Worldshaker mi ha ricordato un film che mi ha raccontato una volta una mia collega di facoltà: Metropolis. Il film è del ’27, e deve essere stupendo (giuro che prima o poi lo guardo) Ora che ho dato un’occhiata alla trama da Wikipedia mi sono resa conto ancora di più delle somiglianze. Mmm…

Non so che altro dire, perchè ho paura di spoilerare.

Oddio, temo di avere il cervello un po’ fritto. Studiare troppo fa male, ragazzi!

Vediamo… Worldshaker si legge in un attimo, anche perchè ha capitoli molto corti, perciò si finisce nel meccanismo: “Bah, sono solo un paio di pagine. Posso andare avanti ancora un pochino…” E poi, BAM!, il libro è finito.

Ok, io chiuderei qua. Mi scuso per questo intervento così corto e malscritto, ma, come ho già detto, sono stanca morta. Se vi può essere di consolazione, guardate quanti bei libri nuovi ci sono nella mia libreria Anobii, qua alla vostra destra, e sappiate che, se tutto va bene, a partire da metà febbraio sarò libera di leggere e scrivere quanto mi pare. Yeeeaaaaah!