Archive for the ‘Libri’ Category

Beauty Queens – Libba Bray

Jun
3

Ho deciso di non scusarmi neanche per i mesi di silenzio. Nope. Parliamo direttamente di questo libro.

Se siete come me, leggendo Il Signore delle Mosche vi siete sicuramente posti una domanda: okay, ma se fossero state delle ragazze a precipitare su un’isola deserta?

Ecco, Beauty Queens risponde a questo annoso quesito.

Beauty Queens - Libba BrayQuando un incidente aereo lascia tredici concorrenti di un concorso di bellezza per teenager su un’isola misteriosa, le ragazze devono impegnarsi per sopravvivere, per andare d’accordo l’una con l’altra, per combattere contro gli altri, malvagi, occupanti dell’isola, e per imparare i passi di danza, nel caso in cui vengano salvate in tempo per il concorso.

Quando ho iniziato questo libro, francamente mi aspettavo di rimanere delusa. Avevo paura di trovare cose che non avrei voluto – prima fra tutti, misoginia interiorizzata. In pratica, temevo la situazione “ragazze che odiano ragazze”, del tipo “la nostra eroina, ragazza intelligente e con valori solidi” VS “tutte quelle ragazze stupide e superficiali”. E invece non è così! Cioè, okay, forse all’inizio sì, ma “la nostra eroina”, di nome Adina, viene presto ridimensionata dalle altre ragazze. Ed è una cosa bellissima. (Non so se avete una minima idea di quanto io detesti la retorica del “non sono come le altre ragazze, quindi sono migliore” e quella del “il mio essere femminista mi spinge ad odiare tutte le ragazze che non sono come me”)

Ma parliamo del libro in generale.

Se si considera solo dal punto di vista della trama, non è che uno sciocco romanzo di avventura per ragazzi – sapete, di quelli che si trovavano sempre nelle letture estive consigliate alle medie.

Be’, la grossa differenza è che questo è uno studio satirico su come vengono trattate le ragazze al giorno d’oggi, e sul perché il femminismo è assolutamente fondamentale. E un’altra cosa che mi ha piacevolmente sorpreso di questo romanzo? Non si parla di “white feminism”, ma di femminismo vero, quello intersezionale. Hallelujah!

Temi trattati lungo la storia?

  • Il modo disgustoso e ingiusto in cui veniamo trattate noi ragazze ogni giorno (avete presente, cose come “vergognatevi del vostro corpo”, “dovete rispettare questi standard di bellezza, o altrimenti…”, “dovete essere sempre pronte a rinunciare alla vostra felicità e alle vostre ambizioni per un uomo/una famiglia” e “siate sempre modeste, fingetevi meno competenti di quanto siate in realtà, o non piacerete ai ragazzi!” Insomma, quelle stronzate che mi hanno sempre mandato in bestia)
  • Razzismo. Ci sono due ragazze di colore tra le sopravvissute (e il fatto che siano le uniche non bianche tra le 50 reginette di bellezza è discusso ampiamente), e entrambe parlano dei problemi di razzismo che affrontano nella vita di tutti i giorni e all’interno del concorso (l’unica cosa a cui posso accennare per non spoilerare è il fatto di dover comunque rispondere a standard di bellezza bianchi)
  • Transessualità e transfobia. Presto si scopre che una delle miss è una ragazza transessuale, entrata nel concorso appositamente per dare una voce alla sua comunità. All’inizio quasi tutte le ragazze sono scandalizzate e arrabbiate per essere state “ingannate”, e si rifiutano di trattarla come una ragazza. Poi piano piano smettono di essere delle stronze con la testa infilata su per il culo.
  • Il fatto che le corporazioni spesso non fanno altro che i loro comodi, fregandosene della scia di distruzione e povertà che si lasciano dietro.

Ecco, tutto questo è raccontato con un umorismo che tradisce un certo grado di incazzatura (un po’ come Jenna Marbles nei suoi momenti più gloriosi), specie nei “commercial break”, inseriti tra un capitolo e l’altro. C’è la pubblicità di una ceretta/crema depilatoria:

Lady ‘Stache Off. Because there’s nothing wrong with you… that can’t be fixed.

Il trailer di una serie tv “storica” ambientata durante la Guerra d’Indipendenza Americana in cui le protagoniste si spogliano spesso perché… storia? La pubblicità di un centro di chirurgia estetica dedicata alle ragazze:

Breast in Show. Because “You’re perfect just the way you are” is what your guidance counselor says. And she’s an alcoholic.

E il mio preferito: il trailer di una commedia romantica, che di parodia secondo me ha ben poco. Questo lo metto quasi tutto, perché lo amo troppo.

VOICEOVER: All Charlie Tanner wanted was to live happily ever after. (Scene dei suoi due precedenti matrimoni, e dei motivi per cui sono falliti)

CUT TO: Montage of Charlie getting promoted at her PR firm, attending events, going to a concert and eating dinner alone.

VOICEOVER: Now Charlie Tanner is through with living for someone else. She’s calling her own shots and making her own rules.

CUT TO: Charlie playing poker with her best friends. Bottles of beer sit on the table.

CHARLIE: I kept thinking, what’s wrong with me? And then I had an epiphany: Maybe it’s not me who’s screwed up. Maybe it’s this whole crazy notion that we’re supposed to do nothing but shop, have makeovers, and chase after some jackass rather than figuring ourselves out and living life to the fullest that’s wrong.

FRIEND: No. I’m sure it’s you.

(Charlie incontra questo tipo super sessista, Dick Connor, autore del libro He’s Never Going to Call You Unless You Follow These Rules)

CUT TO: Charlie haning out in a park with her best gay friend. They are having a picnic.

CHARLIE: He’s crude. He’s sexist. He thinks Hooters is fine dining and women are only good for sex and getting his breakfast.

OBLIGATORY GAY FRIEND: Oh my God. He sounds so hot.

CHARLIE: I hate everything about Dick Connor. He makes me feel awful and inadequate.

OGF: That is actually a sign of true love.

CHARLIE: I don’t think so…

OGF: (giving her a pitying look over his glasses) Charlie, honey, you’re almost thirty. It doesn’t pay to have too much self-esteem. Come on. Let’s shop for heels and a push-up bra.

In pratica, in quel finto trailer è racchiuso tutto ciò che odio delle commedie romantiche. Sono così stufa dell’idea che una donna non possa avere una vita soddisfacente senza un uomo, o che il fatto che questo uomo sia un perfetto coglione sessista generi quella che viene spacciata per “tensione sessuale”, che è chiaramente un segno che i due sono anime gemelle, nonostante i valori completamente diversi. Che rabbia!

Un altro punto semplicemente geniale è uno dei A Word from your Sponsor, messo praticamente a metà del libro. In pratica The Corporation (responsabile di quella tv di qualità, del film, dei prodotti di bellezza e del concorso) si scusa di aver mostrato una manifestazione di sessualità inappropriata – e per “inappropriata” si intende “in cui una ragazza ha dimostrato iniziativa e desiderio”. Quindi vengono proposte scene alternative a quella così offensiva.

  • Nella prima scena, una ragazza dimostra iniziativa sessuale… per poi venire uccisa pochi secondi dopo da un masso. A caso. (L’eroe della storia rimane accecato durante l’incidente, ma poi viene guarito dall’amore di una ragazza verginale che ha sofferto un sacco)
  • Nella seconda scena una ragazza guerriera difende il suo diritto ad esprimersi, perché le sue opinioni valgono più del suo essere femminile. Viene puntualizzato che questa ragazza è la meno attraente del gruppo (e probabilmente puzza pure). Poi un serpente se la mangia. A caso.
  • Nella terza scena una ragazza si sente forte e potente… ma solo perché è stata contaminata da un virus alieno, che la rende assolutamente letale (“I killed everybody I ever kissed.”) Questa scena è lo scontro finale tra questa ragazza e la sua (molto più modesta) ex-migliore amica, alla quale ha rubato il ragazzo (per dimostrare che “le ragazze non possono essere davvero amiche”) Per l’ex-migliore amica, questa è la goccia che fa traboccare il vaso (nonostante il fatto che l’altra ragazza abbia dato fuoco alla sua casa, ucciso i suoi genitori e mangiato il suo cane)
  • Nella quarta scena delle reginette di bellezza sono nella giungla, tutte sudate (in modo sexy, ovviamente) e sensuali e mezze nude (perché… giungla?) Parlano del fatto che la bisessualità è sexy (“ma non, tipo, quella vera: solo quella per farsi notare, ovviamente”), si immergono tutte quante in qualcosa che assomiglia in modo sospetto ad una vasca idromassaggio e arriva un tizio tipo esploratore molto sexy, e sono tutte contente.

Quindi, in queste 4 scene abbiamo tutti gli orribili tropi usati per scrivere ruoli femminili che possiamo trovare nella maggior parte della narrativa di ogni genere. Mentre leggevo ero tipo “Oh mio Dio, grazie per averlo messo in parole! Sono così contenta che questo libro esista!”

Per concludere, due parole sul cattivo principale della storia: Ladybird Hope (okay, sì, tecnicamente si scopre con certezza che è cattiva abbastanza in là, ma per come la vedo io era già chiarissimo da una sua intervista nel primo quarto del libro… per non parlare delle altre cose che sappiamo di lei da subito.) In pratica, questo personaggio è ispirato a Sarah Palin, ma è veramente inquietante quanto assomigli ad una versione femminile di Trump. brrrr, brividi di disgusto.

E ha proposito di Ladybird, in realtà c’è un’altra cosa che vorrei discutere, ma è molto molto spoiler (nel senso che è proprio il finale del libro)… Okay, facciamo come ho già fatto in precedenza: ne parlerò al sicuro sotto al taglio. (EDIT: il taglio non funziona più! Allarme rosso, allarme rosso!)

Quindi, in tanto vi saluto consigliandovi assolutamente questo libro. Il prossimo articolo sarà quando meno ve lo aspettate (abbiamo già visto che con me è meglio non fare piani)

La Casa per Bambini Speciali di Miss Peregrine – Ransom Riggs

Feb
28

Io (a me stessa): Ogni 3 settimane è un ritmo dignitoso per un blog.

Io: non rispetto questo piano.

Io: Forse 4 settimane è meglio? Sì, 4 settimane è decisamente meglio.

Io: non rispetto neanche questo piano.

Ecco, in pratica è così che funziona la mia mente, nel caso ve lo steste chiedendo. Ho tutti questi bei piani, che non rispetto mai per un milione di (cattive) ragioni. Quindi poi sento il bisogno di scusarmi, e di spiegare come funziona la mia stupida mente, e perchè sto perdendo tempo in questo modo? Perchè non inizio subito a parlare del libro?

Dunque dunque dunque. “La Casa per Bambini Speciali di Miss Peregrine” (sono l’unica a pensare che avrebbe dovuto essere “La Casa di Miss Peregrine per Bambini Speciali”? Eh? A me suona meglio. Boh.) Erano anni che avevo intenzione di leggerlo. E, ora che l’ho fatto, ecco il mio giudizio, più o meno all’incirca implacabile. Ma prima, la trama:

La Casa per Bambini Speciali di Miss PeregrineQuali mostri popolano gli incubi di Abraham, il nonno di Jacob, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la trasfigurazione della ferocia nazista o piuttosto qualcos’altro, qualcosa di vivo, presente e ancora mortalmente pericoloso? Quando una tragedia impossibile lo colpisce, Jacob sa che non può più rimandare: deve scoprire cos’è successo a suo nonno e, soprattutto, cosa ha visto, o crede di aver visto, con i suoi stessi occhi. Non gli resta che attraversare l’oceano e trovare l’inaccessibile orfanotrofio inglese che durante la guerra ospitò Abraham e altri piccoli orfani ebrei. Ma per raggiungere quel luogo avvolto nella leggenda non ha molti indizi, a parte i vecchi racconti del nonno e una sparuta collezione di bizzarri fotomontaggi d’epoca.

Bene. Tutto inizia assolutamente alla grande. I primi 5/6 capitoli sono esattamente quello che speravo: una storia bizzarra, un po’ alla Big Fish, se vogliamo (ed eccome se lo vogliamo. Non solo perchè quello è uno dei miei film preferiti al mondo, ma anche perchè sarà proprio Tim Burton a dirigere la trasposizione cinematografica)

Perciò, tutto alla grande nella prima metà del libro. E poi…

Ora, non dico che il resto sia brutto – non lo è – ma la mia impressione è che, dopo un certo punto, ci si perda in territorio YA fantasy. Come cosa ci può anche stare, ma secondo me qua… no. Non mi ha convinto del tutto. Sarà perchè non era quello che mi aspettavo. O sarà perchè, da quel punto in poi, sai esattamente cosa aspettarti, e certi clichè mi sono venuti un po’ a noia. Praticamente l’unica cosa che manca (grazie al cielo!) è il classico “Tu sei il Prescelto! Solo tu puoi salvare questo mondo!” O l’ancora più irritante: “Mettiamoci tutti nelle mani del nuovo arrivato per nessun valido motivo!”

Poi, non so, ma ho avuto l’impressione che la qualità della scrittura cali in questa seconda parte. Sembra quasi che Riggs l’abbia scritta quando era molto più giovane (e sto parlando, al massimo, di prima adolescenza) e poi non si sia impegnato molto con l’editing. Di conseguenza, ci si trova spesso di fronte a dialoghi un po’… infantili? Ingenui?

Quanto mi piacerebbe poter dividere nettamente le due parti di questo libro e scrivere due recensioni a parte! O, anche meglio, quanto sarei felice se tutto fosse andato nella direzione che mi era stata promessa! C’erano tutti gli ingredienti per un buon horror, e sono stati buttati al vento.

Non fraintendetemi: ho divorato questo romanzo. Nonostante la delusione, rimane una storia appassionante, vuoi sapere come andrà a finire. Però… però. Aaaargh, che rabbia. Avrebbe potuto essere così bello! Avrebbe potuto essere inaspettato e indimenticabile.

E invece finisce per essere qualcosa che ricorda un po’ Harry Potter (okay, questo è scritto anche nello spezzone di recensione stampato sulla copertina, quindi forse non avrei dovuto stupirmi più di tanto. Però non è giusto!) e Narnia. E c’è l’attacco diretto per il seguito (“Hollow City. Il Ritorno dei Bambini Speciali di Miss Peregrine”), che non credo di aver voglia di leggere. E c’è la sotto-trama romantica più inquietante dai tempi di Twilight (che, sul serio, è l’unica parte che ho davvero, davvero odiato)

Mi viene voglia di spoilerare un po’ e raccontarvi come va. Giusto per farvi capire. Ecco cosa farò: in fondo all’articolo metterò un taglio in cui spiego la cosa per bene. Nessuno spoiler involontario. Tutti amici come prima. Fantastico.

tumblr_m3rxb53fhf1qe5r69o1_500Un grosso lato positivo di questo libro è: foto vintage inquietanti. Io AMO le cose inquietanti. E non disprezzo neanche le cose vecchie. Quindi, quando ho visto la copertina e ho curiosato un po’ tra le pagine, ho avuto un colpo di fulmine. (E, stando ad una nota in fondo al libro, tutte le foto sono vere. Non scherzo. A quanto pare alcune hanno subito minimi ritocchi, ma provengono da collezioni private. Bizzarro.)

So che sembra… boh, una base traballante su cui poggiare l’apprezzamento per un libro, ma, onestamente, quelle foto sono la cosa migliore. Beh, le foto, e, in generale, l’edizione “sfiziosa”. Se solo le cose fossero andata in un’altra direzione…

In conclusione: La Casa per Bambini Speciali di Miss Peregrine è un libro appassionante, ma piuttosto deludente. Se vi aspettate un horror – o anche solo una storia inquietante – allora potreste trovarlo una perdita di tempo. Se amate le storie YA fantasy, allora fa assolutamente per voi.

Mi dispiace che questo intervento non sia dei più ispirati, ma, ehi, che ci possiamo fare?

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Welcome to Night Vale. A Novel – Joseph Fink e Jeffrey Cranor

Jan
23

Eccomi qua, con uno spaventoso ritardo (considerato che l’idea, quando ho ripreso il blog, era di scrivere un intervento ogni 3 settimane, circa. Be’, oooops), a mantenere una sorta di promessa. Okay, magari non proprio una promessa. Però il fatto è questo: nel mio intervento su Welcome to Night Vale avevo accennato all’uscita del romanzo, e avevo anche detto che speravo di poterne parlare presto. E ora, eccomi qui, circa una settimana dopo il mio compleanno (Tanti auguri a me. L’idea di avere 24 anni è terrificante, a proposito. Ormai da me ci si aspetta che cominci a comportarmi da adulta, ma proprio non mi ci vedo. E poi, cosa cacchio vuol dire comportarsi da adulti? Francamente, da quello che ho visto fino ad ora, nulla di divertente. Solo un sacco di tempo passato in banca, o in posti altrettanto noiosi, e la gente comincia a guardarti storto quando da McDonalds ordini un Happy Meal – ehi, non è colpa mia se preferisco le porzioni piccole nelle rare occasioni in cui mangio cose del genere. E poi, sì, ogni tanto le sorprese sono carine, e quindi? Tra un po’ probabilmente cominceranno anche a dirmi che sono troppo grande per videogames, e cosplay e tutte le cose belle della vita. Non che importi veramente. E comunque, sto andando fuori tema qui) a parlare di questo libro (l’ovvio sottinteso è: l’ho ricevuto per il mio compleanno. Mi è bastato buttare lì a mia sorella qualche sottile riferimento, tipo “Ah, quanto mi piacerebbe ricevere il libro di Welcome to Night Vale!” oppure “Sono sicura che nessun regalo mi renderebbe felice quanto il libro di Night Vale.” Questa tecnica è stata efficace)

Dunque, senza ulteriori indugi, ecco a voi la trama!

Welcome to Night Vale - A NovelCome tutti i proprietari di banchi dei pegni di Night Vale, Jackie Fierro rispetta la propria routine. Ma l’ordine della sua vita da perpetua diciannovenne viene incrinato quando un misterioso uomo con la giacca marrone e la valigetta in pelle di cervo le dà un pezzo di carta, con su scritte due parole a matita: KING CITY. Tutto di quell’uomo la sconvolge, in particolare il pezzo di carta del quale non riesce a sbarazzarsi. Eppure, quando Jackie mette la propria vita da parte per cercare l’uomo, nessuno che lo abbia incontrato sembra ricordarsi niente di lui.

Il figlio quindicenne di Diane Crayton, Josh, è lunatico e un mutaforma. Ultimamente, Diane ha cominciato a vedere il padre del ragazzo ovunque vada, e l’uomo sembra non essere cambiato affatto rispetto dal giorno in cui se n’è andato, quando erano adolescenti. Josh sta diventando sempre più curioso riguardo al padre scomparso – e questo non fa che portare ad un disastro che Diane può prevedere, ma non prevenire.

Spinte da due parole – KING CITY – la ricerca di Diane per riconnettersi con il proprio figlio e quella di Jackie per poter tornare alla propria routine si avvicinano sempre di più l’una all’altra, e a quel posto che sembra avere in sé la risposta ai loro misteri… sempre che riescano a trovarlo.

Dunque, che dire? Ovviamente, non avevo alcun dubbio sul fatto che avrei amato il libro – in fondo, è scritto esattamente dalle stesse persone che scrivono il podcast, quindi andavo assolutamente sul sicuro. Allo stesso tempo, il cambiamento dei punti di vista rappresentava una bella incognita. Insomma, fino a questo momento, tutto ciò che abbiamo sentito su Night Vale è stato presentato sotto la prospettiva di Cecil, che, diciamocelo, non dà sempre l’impressione di essere il più affidabile dei narratori. Per non parlare del fatto che il suo atteggiamento alla “tutto è spaventoso, e questo è normale” mi ha sempre portato a farmi delle domande – domande che hanno trovato una risposta grazie al libro.

Ad esempio: gli abitanti di Night Vale si rendono conto di non vivere in un posto normale? La risposta è: sì, anche se non sembra che per loro sia un grosso problema.

(“We live in a weird place.”

“Man, we really do.”

“It’s superweird.”

“The best kind of weird.”)

E: come si sente la gente riguardo a Cecil? Be’, a quanto pare, nonostante si rendano conto che le sue notizie sono terrificanti, lo trovano… rassicurante, in un certo senso.

(“Look, life is stressful. This is true everywhere. But life in Night Vale is more stressful. (…) But when Cecil talked it was possible to let some of that go. To let go of the worries. To let go of the questions. To let go of letting go.”)

Un’altra cosa che impariamo, sempre nello stesso capitolo da cui ho preso la citazione, è che la gente si rende perfettamente conto del fatto che gli stagisti della radio comunitaria tendono a morire. In pratica, l’unico a non accorgersi/non curarsi di questa strage è Cecil.

(One of the station interns picked up, promising to take a message, but who knew if the poor kid would even surive long enough to deliver it? (…) “Hey, listen, I think the Arby’s is hiring. Have you considered that? Their death rate is really low for the area.”)

C’è anche la questione di Carlos. Se Cecil è normalmente un narratore inaffidabile, questo diventa mille volte più vero quando c’è di mezzo lo scienziato, ovviamente. Quindi, grazie a un punto di vista un po’ più imparziale, troviamo una specie di conferma alla mia teoria “Carlos ha solo una vaghissima idea di quella che sta facendo, ma, ehi, finché funziona…”

Poi ci sono chiarimenti un po’ più legati alla trama di Welcome to Night Vale, e alla sua mitologia, per così dire. Ad esempio, finalmente si scopre la verità riguardo l’uomo con la giacca marrone e la valigetta in pelle di cervo (e posso dire che, se anche avessi avuto delle teorie valide sulla sua identità, e non ne avevo, non sarei mai riuscita ad indovinare la verità. Ben fatto.) e veniamo portati all’interno della biblioteca – con tanto di prima descrizione dei Bibliotecari! (E sono appropriatamente spaventosi, quindi yeah! Il che mi fa venire in mente un’altra domanda: che tra Joseph Fink e Jeffrey Cranor è rimasto così profondamente traumatizzato da un/a bibliotecario/a durante la propria infanzia?)

Un’altra cosa affascinante del libro è che le protagoniste – Jackie e Diane – sono due persone… normali? Be’, normali per gli standard di Night Vale, comunque. Sì, insomma, Jackie ha diciannove anni da un sacco di tempo, non ha memoria della propria infanzia (cosa che porterà ad una rivelazione piuttosto triste), e gestisce in modo quasi automatico il banco dei pegni più strano del mondo, e Diane è la madre di un adolescente mutaforma, ma sono due persone normali. Insomma, se messe a confronto con l’atteggiamento di Cecil nei confronti delle stranezze di Night Vale, loro sono piuttosto equilibrate.

Due parole anche sugli altri personaggi. Queste due parole sono: ehi, cammeo! (Ew. Questo è quello che succede quando provo ad essere spiritosa. Non fateci caso. Non odiatemi, per favore, cercherò di smetterla) Nella loro ricerca della verità, Jackie e Diane vengono a contatto con diversi personaggi “regolari” del podcast. C’è Carlos (e il suo laboratorio), Old Woman Josie (e almeno tre ang- Ehm. Volevo dire: assolutamente non angeli, naturalmente. Gli angeli non esistono, e comunque, è proibito saperne qualcosa.), Steve Carlsberg, Dana, John Peters (avete presente, il contadino?)… In un certo senso, c’è anche la Faceless Old Woman Who Secretly Lives In Your House, ma, be’, è ovvio che ci sia, no?

Cecil, invece, non è mai presente fisicamente – ma, allo stesso tempo, è sempre presente. Quindi, no, non abbiamo sue descrizioni ufficiali (e, anche se ci fosse stata, Welcome to Night Vale è, tipo, la casa delle descrizioni che non descrivono affatto, quindi dubito che sarebbe stata utile) La principale funzione di Cecil nel libro è quella di commentare ciò che sta succedendo, come una sorta di coro del teatro greco; ogni tot di capitoli, c’è un estratto dal programma radio, in cui commenta la situazione, a volte in modo trasversale, altre più direttamente.

Una cosa da aggiungere sarebbe il fatto che l’epilogo della storia si trova nell’episodio 76 del podcast – episodio caricato cinque giorni prima dell’uscita del libro. È strano? Be’, sì, certo che è strano. Ma stiamo parlando di Welcome to Night Vale qui, quindi… Ovviamente, l’episodio è scritto in modo da non spoilerare niente: quando l’ho ascoltato la prima volta ero tipo “Okay.”, ma, riascoltandolo dopo aver letto il libro ero “Aaaah!”

Chiaro, no?

Quindi, in conclusione, posso solo ripetere quanto ho amato questo libro; ha tutto ciò che rende il podcast qualcosa di incredibile, praticamente impossibile da non adorare. Insomma, ormai è un po’ che conosco Welcome to Night Vale, ma è come se la sua bizzarria mi cogliesse sempre impreparata. Che poi, pensandoci, è anche ovvio: una città che non risponde alle comuni leggi della logica, del buon senso e della realtà in generale, sarà per forza imprevedibile. Ma il fatto è che è davvero imprevedibile, e questo non fa che dimostrare il genio narrativo di chi lavora a Welcome to Night Vale, creando in continuazione storie stravaganti e stupefacenti, che non troverete mai noiose.

Quello che sto cercando di dire è: leggete questo libro. Non ve ne pentirete.

Il ragazzo dei mondi infiniti – Neil Gaiman e Michael Reaves

Apr
6

Sì, sì, lo so: avevo detto che volendo avrei potuto scrivere un intervento a settimana. Il problema è che non ho voluto. In effetti non ho neanche potuto (cacchio, quanto mi farebbe comodo un portatile… e un week-end di cinque giorni almeno)

Ma ora torno, e parlando di un libro di Neil Gaiman! Yaaaaay! (Perchè ho sempre fatto tanto per nascondere il mio amore per quell’uomo, vero? Oltretutto, in fondo all’articolo metterò il link che me lo ha fatto amare anche di più. Ma non vi anticipo niente.) Ok, sì, il libro non è solo suo, però, insomma…

Trama? Trama.

Alcuni pensano che Joey sia strano. Altri che viva in un mondo parallelo. E non hanno torto. Un giorno infatti Joey finisce in una realtà in cui uomini che fanno surf su dischi volanti lo inseguono, e un misterioso eroe lo salva conducendolo in un’altra dimensione. Sarà luì a rivelargli questa nuova, invisibile verità: ogni volta che si profila un bivio, l’universo si scinde in una serie infinita di mondi possibili, che solo i Camminatori come Joey possono attraversare. Mondi in cui si possono avere le ali, la pelliccia di un lupo, lamine metalliche al posto della pelle o semplicemente essere la propria versione maschile o femminile. Ma agli estremi opposti di questo insieme di mondi imperano due universi in guerra tra loro: Esa, pervaso di magia, e il mondo binario, governato dalla tecnologia. Riuscirà l’InterMondo, l’esercito creato dai Camminatori, a proteggere l’equilibrio dei mondi sopravvivendo alle feroci creature che ne sorvegliano i confini?

(Presa da ibs. Il fatto è che sulla copertina la trama non c’è. Però, insomma, ma quanto è figa la copertina italiana? E dietro è ancora più bella.)

Insomma, io sono fatta così: nominatemi Neil Gaiman e dei mondi paralleli, e avrete il 300% della mia attenzione. Il titolo originale è Interworld. La storia buffa è che è stato sulla mia wishlist di The Book Depository per mesi prima che io scoprissi che Il ragazzo dei mondi infiniti era lo stesso libro. “Ma aspetta: per quale motivo l’hai preso in italiano, tu, maledetta snob secchiona?” Ma perchè ho raggiunto (per la seconda volta in meno di due anni, e questo dimostra che ho un problema) i 100 punti sulla tessera della Giunti. Viva me! (A proposito: scandaloso quanto costino i libri in Italia. Con quei 35 € – più altri 5 che ho dovuto aggiungere – ho comprato solo quattro libri. Sapete quanto ho speso per comprare quattro libri in edizione UK su The Book Depository una volta? 20 €. Facciamo un attimo due conti. E un esame di coscienza)

Ma questo non c’entra, sto divagando.

Tutto questo era per dire: Maledizione, ma perchè la Mondadori ha il monopolio su Neil Gaiman??? (No, in realtà il punto era: perchè cambiare il titolo in questo modo, dal momento che nel libro Intermondo viene ripetuto più volte? Bah.)

Comunque, è un gran bel libro, se vi piacciono le avventure in strani universi – e in strani spazi tra gli strani universi – in cui le leggi della fisica funzionano come pare a loro, le storie con scuole speciali per persone speciali, le storie in cui mondi magici sono in guerra con mondi ipertecnologici… e, soprattutto, le storie appassionanti. Belinci se è appassionante! Da divorare.

Sì, mi sono accorta della presenza di un altro nome oltre a quello del mio adorato Neil, ma non conoscendo Michael Reaves (anche se un paio di ricerche mi hanno detto che si occupa principalmente di fantascienza: 100 punti a Michael Reaves!), e non sapendo come lui e Gaiman si sono divisi il lavoro (cioè, ad esempio, in Will Grayson, Will Grayson si sa chi ha scritto che, qui no), mi limiterò a tessere le lodi di colui che è una delle mie persone preferite al mondo.

Ma prima, due parole sui personaggi? Dunque, il protagonista è Joey Harker, un ragazzo capace di perdersi anche in casa sua. Praticamente tutti gli altri personaggi sono versioni alternative di Joey, provenienti da mondi alternativi: abbiamo Joey femmine, Joey maschi, Joey licantropi, Joey giganti, Joey cyborg… Molti Joey, tutti incredibilmente diversi. Fico, no? Poi abbiamo un simpatico blob proveniente dall’Intermondo che può comunicare solo cambiando il proprio colore. Chi non ne vorrebbe uno?

Concludendo: consiglio assolutamente questo libro (di cui uscirà il seguito, The Silver Dream, proprio questo mese. Non in Italia, ovvio. Chissà quanto bisognerà aspettare)

Se non siete ancora convinti, perchè avete deciso di non fidarvi dell’opinione di una persona che trascura così orribilmente il proprio blog, vi propongo qua la Nota degli Autori:

Questo romanzo è un’opera di fantasia. Ma, dato un numero infinito di mondi possibili, in uno dovrà pur essere vero. E se una storia che si svolge in un numero infinito di universi possibili è vera in uno di essi, allora dovrà essere vera in tutti quanti. Di conseguenza, forse non è poi tanto di fantasia quanto crediamo.

Ecco, dai, insomma, non c’è bisogno di aggiungere altro.

L’ultimissima cosa da aggiungere a questo breve e sconclusionato articolo è il link che vi avevo promesso: gli interventi di Neil Gaiman all’evento nerdfighters An Evening of Awesome at Carnegie Hall (di cui vi parlerò in un altro articolo. Per ora, godeteci questo breve estratto)

The Casual Vacancy – JK Rowling

Mar
9

Heeeeelloooooo!

Dunque dunque dunque, tanto per cominciare, è un bel po’ che non mi faccio viva, e mi scuso. Il fatto è che sono un po’ stanca (ho dato 4 esami tra gennaio e febbraio, e ora è iniziato il secondo semestre che un orario abbastanza tremendo) e, francemente, mi manca un po’ di motivazione. Cioè, mi metto qua, scrivo qualche riga per l’articolo e mi dico: “Sì… lo finisco domani.” e il giorno dopo ovviamente me ne dimentico, o mi dico che non ce ne ho voglia, o sono a Pisa dove non ho nè un computer dotato di tastiera nè internet in casa.

Però ora ho raccolto le forze, e finirò questa recensione, e, con un po’ di fortuna e di buona volontà avremo una recensione alla settimana.

(Ahahaa, sì, non ci credo neanche io)

Comuuuuunque, ero anche un po’ indecisa sul fatto di scrivere questa recensione, per via della mia regola “non parlerò di libri conosciuti”, ma poi ho deciso che The Casual Vacancy vale un’eccezione. Insomma, sì, ne abbiamo sentito tutti parlare, e ne abbiamo viste decine di copie nelle vetrine delle librerie, ma io personalmente non ho mai sentito dei veri pareri. Principalmente perchè il mondo si è diviso in due fazioni: quella “è di JK Rowling! Certo che è un capolavoro!” e quella “Bah, il realismo non fa per lei. Doveva limitarsi a Harry Potter, e vivere di rendita per sempre”.

A parte il fatto che quest’ultimo ragionamento, tra l’altro, mi fa incazzare. Cioè, da una parte è vero: JK Rowling potrebbe ritirarsi, non fare un cazzo di niente per il resto della sua vita e stare benissimo economicamente. Ma d’altra parte… argh, mi arrabbio. Non è che se uno fa qualcosa di praticamente perfetto, poi non deve fare altro perchè probabilmente non sarà all’altezza della quasi perfezione del primo lavoro. Tanto per cominciare, io rifiuto di credere che il secondo lavoro abbasserà il livello del primo se non sarà altrettanto buono. In secondo luogo, questa mancanza di fiducia mi sconcerta. Ma chiudo qua con questo discorso.

In ogni caso, ho sentito tante opinioni completamente discordanti (tanto più che alcune erano a priori), che mi è sembrato giusto scrivere questa recensione (non che la mia opinione sia più affidabile di quella di altri. Però questo non mi ha mai fermata, no?)

Ma ora, la trama!

A chi la visitasse per la prima volta, Pagford apparirebbe come un’idilliaca cittadina inglese. Un gioiello incastonato tra verdi colline, con un’antica abbazia, una piazza lastricata di ciottoli, case eleganti e prati ordinatamente falciati. Ma sotto lo smalto perfetto di questo villaggio di provincia si nascondono ipocrisia, rancori e tradimenti. Tutti a Pagford, dietro le tende ben tirate delle loro case, sembrano aver intrapreso una guerra personale e universale: figli contro genitori, mogli contro mariti, benestanti contro emarginati. La morte di Barry Fairbrother, il consigliere più amato e odiato della città, porta alla luce il vero cuore di Pagford e dei suoi abitanti: la lotta per il suo posto all’interno dell’amministrazione locale è un terremoto che sbriciola le fondamenta, che rimescola divisioni e alleanze. Eppure, dalla crisi totale, dalla distruzione di certezze e valori, ecco emergere una verità spiazzante, ironica, purificatrice: che la vita è imprevedibile e spietata, e affrontarla con coraggio è l’unico modo per non farsi travolgere, oltre che dalle sue tragedie, anche dal ridicolo. J.K. Rowling firma un romanzo sulla società contemporanea, una commedia sulla nozione di impegno e responsabilità. In questo libro di conflitti generazionali e riscatti le trame si intrecciano e i personaggi rimangono impressi come un marchio a fuoco. Pagford, con tutte le sue contraddizioni e le sue bassezze, è una realtà così vicina da non lasciare indifferenti.

Devo ammettere una cosa: se non me lo avessero regalato per il mio compleanno, non so quando lo avrei letto. E non per la faccenda “non sarà mai bello quanto Harry Potter” (seguendo questo ragionamento, avrei letto ben pochi libri. Storia divertente: c’è stato effettivamente un periodo, tra le quarta elementare e quasi la fine della prima media, in cui non ho fatto altro che leggere e rileggere i primi cinque Harry Potter, praticamente rifiutandomi di leggere altro, convinta che non avrei mai trovato niente di altrettanto bello. Per fortuna poi mi sono ricreduta, ma non prima di aver letto i primi quattro HP non meno di 10 volte ciascuno.) Il fatto è che mi dicevo: che palle, The Casual Vacancy parlerà di roba da adulti! Noooooia. (Sì, so di avere 21 anni. Ma non è rilevante. Non è mai rilevante)

Poi non so cosa sia successo. So solo che un momento prima avevo appena aperto il libro, e subito dopo mi trovavo oltre la metà, e non avevo alcuna intenzione di smettere di leggere (il che si è rivelato un problema nel momento in cui per leggere non ho ripassato come avrei dovuto per un esame, che quindi ho fallito miseramente)

Non so perchè mi ha preso così tanto. Cioè, è “solo” la storia delle meschinità di un piccolo paese inglese, e delle lotte per un posto nel consiglio comunale. Cioè, chi se ne frega, giusto?

Sbagliato.

Ti importa fin da subito della storia e dei personaggi. Non so come sia possibile, ma è così. Sono persone normali- e intendo, veramente normali. Mediocri. Assolutamente realistiche. Chiunque dica che la Rowling non ci sa fare con i “personaggi normali” si sbaglia di grosso.

Ora, non sto a parlarvi di tutti i personaggi, che sono veramente tanti. Posso dirvi un attimo come sono in linea di massima. Ad esempio,i signori Mollison, Howard e Shirley, due tipi molto alla Dursley. O forse un po’ peggio. O un po’ meglio. Francamente, non sono riuscita a decidere. Hanno gli stessi difetti, alcuni un po’ amplificati, ma per qualche assurda ragione, alla fine non mi sono risultati insopportabili al 100%

Ora che ci penso, non ci sono personaggi del tutto negativi (altro punto a favore per il team “JK Rowling è una grande scrittrice punto e basta, arrendetevi di fronte all’evidenza dei fatti”), a parte forse Obbo, lo spacciatore. E Maureen dal mio punto di vista è del tutto insopportabile, ma non importa.

Insomma, per farla breve, mi ha fatto pensare a “cosa sarebbe successo se la Rowling avesse scritto Skins“, perchè, veramente, personaggi come Krystal e la famiglia Price sembrano usciti direttamente da quella serie, ma con quel tocco in più.

E ora, siccome non mi ricordo se volevo dire altro ancora, chiudo con i Parental Advice (so che ad alcuni l’idea era piaciuta, ma di solito non li metto perchè la maggior parte delle volte mi sembrano superflui. Ma questa volta ci stanno. Perciò:

Sex & Nudity: 8/10

Violence & Gore: 5/10

Profanity: 9/10

Alcohol/Drugs/Smoking:  9/10

Frightening/Intense Scenes: 5/10

Non male, eh? Da Harry Potter a un punteggio complessivo di 36 cinquantesimi (ci tengo a ribadire che lo dico senza voler fare del perbenismo. I punteggi alti non mi disturbano, e non ci trovo nulla di male.)

E ora: brusca chiusura-che-nessuno-si-aspettava-così-brusca.

Ciaups.

(Non ho aggiunto la foto della copertina italiana perchè è identica a quella inglese. Ah, e non trovate anche voi che tra colori e dimensioni il libro ricordi molto una latta di olio?)

The Fault in Our Stars – John Green

Feb
2

Saaalve! Ah ah ah, sono già tornata. Sono imprevedibile.

Il fatto è che dovevo assolutamente parlarvi di questo libro, e non potevo aspettare.

Nominato miglior libro del 2012 dalla rivista Time, e completamente trascurato in Italia. Scandaloso. In pratica Colpa delle Stelle (niente da dire sul titolo, ok. Traduzione letterale, va bene) è stato rilegato alla sezione Chick Lit, con tanto di copertina adatta al genere (eccola in fondo all’articolo) e senza un minimo di rilevanza. Cioè, neanche uno di quei collari da copertina che segnali un minimo l’importanza di questo libro. Tremendo, veramente.

Ma ora, iniziamo veramente a parlarne. Ecco la trama, presa dall’edizione italiana.

Hazel ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, la malattia che anni prima le hanno diagnosticato è ora in regressione. Ha però anche imparato che i miracoli si pagano: mentre lei rimbalzava tra corse in ospedale e lunghe degenze, il mondo correva veloce, lasciandola indietro, sola e fuori sincrono rispetto alle sue coetanee, con una vita in frantumi in cui i pezzi non si incastrano più. Un giorno però il destino le fa incontrare Augustus, affascinante compagno di sventure che la travolge con la sua fame di vita, di passioni, di risate, e le dimostra che il mondo non si è fermato, insieme possono riacciuffarlo. Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato.

Allora, già dalla trama avrete capito che non è un libro allegro. Ma non so se è possibile cogliere la portata tragica di The Fault in Our Stars. Lo dico perchè io, stupidamente, l’ho sottovalutata, e ho passato due notti a piangere disperatamente (e anche oggi, ripensandoci, mi sentivo mancare il fiato) Mai pianto tanto per un libro. John Green è un sadico bastardo: lo potevo praticamente vedere che mi rigirava il coltello nella piaga per 313 pagine.

Cosa ci si poteva aspettare dalla storia di una ragazza malata di cancro, che si innamora di un ragazzo che, a causa del cancro, ha perso una gamba?

C’è anche da dire che The Fault in Our Stars non è triste al 100%. C’è anche un 15/20% di divertimento. Perchè i personaggi, nonostante le loro sfighe, sono divertenti, svegli, autoironici.

Certo, il risvolto negativo è che c’è una piccola, razionale parte del tuo cervello che spera di poterli trovare odiosi, perchè, date le premesse, affezionarsi è pericoloso. Il problema è che non farlo è impossibile.

Hazel è diversa dai soliti protagonisti di John Green. Tanto per cominciare perchè è una ragazza. Duh. Scusate, ci tenevo a fare Capitan Ovvio. No, scherzi a parte, è una cosa piuttosto rilevante, perchè di norma, nei suoi romanzi, le ragazze sono quelle pazze, originali, geniali, del tutto fuori dal comune. Hazel invece è una ragazza del tutto normale. Una intelligente, sarcastica ragazza normale. L’unica cosa che la accomuna veramente con gli altri protagonisti di John Green è che non è una piena di amici, anche se qui al 95% almeno la cosa è dovuta alla sua malattia, che l’ha costretta a rinunciare alla scuola.

Augustus è… be’, se si può fare una critica a The Fault in Our Stars è che Augustus a volte è fin troppo perfetto. Cioè, appare, e nel giro di 3 secondi, BAM!, sei innamorata/o (“Did you ever feel slightly attracted to Augustus Waters while writing The Fault in Our Stars? No! … A little bit.” cit. John Green Burning Peeps, My OTP, and Velociraptors: It’s Question Tuesday ): è divertente, romantico, intelligente e sexy. Sì, è sexy. Innegabile.

Poi c’è Isaac, che ha perso un occhio a causa del cancro (e nel corso del romanzo perderà anche l’altro). Lui è un personaggio un po’ alla Takumi di Cercando Alaska, o radar di Città di Carta: una specie di voce della coscienza. È il migliore amico di Augustus, e colui che permette l’incontro tra lui e Hazel, il giorno che convince l’amico ad accompagnarlo alle tremende riunioni di sostegno per malati di cancro. Non so, io ho adorato Isaac.

Una buona parte della trama è legata all’amore quasi ossessivo di Hazel per un libro, An Imperial Affliction, e alla ricerca della ragazza del suo misterioso autore, Peter Van Houten, che vive da eremita ad Amsterdam, e non risponde alle lettere dei fan. Contattarlo per Hazel è tanto importante perchè il libro finisce nel bel mezzo di una frase e lei, soprattutto dal momento che sa di avere praticamente i giorni contati, sente di aver bisogno di sapere come finiscono tutte quelle piccole storie dei personaggi secondari, lasciate in sospeto da quel finale così brutale.

Non c’è bisogno di aggiungere molto altro, se non che, come ho già detto e non mi stancherò mai di ripetere, John Green scrive maledettamente bene. Io non riuscivo a staccarmi da quelle pagine (se non per disperarmi/piangere/soffiarmi il naso. Il che mi fa venire in mente: mi raccomando: fazzoletti a portata di mano! Non scherzo, ne avrete bisogno. E se non ne avrete bisogno… allora non avete cuore e/o siete dei robot.) Oltre a questo, The Fault in Our Stars è praticamente una collezioni di frasi splendide. Solo per dirne un paio delle più famose:

My thoughts are stars I can’t fathom into constellations.

I fell in love the way you fall asleep: slowly, and then all at once.

In un certo senso, sento il bisogno di rileggere questo libro, ma 1) non posso, perchè devo studiare 2) non voglio immettermi di nuovo in quel labirinto di sofferenza (yeah, ho appena citato Cercando Alaska. Mi sento molto soddisfatta di me)

Chiudo invitandovi ancora ad iscrivervi al gruppo Facebook per Nerdfighters Italiani.

Worldshaker – Richard Harland

Jan
25

Hello!

Riemergo per un pochino dall’oceano di cose che ho da studiare (nella mia infinita saggezza ho deciso di provare a dare 4 esami in 2 mesi. Ieri ho dato il secondo. Per la fine di febbraio sarò da rinchiudere) per parlarvi di un libro… steampunk! Un giro di applausi per favore.

Cominciamo con la trama (tradotta da me, dal momento che non credo che Worldshaker sia uscito in Italia)

Col conduce una vita di lussi nei Piani Superiori del juggernaut (che vorrebbe dire, tipo, “macchina gigantesca”, ma a me piace lasciarlo così) Worldshaker, una città mobile grande quanto una montagna. Molto più sotto i Filithies lavorano duramente nella sporcizia, dando potenza agli enormi motori. Col è stato scelto come prossimo Comandante Supremo – ma poi una ragazza Filthy scappata da Di Sotto, appare nella sua cabina. “Non lasciare che mi prendano!” lo supplica.

La consegnerà, o romperà tutte le regole?

Il sicuro mondo elitario di Col sta per crollare.

Che cosa buffa, non ci avevo fatto caso: la trama racconta quello che succede nelle prime tre pagine. E basta. Strano.

Dunque dunque dunque. Prima cosa da dire: Worldshaker è uscito nel 2009, come Leviathan, e chiaramente entrambi i romanzi sono diretti allo stesso pubblico (perciò se vi è piaciuto l’uno, è molto, molto probabile che vi piaccia anche l’altro)

Io devo ammettere che, almeno inizialmente, non ero molto convinta. C’erano così tante cose che potevano andare storte e rendere Worldshaker brutto. Tantissime. E sembrava che in ogni momento potesse andare tutto storto. Non dico a livello di trama. Cioè, nel senso: Aaaaah, per fortuna è andato tutto bene. No. Non in quel senso. Più che altro intendo che sembrava che la cosa che mi avrebbe fatto mollare il libro sbuffando fosse sempre dietro l’angolo.

E invece no.

Ad un certo punto mi sono trovata proprio catturata nella rete. Ero nella situazione in cui uno non può fare a meno di abbandonarsi a gesti drammatici (non so, tipo sbattere il palmo della mano contro la fronte e sospirare) e ad imprecazioni/esortazioni ad alta (altissima) voce. Già, è proprio il genere di libro che ti fa fare cose del genere.

Il protagonista, Colbert, è strano. Sembra Alek all’inizio di Leviathan, quando era pomposo e scemo, però più pomposo e scemo. E con meno carattere. Ma almeno poi migliora. Cioè, lo capisco pure, poveraccio: è schiacciato al peso della sua famiglia -che è la più prestigiosa del Worldshaker- e in particolare da quello del nonno, Comandante Supremo e supremo stronzo, che gli mette sulle spalle ancora più pressione quando lo nomina suo successore al comando. Soprattutto perchè il suo vero erede, il padre di Colbert, ha già deluso il Comandante a suo tempo, mostrando pietà per i Filthies.

Chi sono i Filthies? Sono gli schiavi nell’universo di Worldshaker. No, questo non rende l’idea. Tanto per cominciare, non sono neanche considerati umani. Sub-umani? Bah. Non saprei. Il fatto è che in realtà non vengono neanche considerati veramente. Il solo nominarli è tabù (uh, a proposito di tabù: il romanzo è ambientato, se non ricordo male, verso la fine del XX secolo, ma è come se si fosse ancora in epoca vittoriana, tanto che c’è una regina Vittoria – non la regina Vittoria, ma vabbè. Il punto è che si tratta di un’epoca vittoriana bella pesa, da manuale), e nessuno li ha mai visti veramente, perchè stanno nella parte più bassa del juggernaut.

Ne escono solo se e quando vengono pescati per diventare Menial, schiavi muti e del tutto sottomessi di chi vive ai Piani Superiori.

Ed è proprio questo il destino che sarebbe toccato a Riff, la protagonista, se lei non fosse stata più furba e più veloce. Che dire di Riff? Be’, se vogliamo mantenere una sorta di parallelismo con Leviathan, diciamo che Lilit e Deryn correrebbero a darle il cinque. Soprattutto Lilit. Riff, pur avendo solo quattordici anni, è uno dei capi di un “consiglio rivoluzionario”: i Filthies non ne possono più dei maltrattamenti che sono costretti a subire, e hanno deciso che è giunta l’ora di ribellarsi.

E i maltrattamenti sono belli pesi, sia da Filthies, sia da Menials.

Da Filthies vengono praticamente lasciati a morire di fame, e vengono continuamente spruzzati con vapore rovente per “incrementare la produttività” (sì, ottimo piano, senza neanche una minima pecca. Bravi), e da Menials… No, non vi dico niente. Spoiler.

Worldshaker mi ha ricordato un film che mi ha raccontato una volta una mia collega di facoltà: Metropolis. Il film è del ’27, e deve essere stupendo (giuro che prima o poi lo guardo) Ora che ho dato un’occhiata alla trama da Wikipedia mi sono resa conto ancora di più delle somiglianze. Mmm…

Non so che altro dire, perchè ho paura di spoilerare.

Oddio, temo di avere il cervello un po’ fritto. Studiare troppo fa male, ragazzi!

Vediamo… Worldshaker si legge in un attimo, anche perchè ha capitoli molto corti, perciò si finisce nel meccanismo: “Bah, sono solo un paio di pagine. Posso andare avanti ancora un pochino…” E poi, BAM!, il libro è finito.

Ok, io chiuderei qua. Mi scuso per questo intervento così corto e malscritto, ma, come ho già detto, sono stanca morta. Se vi può essere di consolazione, guardate quanti bei libri nuovi ci sono nella mia libreria Anobii, qua alla vostra destra, e sappiate che, se tutto va bene, a partire da metà febbraio sarò libera di leggere e scrivere quanto mi pare. Yeeeaaaaah!

Buona Apocalisse a tutti! -Terry Pratchett e Neil Gaiman

Dec
21

Saaaalve! Vi sono mancata? No, non credo, non è passato abbastanza tempo.

In realtà, è già un bel poche ho finito questo libro. Il motivo per cui ho aspettato fino ad oggi per la recensione è che sono una simpaticona, ovviamente. Dai, come potevo resistere? Recensire Buona Apocalisse a tutti il 21 dicembre 2012! Aaah, sono sempre la solita.

Perciò, eccomi qui, in questa “giornata speciale” (ma anche no) a parlare di uno dei libri migliori che io abbia mai letto. Non vedo l’ora di dirvi quanto è spettacolare!

Sulla base delle Profezie di Agnes Nutter, Strega (messe per iscritto nel 1655 prima che Agnes facesse saltare in aria tutto il villaggio riunito per godersi il suo rogo), il mondo finirà di sabato. Sabato prossimo, per essere proprio precisi. È per questo motivo che le temibili armate del Bene e del Male si stanno ammassando, che i Quattro Motociclisti dell’Apocalisse stanno scaldando i loro poderosissimi motori e sono pronti a lanciarsi per strada, e che gli ultimi due scopritori di streghe si preparano a combattere la battaglia finale, armati di istruzioni clamorosamente antiquate e di innocue spillette. Atlantide sta emergendo, piovono rane dal cielo. Gli animi si surriscaldano… Bene bene. Tutto sembra proprio andare secondo il Piano Divino. Non fosse che un angelo un filo pignolo (ma giusto un filo, per carità) e un demone che apprezza la bella vita – ciascuno dei quali ha passato tra i mortali sulla Terra parecchi millenni e si è, come dire?, affezionato a usi e costumi umani – non fanno esattamente salti di gioia davanti alla prospettiva dell’incombente catastrofe cosmica. E allora, se quei due (Crowley e Azraphel) vogliono che quanto profetizzato non si compia, devono mettersi al lavoro subito per scovare e uccidere l’Anticristo (mica una bella cosa, visto che è un ragazzino simpaticissimo). Ma c’è un piccolo problema: sembra proprio che qualcuno lo abbia scambiato con qualcun altro…

Non so neanche da dove cominciare. Ho amato tanto questo libro che… Oddio. Allora, con calma.

Come sapete, adoro Neil Gaiman. Credo che sia un genio assoluto. Come non sapete, sono anni che vorrei iniziare a leggere i libri del ciclo del Mondodisco, di Terry Pratchett (ma non ho ancora mai avuto occasione di farlo. Ora che quei libri sono stati ri-pubblicati dalla Tea, penso che presto potrò togliermi questa curiosità. Ma qui stiamo andando fuori tema) Per arrivare al punto, ora adoro Gaiman ancora di più.

Per molti versi, questo splendido, geniale libro (scritto nel ’90) mi ha ricordato un’altra serie di splendidi, geniali libri: quelli della serie della Guida Galattica per Autostoppisti (cooome? Non li avete mai letti? Non ne avete neanche mai sentito parlare? Eh, no, eh, non va. Pensate che dovrei scrivere un articolo a riguardo? Forse andrebbe contro la mia politica non di parlare di opere troppo famose, ma se me lo chiedete gentilmente, potrei ripensarci.): abbiamo nonsense, un grandioso umorisimo (inglese), un’avventura di dimensioni epiche, personaggi stravaganti, divertenti, semplicemente assurdi… Insomma, tutti ingredienti che io non potevo fare a meno di adorare. Chiedete alla mia compagna di stanza: praticamente non ho fatto altro che ridere per tutto il tempo della lettura. E io sono un po’ come la sorella della Rowling: più rido, più quello che sto leggendo mi piace (ed ecco a voi, del tutto gratis, una pillola della biografia di JK Rowling. Non c’è di che). E in questo caso si trattava di un libro talmente divertente che… AAAAAAAAAAH! Non riesco neanche a parlarne nel modo giusto.

Da cosa comincio? Dai personaggi?

Be’, loro sono parecchi. Abbiamo Crowley, un demone (e che demone!: il serpente che ha tentato Eva) che ama la Terra, e non vorrebbe l’Apocalisse (perchè la vittoria di una qualsiasi delle due parti porterebbe a un’esistenza noiosissima), e Azraphel, un angelo (quello che era a guardia dell’Even). I due dovrebbero essere nemici mortali, ma in realtà sono amiconi. Secondo me una delle migliori amicizie mai raccontate in un libro. Sarà che è una cosa così assurda e paradossale… Be’, in ogni caso i due hanno un interesse comune: impedire l’Apocalisse (nonostante gli ordini dei loro Superiori imponga tutt’altro)

Poi c’è Adam Young, ovvero l’Anticristo (a causa di uno scambio in culla: il figlio di Satana non doveva finire in un’anonima famiglia inglese, ma in quella dell’ambasciatore americano a Londra. Ringraziamo l’inefficienza di Crowley e di un gruppo di suore sataniste. Sì, avete letto bene: suore sataniste), un bambino con un enorme potere e un piccolo gruppo di amici su cui comandare.

Anatema Device invece è una strega, discendente di Agnes Nutter, impegnata, come tutta la sua famiglia nella decifrazione delle profezie dell’antenata. La sua strada si incrocerà (come previsto) con quella di Newton Pulsifer, cacciatore di streghe per hobby, e discendente del cacciatore di streghe che ha mandato sul rogo Agnes Nutter (Non-desiderare-la-donna-d’altri Pulsifer. Non-desiderare-la-donna-d’altri è il nome. Indovinate come si chiamavano i suoi nove fratelli).

Infine, ci sono i quattro Cavalieri dell’Apocalisse, anzi, i quattro Motociclisti dell’Apocalisse, pronti a radunarsi, grazie all’aiuto di un solerte fattorino.

Però così non riesco a rendere neanche minimamente l’idea. Perchè il libro è tanto pieno di tante cose tanto geniali (la ripetizione è voluta. Si chiama licenza poetica. Anzi, no: licenza blogghista) che è difficile da spiegare. Posso solo dirvi che, quando tentavo di spiegare alla mia compagna di stanza perchè mi stavo sbellicando dal ridere, lei mi guardava come si guarda un pazzo (però poi ha ammesso che un libro del genere lo vorrebbe proprio leggere) Vorrei mettermi qua a rileggerlo, solo per potervi riferire i miei pezzi preferiti, e farvi capire…

Immaginatevi errori, equivoci, e che la posta in gioco sia la battaglia finale tra il bene e il male. Immaginatevi che l’avvicinarsi dell’Armageddon implichi un sacco di cose assurde, scaturite dalla mente di un bambino (il continente perduto di Atlandide che torna in superficie, facendo incagliare una nave; monaci tibetani che viaggiano in tunnel sotterranei; alieni che arrivano sulla Terra per multare gli uomini per come abbiamo trattato il pianeta…), e immaginatevi strane, ma assolutamente accurate, profezie, scritte su un libro che non ha venduto neanche una copia perchè troppo accurato nelle sue previsioni.

Be’, direi che ho fallito miseramente: è impossibile rendere giustizia a questo libro. Accidenti. Vuol dire che sarò costretta ad usare i miei mistici poteri mentali per convicervi della sua epicità, grandiosità, spettacolarità: siete sempre più convinti che leggere questo libro sia un’ottima idea… sempre di più… sempre di più… Ormai non vedete l’ora di leggerlo…

Ok, mi ringrazierete poi.

Chiudo dicendo solo che mi piace più il titolo italiano rispetto a quello originale (Good Omens. Non male, ironico, ma Buona Apocalisse a tutti! fa ridere… Vabbè…), ma il problema è questo: come praticamente ogni libro di Gaiman, in Italia è edito dalla Mondadori. In particolare, si tratta di una di quelle raccapriccianti edizioni con il dorso giallo e le pagine puzzone e disordinate che io odio.

Alla prossima, gente!

Battle Royale – Koushun Takami

Oct
18

Ed eccomi qua, a meno di una settimana dal mio ultimo articolo. Ve l’avevo detto: anarchia blogghistica. YEAH!

Sì, lo so, è una follia: sarebbero meglio intervalli regolari, senza grosse pause, ma ho deciso di… beh, impazzire. Così è più divertente e imprevedibile. Comunque, tranquilli, cercherò di non far passare mesi da un intervento all’altro (non che la regola “articoli-una-domenica-sì-e-una-no” abbia mai fatto la differenza, da questo punto di vista…)

In ogni caso, passiamo senza ulteriori indugi al libro del giorno.

E parto con una premessa: mi ha delusa immensamente. Non mi è piaciuto. Ma questo fa parte della nuova politica anarchica (mmm… non è una contraddizione in sè?): scriverò di qualsiasi libro che mi faccia venir voglia di piazzarmi qua davanti al computer per parlare con voi. Bel libro? Brutto libro? Libro mediocre? Non ha importanza.

Repubblica della Grande Asia dell’Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d’istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un’isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un “gioco” il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo… Edito nel 1999, “Battle Royale” è un bestseller assoluto in Giappone, il libro più venduto di tutti i tempi; diventato fenomeno di culto, ha ispirato celebri film, manga sceneggiati dallo stesso Takami e videogiochi. Scritto con uno stile insieme freddo e violento, “Battle Royale” è un classico del pulp, un libro controverso e ricco di implicazioni, nel quale molti hanno visto una potente metafora di cosa significhi essere giovani in un mondo dominato dal più feroce darwinismo sociale.

Dunque dunque dunque.

Partiamo dall’ovvio: l’ho letto per fare un onesto confronto con Hunger Games.

Ricorderete, forse, l’articolo in cui parlavo del libro di Suzanne Collins che, sì, mi era piaciuto, ma mi aveva lasciata parecchio perplessa sul fronte originalità.

Ecco, diciamo che, leggendo Battle Royale, ho avuto la forte impressione che qua si tratti di un palese caso di violazione del copy-right. Possibile che la Collins sia sfuggita al tribunale? Mi sembra stranissimo.

Vi faccio due esempi pratici (ho deciso di escludere le generali somiglianze che si trovano nelle trame dei due libri, dal momento che si possono considerare anche, come dire, canoniche per il genere)

  • REPERTO A (magari poco rilevante, magari da ragazzina pedante, ma secondo me degno di stare in questa breve lista): all’inizio di Battle Royale Noriko, la protagonista femminile, viene ferita ad una gamba. Ad un certo punto inizia a stare malissimo: ha la febbre, sembra che stia per morire e la causa pare essere (ma poi si scopre che non è così) un’infezione della ferita. A questo punto Shuya, protagonista maschile, decide che è il caso di rischiare la vita per curarla.
    Diciamo che non ho potuto fare a meno di pensare a quando, in Hunger Games, Peeta viene ferito (ad una gamba), sta malissimo, ha la febbre, sta per morire e Katniss decide che è il caso di rischiare la vita per curarlo. (Notare l’inversione di ruoli: è molto importante per una critica che voglio fare a Battle Royale)
  • REPERTO B: Shuya finalmente incontra il suo amico Hiroki, che però non si unirà al suo gruppo perchè sta cercando una ragazza. Per fare sì di riuscire a incontrarsi di nuovo quando troverà questa tipa, i due (anzi tre, perchè ad avere l’idea è un altro amico di Shuya, Shogo) si accordano su un segnale, ovvero, udite udite, il canto di un uccello (in realtà un richiamo per uccelli, ma la sostanza non cambia)
    Non vi dà una strana sensazione di deja-vu?
    Vi rinfresco la memoria: cosa dovevano fare Katniss e Rue per ritrovarsi in Hunger Games? Esatto: dovevano usare il canto degli uccelli. Mmm…

Comunque, questi sono solo le cose più palesi che ho trovato.

Però, a pare la sfacciata scopiazzatura, ho apprezzato molto di più Hunger Games. Ed ecco le ragioni (sulla mia agenda ho segnato punti a favore e punti a sfavore per entrambi i libri)

PUNTI A FAVORE DI HUNGER GAMES (rispetto a Battle Royale):

  1. Il primo punto, in realtà, vale un milione di punti: Battle Royale è un libro tremendamente maschilista. In pratica, quasi tutti i personaggi maschili sono quasi dei supereroi, bravi in tutto (uno, Shinji, è talmente perfetto da essere ridicolo) Vero: a parte una ragazza (Mitsuko, che, pur essendo pazza e cattiva, a mio parere è uno dei tre soli personaggi femminili forti in tutto il romanzo), sono praticamente solo i ragazzi che decidono di partecipare attivamente al Programma, ma questo li rende comunque attivi. Le ragazze, invece, sono solo carine, timide, dolci. Stop.
    Uniche eccezioni sono, appunto, Mitsuko (cattiva in modo terrificante), Takako (che combatte con una grandissima forza contro uno che vorrebbe stuprarla) e Yukie (che grazie alla sua attitudine alla leadership riesce a mantenere una certa civiltà e tranquillità all’interno di un gruppo)
    Noriko, invece, tanto per dirne una, è insopportabilmente passiva. Insomma, capisco che tu non voglia partecipare a questa cosa, fai benissimo a non voler uccidere quelli che fino a poche ore prima erano i tuoi compagni di classe, ma, per l’amor di Dio, se qualcuno cerca di ucciderti, almeno provaci a difenderti! Non stare sempre a contare sull’uomo della situazione per salvarti! Eccheccacchio!
    Insomma, confrontiamo un attimo questi patetici personaggi femminili, che sembrano creati apposta (ed è probabile che sa realmente così) per far sentire gli uomini più macho, più forti, più fighi, con Katniss, che è uno dei personaggi femminili più forti della letteratura degli ultimi anni (degli ultimi decenni? Secoli? Di sempre?)
    No, avete ragione: non facciamolo. Non c’è paragone.
  2. Lo stile di Battle Royale è molto freddo. Non ti permette di affezionarti ai personaggi. Ovvio, come fai a legarti emotivamente a personaggi che durano un capitolo, prima di morire (in modi orribili)? Non è possibile.
    E non è facile neanche connettersi con i protagonisti. Non è facile per niente.
    Tutta un’altra storia se è direttamente la protagonista che parla, facendovi entrare nella sua testa.
  3. Questo punto è strettamente legato al precedente: in Hunger Games sappiamo con precisione di chi è il punto di vista. Katniss racconta in modo credibile, nel senso che noi sappiamo ciò che lei sa, e nulla più.
    In Battle Royale invece abbiamo una sorta di narratore onnisciente, che, oltre ad essere tremendamente fuori moda, ci impedisce ulteriormente di empatizzare con i personaggi: ci viene detto troppo. Troppo sui personaggi, troppo sul Programma, troppo sulla situazione politica di questo mondo distopico… Non ci si focalizza mai del tutto su quello che, secondo me, dovrebbe essere il punto del libro: un gioco perverso in cui compagni di classe, amici, innamorati, devono uccidersi tra loro.
    La situazione migliora dopo un po’, quando l’autore/narratore decide che tutto quello che c’era da dire è già stato detto (e infatti verso la fine la lettura diventa molto più scorrevole e piacevole)

PUNTI A FAVORE DI BATTLE ROYALE (rispetto a Hunger Games):

  1. La brutalità. Ok, questo punto vi suonerà strano, specie detto da me, ma per me la brutalità di Battle Ryale è un grosso punto a favore. Insomma, si tratta di libri che parlano di ragazzi che si uccidono tra di loro, gli eufemismi sono inutili.
    (Con questo non sto dicendo che ho apprezzato le descrizioni dei cadaveri o delle morti più violente, ovvio. Anzi, mi è capitato di essere sul punto di vomitare)
  2. Soprattutto, questo è il libro copiato, non il copiatore.
GENERICI PUNTI A SFAVORE DI BATTLE ROYALE:
  1. Una cosa fastidiosissima: qua e là sono inseriti commenti ironici del tutto fuori luogo, non solo rispetto al contesto (tragicissimo), ma proprio fastidiosi per la narrazione. Insomma, ogni tanto si capisce che è proprio l’autore ad intervenire, nello stesso modo, peraltro, in cui ogni tanto intervengo io nei miei articoli (ma, a mia difesa, posso dire che una cosa è buttare lì un commento ironico nel mezzo di una recensione, una cosa è farlo nel mezzo di una strage)
  2. I personaggi sono estremamente caricaturiali, non credibili. Ci sono i molto buoni, i molto cattivi, i molto snob, i molto bravi in qualsiasi cosa… C’è Shuya, di cui tutte le ragazze sono innamorate (Tutte. TUTTE. T.U.T.T.E., tranne, forse, tre)
    C’è Shogo, che ha partecipato una volta (ok, già si è abbastanza sfigati ad essere pescati due volte, ma comunque…) e si ritrova esperto in tecniche di sopravvivenza e nell’uso delle armi.
    Insomma, dai!
  3. A proposito di caricature, due parole sull’unico personaggio gay di tutto il romanzo: è stereotipato in un modo talmente offensivo che la mia indignazione non può essere espressa a parole.
    Tanto per cominciare, la prima volta che lo vediamo, è lì che si sta specchiando e pettinando. Nel. Bel. Mezzo. Del. Programma. Eh cacchio!
    Poi rispondo al classico tipo di gay effemminato e molesto (quello che i più coglioni e retrogradi tra gli uomini etero temono più della peste)
    Assurdo. Capisco che  nella “Repubblica della Grande Asia”, come in praticamente ogni dittatura, vige un’omofobia di stato, ma mi pare che Takami si si calato un po’ troppo in questa mentalità…
  4. Sempre a proposito di caricature, l’autore ha avuto la stupida, malsana idea di dare una catch-phrase ad un personaggio che dura solo un capitolo. Cosa ne risulta? Be’, un gran giramento di palle: la parola “volgare” viene ripetuta ventuno volte (sì, ho tenuto il conto. Ho deciso di farlo dopo la quinta volta, quando ho iniziato a dire, tra me e me, ma che cazzo!) in dodici pagine.
    Un po’ tantino, non trovate?
  5. Il linguaggio è artificioso, poco credibile. I dialoghi sono irrealistici.
    Ormai mi conoscete un po’, penso che abbiate intuito che sono una fan del “parla come mangi, e scrivi come parli”. Perciò in un libro un linguaggio così artificiale non può che risultarmi estremamente fastidioso.
    E la parolacce… Sono forzate, inserite talmente alla cazzo da essere ridicole, e il linguaggio in certi punti sembra quello di un pessimo film poliziesco (“Questo fottuto governo…” “Ucciderò quel fottuto bastardo!” Bah)
  6. E c’è un uso eccessivo di punti esclamativi. Niente, ci tenevo a puntualizzarlo. Nessuno usa così tanti punti esclamativi al di fuori dei dialoghi!

Ora, due parole sull’edizione italiana.

Ok, tecnicamente mi basterebbe dire: In Italia è edito dalla Mondadori, e voi capireste già dove voglio andare a parare. Ma lo dico lo stesso.

Tanto per cominciare, capisco perfettamente che i traduttori dal giapponese non crescono sugli alberi, ma trovarne uno che sappia l’italiano era troppa fatica? Il traduttore di Battle Royale non ha idea dei tempi verbali: imperfetto dove ci sarebbe dovuto essere il passato remoto, e viceversa (in continuazione)   E anche un paio di problemi con i congiuntivi.

Poi un classico dei libri della Mondadori: i problemi di stampa. Mezze parole che mancano, chiazze di inchiostro… Che incazzatura.

Per non parlare poi dell’edizione. Avete presente quei libri con il dorso giallo, e le pagine sistemate in modo tutto irregolare? Bah, che schifezza. Insomma, di solito le copertine sono belle, e il dorso giallo mi piace, ma quelle pagine messe a casaccio e ruvide sono una merda.

Concludo questa lista di pro e contro con l’unico punto davvero favorevole a Battle Royale: ti prende tantissimo. Soprattutto la seconda metà, quando il narratore inizia a diventare meno pedante e si è nel vivo dell’azione (o, per meglio dire, nel pieno della strage) Oltretutto, alla fine di un capitolo, c’è scritto il numero di sopravvissuti, perciò, ogni volta che sbirciate quella cifra (e so che lo farete), e vedete il numero calare,  avete bisogno di sapere che è successo.

Ma ora è giunto il momento di chiudere questo lunghissimo intervento. Per farla breve, Suzanne Collins è una scrittrice molto più abile di Koushun Takami. Ma -ah ah- ciò non toglie che la Collins abbia scopiazzato un po’ troppo in giro per poterla passare liscia.

Per quanto riguarda Battle Royale, non ve lo sconsiglio del tutto. Magari, però, cercate un’edizione (in inglese, magari, nella speranza che la traduzione sia migliore) molto più ecomomica di quella merdina da 12 euro della Mondadori.

Ah, no, aspettate, non posso chiudere così! Non vi ho detto che esiste anche un manga (che io ho rinunciato a leggere dopo il primo cadavere. Mi stavano venendo i conati) e un film (censuratissimo, che in Italia, stando a quanto mi è stato detto, non è arrivato per una ragione talmente stupida da essere ridicola. Ok, so che siete curiosi, e allora vi racconto. In gran parte del mondo, il film è stato censurato a causa della violenza, ma in Italia per via del fatto che qua BR sta per Brigate Rosse. Ci rendiamo conto??? Insomma, Wikipedia non ne fa menzione, ma mi è stato raccontato da una fonte che ritengo piuttosto attendibile. Ma come storia è abbastanza assurda da essere credibile. Il film è uscito comunque, ed è stato pure doppiato, ma lo si può trovare, a quanto pare, solo tra i film a noleggio.)

^^^EDIT 22/10/2012^^^

Mi è stato fatto notare da alcuni miei amici che il film non è difficile da trovare *cough*in streaming*cough* (wow, come sono brava a camuffare le parole!)

Ah, e già che ci sono, aggiungo un’ultima cosa: la settimana scorsa ho fondato su Facebook il primo gruppo italiano per Nerdfighter. Per ora è un gruppo minuscolo (siamo in tre. E una di noi è una mia amica tedesca, quindi non vale) Perciò, insomma, se vi ho convinti ad unirvi alla causa a forza di parlare dei Nerdfighter e dei Vlogbrothers,  unitevi a noi!

The Risen Empire – Scott Westerfeld

Oct
12

Ed eccomi di nuovo qua, ladies and gentlemen!

Cacchio, è un sacco che non scrivo. Chiedo umilmente perdono; settembre è periodo di esami, e ne ho dati due abbastanza tosti (che ho passato alla grande. Che geniaccio che sono)

E comunque, l’importante è che ora sono qui, in procinto di parlarvi di un libro del nostro adorati signor Westerfeld!

Ma prima, un paio di comunicazioni di servizio. *musichetta da comunicazioni di servizio*

Prima cosa: penso di aver deciso di non pubblicare qua quel racconto breve. Il fatto è che mi sono resa conto che fa piuttosto schifo. Perciò per ora siete salvi.

Seconda cosa: in preda a chissà che raptus di follia, mi sono iscritta a NaNoWriMo (National Novel Writing Month). Di cosa si tratta? Be’, è una sfida: scrivere un romanzo di 50’000 parole (circa 175 pagine) in un mese (novembre) Praticamente è una follia, ma sembra divertente. (A proposito, ecco il link, in caso vi vogliate iscrivere anche voi.) Che cosa ho in mente di scrivere? Beh… lo saprete poi. Per ora sono dell’idea di buttarmi sullo steampunk (ovvio), ma è un po’ complicato, perciò sono ancora in tempo a cambiare idea. Vi terrò aggiornati.

Terzo annuncio: è scaduta la regola dell’articolo una domenica sì e una no. D’ora in poi anarchia blogghistica: aspettatevi l’inaspettato. Pubblicherò quando mi andrà di pubblicare.

Ed ora, arriviamo al motivo per cui siamo qua. Iniziamo con la trama! (tradotta da me dal retro dell’edizione inglese)

L’imperatore non morto ha governato gli Ottanta Mondi per 16 secoli. Suo è il potere di dare immortalità a coloro stima degni, creando una classe elitaria conosciuta come i “Risen” (Risorti). Insieme alla sorella, l’eternamente giovane Imperatrice Bambina, il suo potere all’interno dell’Impero è stato assoluto. Fino ad ora.

I grandi nemici dell’impero, i Rix, tengono l’Imperatrice Bambina in ostaggio. Incaricato del suo salvataggio è il Capitano Laurent Zai. Ma quando la polita imperiale è coinvolta, la posta in gioco è incredibilmente alta, e Zai potrebbe scoprire che i Rix sono l’ultimo dei suoi problemi. Sul mondo-patria, l’amante di Zai, la Senatrice Nara Oxam, appena stabilitasi al Concilio di Guerra dell’Imperatore, deve perseguire la guerra contri i Rix tenendo sotto controllo, allo stesso tempo, gli impulsi inumani dei consiglieri risorti. She dovesse fallire a uno dei due compiti, sarabbero in milioni a morire.

E al centro di tutto sta la grande menzogna dell’Imperatore: una rivelazione così devastante da renderlo disposto a sancire la morte di un intero mondo pur di tenerla segreta…

Questo libro… beh, in realtà, questi due libri (The Risen Empire e The Killing of Worlds) sono stati pubblicati nel 2003 come Succession series. In Italia sono stati pubblicati da Urania (come Risen! e Risen -Lo sterminio dei mondi) non ho capito bene quando, ma suppongo prima del 2005, dato che in quell’anno i due libri sono stati fusi insieme (se non ho capito male, con alcune modifiche) in quello che è diventato il libro unitario di cui vi parlo oggi: un bel tomo da 700 pagine.

Ora, non vi dirò balle: è un libro complicato. E con questo non intendo brutto, ma intendo che, stando a Wikipedia, è classificato come hard science-fiction, ovvero (fonte Wikipedia, ovviamente):

La fantascienza hard (dall’inglese hard science fiction), detta anche fantascienza tecnologica,è una categoria della fantascienza caratterizzata dall’enfasi per il dettaglio scientifico o tecnico, o per l’accuratezza scientifica, o da entrambi.

Insomma, una bella roba pesa. Dettagli tecnici, fisica, cose che non avrei capito neanche se l’avessi letto in italiano con delle belle figure a portata di bambino… Sì, lo so, non ci faccio una bella figura. Ma ognuno ha i suoi limiti, no? Non per niente io studio lingue: la scienza è lontana anni luce. Non che non mi piaccia; semplicemente, sono cose che fanno chiudere il mio cervello a riccio, lo fanno andare in black-out.

Inoltre, spesso si ha l’impressione di essere lasciati indietro. Come se mancassero alcune pagine, mi spiego? (Oltretutto, credo che nel mio caso, non si tratti di una metafora: ho la strana sensazione che dalla mia copia manchino le 22 pagine iniziali. Prove a favore della mia tesi? Manca la pagina con il copyright, e la pagina di inizio della prima parte. Insomma, il libro è divio in 7 parti, ciascuna con un titolo e con una citazione dell’Anonimo 167, che sarebbe una specie di grande saggio che parla di guerra. Ecco, questa bella pagina manca nella prima parte.) Questo succede all’inizio; la sensazione sparisce del tutto verso la terza parte (circa pagina 180)

Comunque, una volta entrati nell’ottica della storia, si entra davvero. Ci si appassiona al racconto, ci si affeziona ai personaggi, si vuole sapere che accadrà. Il Capitano Zai riuscirà a non morire e a ritornare da Nara? Perchè, veramente, Zai è lì lì per morire un sacco di volte!

Tutto è innescato quando rifiuta di suicidarsi dopo il fallimento dell’operazione di salvataggio dell’Imperatrice Bambina (no, non è spoiler: succede all’inizio, ed è ciò che muove un po’ tutta la vicenda) Questo rifiuto dell’harakiri – pratica molto usata tra i guerrieri dell’Impero, specie quelli che vengono da un mondo molto conservatore, all’antica, come quello dove Zai è nato – è visto come un’estrema vergogna dall’Imperatore, che quindi decide di mandare il Capitano e la sua nave in una missione suicida. E nel frattempo, come se non bastasse, alcuni dei membri dell’equipaggio decidono di ordire un complotto contro il Capitano che, a causa della sua determinazione a vivere, li sta portando tutti a morire.

Un ruolo chiave in questo complotto lo ha Katherie Hobbes, vice comandante della nave, nonchè mio personaggio preferito. Come avrebbe potuto non piacermi? I personaggi femminili di zio Scott sono grandiosi. Nel caso di Hobbes, è riuscito a creare un personaggio che riesce ad essere allo stesso tempo una donna, con una cotta per il proprio capitano, ma senza smettere di essere cazzutissima. Non è mai sdolcinata, non è mai stupida. Insomma, grandiosa.

Anche Nara è forte, anche se in modo diverso. Conosciuta come Senatrice Pazza, a causa della sua empatia, che in realtà sarebbe più che altro telepatia (un effetto collaterale dell’installazione del Simbiante, che dota di una seconda vista, di un secondo udito… Insomma, nell’universo di The Risen Empire, si è umani e computer allo stesso tempo. Comodo), contraria all’importanza politica dei Risorti, perchè come può progredire un impero guidato da gente morta?

Anche la struttura del romanzo è piuttosto particolare, anche se tipica di Westerfeld: ogni capitolo è narrato dal punto di vista di un personaggio diverso, anche se non in prima persona. Diciamo che è sullo stile di Leviathan, con la differenza che i punti di vista non sono solo due, ma… boh, tantissimi. C’è il Capitano, Nara, Hobbes, il pilota della nave, un commando Rix, il suo ostaggio… In tutto direi come minimo una trentina di personaggi (anche se alcuni “parlano” solo una o due volte) Ma non è così confusionario come sembra: il nome (beh, non il nome: il ruolo) del personaggio è indicato all’inizio di ogni capitolo.

Insomma, un paradiso per chi, come me, adora avere a disposizione tanti personaggi e tanti punti di vista diversi.

Come concludere…

Ah, sì, con una brutta notizia: non ho idea se The Risen Empire sia reperibile in italiano. Su IBS non c’è, perciò non ho molte speranze. Essendo uscito, presumibilmente, tra il 2003 e il 2005, essendo stato pubblicato in una collana “minore” (della Mondadori), e non appartenendo ad un genere “di ampio consumo”, tempo che possa già essere assolutamente fuori catalogo. Però con l’Urania non si piò mai sapere: sono libri che si trovano facilmente in bancarelle e in edicola, e penso che si possano anche ordinare gli arretrati. Almeno tecnicamente.

Ma, in ogni caso, consiglio di provare a leggerlo in originale. Ok, è difficile, ma, come ho già detto, c’è una grossa differenza tra la prima edizione (quella arrivata in Italia, con due libri) e quella definitiva. E poi, volete mettere la soddisfazione? Tipo: “Eh, sai, ho letto questo libro tostissimo. In lingua originale. Sì, lo so che sono fighissimo. No, non firmo autografi.”

(E poi, la copertina italiana fa paura)