Buona Apocalisse a tutti! -Terry Pratchett e Neil Gaiman

Dec
21

Saaaalve! Vi sono mancata? No, non credo, non è passato abbastanza tempo.

In realtà, è già un bel poche ho finito questo libro. Il motivo per cui ho aspettato fino ad oggi per la recensione è che sono una simpaticona, ovviamente. Dai, come potevo resistere? Recensire Buona Apocalisse a tutti il 21 dicembre 2012! Aaah, sono sempre la solita.

Perciò, eccomi qui, in questa “giornata speciale” (ma anche no) a parlare di uno dei libri migliori che io abbia mai letto. Non vedo l’ora di dirvi quanto è spettacolare!

Sulla base delle Profezie di Agnes Nutter, Strega (messe per iscritto nel 1655 prima che Agnes facesse saltare in aria tutto il villaggio riunito per godersi il suo rogo), il mondo finirà di sabato. Sabato prossimo, per essere proprio precisi. È per questo motivo che le temibili armate del Bene e del Male si stanno ammassando, che i Quattro Motociclisti dell’Apocalisse stanno scaldando i loro poderosissimi motori e sono pronti a lanciarsi per strada, e che gli ultimi due scopritori di streghe si preparano a combattere la battaglia finale, armati di istruzioni clamorosamente antiquate e di innocue spillette. Atlantide sta emergendo, piovono rane dal cielo. Gli animi si surriscaldano… Bene bene. Tutto sembra proprio andare secondo il Piano Divino. Non fosse che un angelo un filo pignolo (ma giusto un filo, per carità) e un demone che apprezza la bella vita – ciascuno dei quali ha passato tra i mortali sulla Terra parecchi millenni e si è, come dire?, affezionato a usi e costumi umani – non fanno esattamente salti di gioia davanti alla prospettiva dell’incombente catastrofe cosmica. E allora, se quei due (Crowley e Azraphel) vogliono che quanto profetizzato non si compia, devono mettersi al lavoro subito per scovare e uccidere l’Anticristo (mica una bella cosa, visto che è un ragazzino simpaticissimo). Ma c’è un piccolo problema: sembra proprio che qualcuno lo abbia scambiato con qualcun altro…

Non so neanche da dove cominciare. Ho amato tanto questo libro che… Oddio. Allora, con calma.

Come sapete, adoro Neil Gaiman. Credo che sia un genio assoluto. Come non sapete, sono anni che vorrei iniziare a leggere i libri del ciclo del Mondodisco, di Terry Pratchett (ma non ho ancora mai avuto occasione di farlo. Ora che quei libri sono stati ri-pubblicati dalla Tea, penso che presto potrò togliermi questa curiosità. Ma qui stiamo andando fuori tema) Per arrivare al punto, ora adoro Gaiman ancora di più.

Per molti versi, questo splendido, geniale libro (scritto nel ’90) mi ha ricordato un’altra serie di splendidi, geniali libri: quelli della serie della Guida Galattica per Autostoppisti (cooome? Non li avete mai letti? Non ne avete neanche mai sentito parlare? Eh, no, eh, non va. Pensate che dovrei scrivere un articolo a riguardo? Forse andrebbe contro la mia politica non di parlare di opere troppo famose, ma se me lo chiedete gentilmente, potrei ripensarci.): abbiamo nonsense, un grandioso umorisimo (inglese), un’avventura di dimensioni epiche, personaggi stravaganti, divertenti, semplicemente assurdi… Insomma, tutti ingredienti che io non potevo fare a meno di adorare. Chiedete alla mia compagna di stanza: praticamente non ho fatto altro che ridere per tutto il tempo della lettura. E io sono un po’ come la sorella della Rowling: più rido, più quello che sto leggendo mi piace (ed ecco a voi, del tutto gratis, una pillola della biografia di JK Rowling. Non c’è di che). E in questo caso si trattava di un libro talmente divertente che… AAAAAAAAAAH! Non riesco neanche a parlarne nel modo giusto.

Da cosa comincio? Dai personaggi?

Be’, loro sono parecchi. Abbiamo Crowley, un demone (e che demone!: il serpente che ha tentato Eva) che ama la Terra, e non vorrebbe l’Apocalisse (perchè la vittoria di una qualsiasi delle due parti porterebbe a un’esistenza noiosissima), e Azraphel, un angelo (quello che era a guardia dell’Even). I due dovrebbero essere nemici mortali, ma in realtà sono amiconi. Secondo me una delle migliori amicizie mai raccontate in un libro. Sarà che è una cosa così assurda e paradossale… Be’, in ogni caso i due hanno un interesse comune: impedire l’Apocalisse (nonostante gli ordini dei loro Superiori imponga tutt’altro)

Poi c’è Adam Young, ovvero l’Anticristo (a causa di uno scambio in culla: il figlio di Satana non doveva finire in un’anonima famiglia inglese, ma in quella dell’ambasciatore americano a Londra. Ringraziamo l’inefficienza di Crowley e di un gruppo di suore sataniste. Sì, avete letto bene: suore sataniste), un bambino con un enorme potere e un piccolo gruppo di amici su cui comandare.

Anatema Device invece è una strega, discendente di Agnes Nutter, impegnata, come tutta la sua famiglia nella decifrazione delle profezie dell’antenata. La sua strada si incrocerà (come previsto) con quella di Newton Pulsifer, cacciatore di streghe per hobby, e discendente del cacciatore di streghe che ha mandato sul rogo Agnes Nutter (Non-desiderare-la-donna-d’altri Pulsifer. Non-desiderare-la-donna-d’altri è il nome. Indovinate come si chiamavano i suoi nove fratelli).

Infine, ci sono i quattro Cavalieri dell’Apocalisse, anzi, i quattro Motociclisti dell’Apocalisse, pronti a radunarsi, grazie all’aiuto di un solerte fattorino.

Però così non riesco a rendere neanche minimamente l’idea. Perchè il libro è tanto pieno di tante cose tanto geniali (la ripetizione è voluta. Si chiama licenza poetica. Anzi, no: licenza blogghista) che è difficile da spiegare. Posso solo dirvi che, quando tentavo di spiegare alla mia compagna di stanza perchè mi stavo sbellicando dal ridere, lei mi guardava come si guarda un pazzo (però poi ha ammesso che un libro del genere lo vorrebbe proprio leggere) Vorrei mettermi qua a rileggerlo, solo per potervi riferire i miei pezzi preferiti, e farvi capire…

Immaginatevi errori, equivoci, e che la posta in gioco sia la battaglia finale tra il bene e il male. Immaginatevi che l’avvicinarsi dell’Armageddon implichi un sacco di cose assurde, scaturite dalla mente di un bambino (il continente perduto di Atlandide che torna in superficie, facendo incagliare una nave; monaci tibetani che viaggiano in tunnel sotterranei; alieni che arrivano sulla Terra per multare gli uomini per come abbiamo trattato il pianeta…), e immaginatevi strane, ma assolutamente accurate, profezie, scritte su un libro che non ha venduto neanche una copia perchè troppo accurato nelle sue previsioni.

Be’, direi che ho fallito miseramente: è impossibile rendere giustizia a questo libro. Accidenti. Vuol dire che sarò costretta ad usare i miei mistici poteri mentali per convicervi della sua epicità, grandiosità, spettacolarità: siete sempre più convinti che leggere questo libro sia un’ottima idea… sempre di più… sempre di più… Ormai non vedete l’ora di leggerlo…

Ok, mi ringrazierete poi.

Chiudo dicendo solo che mi piace più il titolo italiano rispetto a quello originale (Good Omens. Non male, ironico, ma Buona Apocalisse a tutti! fa ridere… Vabbè…), ma il problema è questo: come praticamente ogni libro di Gaiman, in Italia è edito dalla Mondadori. In particolare, si tratta di una di quelle raccapriccianti edizioni con il dorso giallo e le pagine puzzone e disordinate che io odio.

Alla prossima, gente!

Goliath: il Capitolo Bonus (e SPOILERS!!!!)

Dec
7

Ed eccoooomi! Dopo tanto duro lavoro sono qua per presentarvi il Capitolo Bonus di Goliath. Mi dispiace per averci messo tanto (quasi una settimana di ritardo! Cacchio!), ma dovete considerare un fatto: barriere linguistiche. In pratica, è saltato fuori che c’è una parola (anzi, una combinazione di tre parole) che non c’è modo di tradurre. Ho chiesto aiuto ad un sacco di gente (una mia cugina australiana, due mie professoresse di inglese dell’università, gente a caso su internet… Sul serio, ho anche considerato di chiedere aiuto a Westerfeld in persona!), ma non sono riuscita a ricavare nulla di utile per la traduzione, così alla fine ho deciso di andare alla cieca (anche se continuerò ad indagare per risolvere quel pasticcio). Perciò, se nelle primissime righe troverete qualcosa che non vi torna, be’, mi dispiace tantissimo. Però non è colpa mia, ho fatto del mio meglio!

Ma ora, prima di mettermi qua con questo bonus, che è il mio regalo di Natale (molto, molto in anticipo) per voi, miei fedeli lettori, vi voglio fare presente che contiene SPOILER. Capito? SPOILER. SPOILER. SPOILER.

S

P

O

I

L

E

R

Ecco, può bastare. Il fatto è che non voglio che poi qualcuno si lamenti. Io vi ho avvertiti.

Ah, e vi ricordo che qua sotto ci potremo dare dentro con commenti spoilerosi su tutta la trilogia. YEAH! Aspettavo questo momento! Read more »

Pre-spoiler, ovvero…

Nov
29

Una-delle-cose-più-belle-mai-successe.

Dunque chicos, in uno dei commenti sotto al mio scorso intervento ad un certo punto ho nominato una e-mail che stavo aspettando. Oggi sono qui a dirvi che questa e-mail è arrivata esattamente una settimana fa. E indovinate di chi era questa e-mail!?

Be’, visto il contesto, non credo che indovinare sarà tanto difficile (anche se è comunque incredibile)

Insomma, il mittente era…

SCOTT WESTERFELD!!!

Sì, lo so, lo so. Quando ho visto quel piccolo avviso di posta elettronica (tre parole – Scott Westerfeld Re: – a destra nella barretta in fondo al tablet) mi è venuto un colpo, e quando poi ho letto l’e-mail ho rischiato di mettermi a piangere come una tredicenne in crisi ormonale ad un concerto di Justin Bieber.

Giuro, mi pento di non aver fatto un video della mia reazione. Sarebbe diventato un tormentone di YouTube.

Vi starete chiedendo: “Ma come mai ti ha scritto?” La risposta è semplicissima, in pratica ve l’ho già detto quasi tre mesi fa: gli ho chiesto il permesso di tradurre e pubblicare qua il capitolo bonus di Goliath che aveva messo sul suo blog.

Ed ecco, in versione integrale, la sua risposta:

Ilaria-
That’s a great idea. I’d be honored if you would translate the bonus chapter into Italian.
I’m not sure about why both the Italian versions of the Uglies and Leviathan series wound up being finished with collected editions, except that it must have been due to low sales. I seem to do great in France and Spain, but in Italy haven’t sold as well. Why is always a mystery to me. But at least they have a way of finishing the series for the fans like you.
Anyway, thanks again, and let me know when you post the translation. I hereby give you permission to post the added illustration as well.
All best!

-scott

Lasciatemi un minutino per svenire (ne ho bisogno ogni volta che leggo quelle poche, splendide righe) Non so, ma mi sembra una delle cose più belle che mi siano mai successe. Diciamo che è al livello Disneyland. (E poi, notate quanta confidenza c’è già tra noi. Siamo praticamente migliori amici XD )

Ah, la parte in cui parla delle edizione italiane dei suoi libri è lì perchè gli ho chiesto cosa pensava della porcata che ha fatto la Mondadori, e anche del fatto che un destino simile è toccato anche a Leviathan. Non è demotivante che non venda bene in Italia? Cioè, vabbè che ci siamo noi che compensiamo, però…

Comunque, ora che ho ricevuto il permesso, preparatevi: la traduzione del capitolo arriverà questo week-end. Domenica, penso. E quell’intervento sarà il nostro pretesto per iniziare a parlare di spoiler!

A prestissimo!

Ragazziragazziragazzi!

Nov
14

Ragazziragazziragazziragazzi!!! Sto morendo! Cioè, in realtà sono già più calma rispetto a circa un’ora e mezza fa, quando, entrata in libreria solo per fare un giretto, ho fatto una scoperta sensazionale. Vorrei poter dire che non ho urlato nè fatto scenate, ma mentirei.

Il fatto è che… quelli dell’Einaudi hanno mantenuto la promessa!

Anzi, di più: hanno pubblicato la trilogia di Leviathan per intero! Con la bellissima copertina dell’edizione americana di Goliath! A 28€ (che è tantino, ma se si considera che Leviathan da solo costava 20, a me sembra un affare)

Sì, sì, lo so: hanno pubblicato il primo, e poi la trilogia intera? Merdacce.

Però poteva andare peggio: potevano fare come la Mondadori con Brutti.

In ogni caso, correte a comprare questo bel tomone. Correte! (Oppure correte a inserirlo nella lista dei regali di Natale. Come preferite. Ma abbiatelo! Dai, che così scleriamo tutti insieme!)

Io avrei una mezza intenzione di comprarmelo… Bah, non lo so. Ha delle pagine così belle… Ed è così bello…  (Anche se mi hanno tradotto male la dedica di Goliath… No, non si fa)

E niente, vi volevo dire questo.

Anzi, no, aggiungo una cosa: temo che per questo mese non vi possiate aspettare altri articoli. Sono molto impegnata col NaNoWriMo, che si è rivelato molto più stressante del previsto. Fate conto che sono indietro di più di 2000 parole sulla tabella di marcia (dovrei essere arrivata ieri a 21000, ma sono ancora a 19000. Argh!) Perciò, insomma, mi dispiace, ma novembre sarà un mese silenzioso qua sul mio blog.

Ora finisco davvero. Urlando per la notiziona che vi ho portato.

Fangirlezzerò un po’.

E farò anche un bel balletto.

Battle Royale – Koushun Takami

Oct
18

Ed eccomi qua, a meno di una settimana dal mio ultimo articolo. Ve l’avevo detto: anarchia blogghistica. YEAH!

Sì, lo so, è una follia: sarebbero meglio intervalli regolari, senza grosse pause, ma ho deciso di… beh, impazzire. Così è più divertente e imprevedibile. Comunque, tranquilli, cercherò di non far passare mesi da un intervento all’altro (non che la regola “articoli-una-domenica-sì-e-una-no” abbia mai fatto la differenza, da questo punto di vista…)

In ogni caso, passiamo senza ulteriori indugi al libro del giorno.

E parto con una premessa: mi ha delusa immensamente. Non mi è piaciuto. Ma questo fa parte della nuova politica anarchica (mmm… non è una contraddizione in sè?): scriverò di qualsiasi libro che mi faccia venir voglia di piazzarmi qua davanti al computer per parlare con voi. Bel libro? Brutto libro? Libro mediocre? Non ha importanza.

Repubblica della Grande Asia dell’Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d’istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un’isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un “gioco” il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo… Edito nel 1999, “Battle Royale” è un bestseller assoluto in Giappone, il libro più venduto di tutti i tempi; diventato fenomeno di culto, ha ispirato celebri film, manga sceneggiati dallo stesso Takami e videogiochi. Scritto con uno stile insieme freddo e violento, “Battle Royale” è un classico del pulp, un libro controverso e ricco di implicazioni, nel quale molti hanno visto una potente metafora di cosa significhi essere giovani in un mondo dominato dal più feroce darwinismo sociale.

Dunque dunque dunque.

Partiamo dall’ovvio: l’ho letto per fare un onesto confronto con Hunger Games.

Ricorderete, forse, l’articolo in cui parlavo del libro di Suzanne Collins che, sì, mi era piaciuto, ma mi aveva lasciata parecchio perplessa sul fronte originalità.

Ecco, diciamo che, leggendo Battle Royale, ho avuto la forte impressione che qua si tratti di un palese caso di violazione del copy-right. Possibile che la Collins sia sfuggita al tribunale? Mi sembra stranissimo.

Vi faccio due esempi pratici (ho deciso di escludere le generali somiglianze che si trovano nelle trame dei due libri, dal momento che si possono considerare anche, come dire, canoniche per il genere)

  • REPERTO A (magari poco rilevante, magari da ragazzina pedante, ma secondo me degno di stare in questa breve lista): all’inizio di Battle Royale Noriko, la protagonista femminile, viene ferita ad una gamba. Ad un certo punto inizia a stare malissimo: ha la febbre, sembra che stia per morire e la causa pare essere (ma poi si scopre che non è così) un’infezione della ferita. A questo punto Shuya, protagonista maschile, decide che è il caso di rischiare la vita per curarla.
    Diciamo che non ho potuto fare a meno di pensare a quando, in Hunger Games, Peeta viene ferito (ad una gamba), sta malissimo, ha la febbre, sta per morire e Katniss decide che è il caso di rischiare la vita per curarlo. (Notare l’inversione di ruoli: è molto importante per una critica che voglio fare a Battle Royale)
  • REPERTO B: Shuya finalmente incontra il suo amico Hiroki, che però non si unirà al suo gruppo perchè sta cercando una ragazza. Per fare sì di riuscire a incontrarsi di nuovo quando troverà questa tipa, i due (anzi tre, perchè ad avere l’idea è un altro amico di Shuya, Shogo) si accordano su un segnale, ovvero, udite udite, il canto di un uccello (in realtà un richiamo per uccelli, ma la sostanza non cambia)
    Non vi dà una strana sensazione di deja-vu?
    Vi rinfresco la memoria: cosa dovevano fare Katniss e Rue per ritrovarsi in Hunger Games? Esatto: dovevano usare il canto degli uccelli. Mmm…

Comunque, questi sono solo le cose più palesi che ho trovato.

Però, a pare la sfacciata scopiazzatura, ho apprezzato molto di più Hunger Games. Ed ecco le ragioni (sulla mia agenda ho segnato punti a favore e punti a sfavore per entrambi i libri)

PUNTI A FAVORE DI HUNGER GAMES (rispetto a Battle Royale):

  1. Il primo punto, in realtà, vale un milione di punti: Battle Royale è un libro tremendamente maschilista. In pratica, quasi tutti i personaggi maschili sono quasi dei supereroi, bravi in tutto (uno, Shinji, è talmente perfetto da essere ridicolo) Vero: a parte una ragazza (Mitsuko, che, pur essendo pazza e cattiva, a mio parere è uno dei tre soli personaggi femminili forti in tutto il romanzo), sono praticamente solo i ragazzi che decidono di partecipare attivamente al Programma, ma questo li rende comunque attivi. Le ragazze, invece, sono solo carine, timide, dolci. Stop.
    Uniche eccezioni sono, appunto, Mitsuko (cattiva in modo terrificante), Takako (che combatte con una grandissima forza contro uno che vorrebbe stuprarla) e Yukie (che grazie alla sua attitudine alla leadership riesce a mantenere una certa civiltà e tranquillità all’interno di un gruppo)
    Noriko, invece, tanto per dirne una, è insopportabilmente passiva. Insomma, capisco che tu non voglia partecipare a questa cosa, fai benissimo a non voler uccidere quelli che fino a poche ore prima erano i tuoi compagni di classe, ma, per l’amor di Dio, se qualcuno cerca di ucciderti, almeno provaci a difenderti! Non stare sempre a contare sull’uomo della situazione per salvarti! Eccheccacchio!
    Insomma, confrontiamo un attimo questi patetici personaggi femminili, che sembrano creati apposta (ed è probabile che sa realmente così) per far sentire gli uomini più macho, più forti, più fighi, con Katniss, che è uno dei personaggi femminili più forti della letteratura degli ultimi anni (degli ultimi decenni? Secoli? Di sempre?)
    No, avete ragione: non facciamolo. Non c’è paragone.
  2. Lo stile di Battle Royale è molto freddo. Non ti permette di affezionarti ai personaggi. Ovvio, come fai a legarti emotivamente a personaggi che durano un capitolo, prima di morire (in modi orribili)? Non è possibile.
    E non è facile neanche connettersi con i protagonisti. Non è facile per niente.
    Tutta un’altra storia se è direttamente la protagonista che parla, facendovi entrare nella sua testa.
  3. Questo punto è strettamente legato al precedente: in Hunger Games sappiamo con precisione di chi è il punto di vista. Katniss racconta in modo credibile, nel senso che noi sappiamo ciò che lei sa, e nulla più.
    In Battle Royale invece abbiamo una sorta di narratore onnisciente, che, oltre ad essere tremendamente fuori moda, ci impedisce ulteriormente di empatizzare con i personaggi: ci viene detto troppo. Troppo sui personaggi, troppo sul Programma, troppo sulla situazione politica di questo mondo distopico… Non ci si focalizza mai del tutto su quello che, secondo me, dovrebbe essere il punto del libro: un gioco perverso in cui compagni di classe, amici, innamorati, devono uccidersi tra loro.
    La situazione migliora dopo un po’, quando l’autore/narratore decide che tutto quello che c’era da dire è già stato detto (e infatti verso la fine la lettura diventa molto più scorrevole e piacevole)

PUNTI A FAVORE DI BATTLE ROYALE (rispetto a Hunger Games):

  1. La brutalità. Ok, questo punto vi suonerà strano, specie detto da me, ma per me la brutalità di Battle Ryale è un grosso punto a favore. Insomma, si tratta di libri che parlano di ragazzi che si uccidono tra di loro, gli eufemismi sono inutili.
    (Con questo non sto dicendo che ho apprezzato le descrizioni dei cadaveri o delle morti più violente, ovvio. Anzi, mi è capitato di essere sul punto di vomitare)
  2. Soprattutto, questo è il libro copiato, non il copiatore.
GENERICI PUNTI A SFAVORE DI BATTLE ROYALE:
  1. Una cosa fastidiosissima: qua e là sono inseriti commenti ironici del tutto fuori luogo, non solo rispetto al contesto (tragicissimo), ma proprio fastidiosi per la narrazione. Insomma, ogni tanto si capisce che è proprio l’autore ad intervenire, nello stesso modo, peraltro, in cui ogni tanto intervengo io nei miei articoli (ma, a mia difesa, posso dire che una cosa è buttare lì un commento ironico nel mezzo di una recensione, una cosa è farlo nel mezzo di una strage)
  2. I personaggi sono estremamente caricaturiali, non credibili. Ci sono i molto buoni, i molto cattivi, i molto snob, i molto bravi in qualsiasi cosa… C’è Shuya, di cui tutte le ragazze sono innamorate (Tutte. TUTTE. T.U.T.T.E., tranne, forse, tre)
    C’è Shogo, che ha partecipato una volta (ok, già si è abbastanza sfigati ad essere pescati due volte, ma comunque…) e si ritrova esperto in tecniche di sopravvivenza e nell’uso delle armi.
    Insomma, dai!
  3. A proposito di caricature, due parole sull’unico personaggio gay di tutto il romanzo: è stereotipato in un modo talmente offensivo che la mia indignazione non può essere espressa a parole.
    Tanto per cominciare, la prima volta che lo vediamo, è lì che si sta specchiando e pettinando. Nel. Bel. Mezzo. Del. Programma. Eh cacchio!
    Poi rispondo al classico tipo di gay effemminato e molesto (quello che i più coglioni e retrogradi tra gli uomini etero temono più della peste)
    Assurdo. Capisco che  nella “Repubblica della Grande Asia”, come in praticamente ogni dittatura, vige un’omofobia di stato, ma mi pare che Takami si si calato un po’ troppo in questa mentalità…
  4. Sempre a proposito di caricature, l’autore ha avuto la stupida, malsana idea di dare una catch-phrase ad un personaggio che dura solo un capitolo. Cosa ne risulta? Be’, un gran giramento di palle: la parola “volgare” viene ripetuta ventuno volte (sì, ho tenuto il conto. Ho deciso di farlo dopo la quinta volta, quando ho iniziato a dire, tra me e me, ma che cazzo!) in dodici pagine.
    Un po’ tantino, non trovate?
  5. Il linguaggio è artificioso, poco credibile. I dialoghi sono irrealistici.
    Ormai mi conoscete un po’, penso che abbiate intuito che sono una fan del “parla come mangi, e scrivi come parli”. Perciò in un libro un linguaggio così artificiale non può che risultarmi estremamente fastidioso.
    E la parolacce… Sono forzate, inserite talmente alla cazzo da essere ridicole, e il linguaggio in certi punti sembra quello di un pessimo film poliziesco (“Questo fottuto governo…” “Ucciderò quel fottuto bastardo!” Bah)
  6. E c’è un uso eccessivo di punti esclamativi. Niente, ci tenevo a puntualizzarlo. Nessuno usa così tanti punti esclamativi al di fuori dei dialoghi!

Ora, due parole sull’edizione italiana.

Ok, tecnicamente mi basterebbe dire: In Italia è edito dalla Mondadori, e voi capireste già dove voglio andare a parare. Ma lo dico lo stesso.

Tanto per cominciare, capisco perfettamente che i traduttori dal giapponese non crescono sugli alberi, ma trovarne uno che sappia l’italiano era troppa fatica? Il traduttore di Battle Royale non ha idea dei tempi verbali: imperfetto dove ci sarebbe dovuto essere il passato remoto, e viceversa (in continuazione)   E anche un paio di problemi con i congiuntivi.

Poi un classico dei libri della Mondadori: i problemi di stampa. Mezze parole che mancano, chiazze di inchiostro… Che incazzatura.

Per non parlare poi dell’edizione. Avete presente quei libri con il dorso giallo, e le pagine sistemate in modo tutto irregolare? Bah, che schifezza. Insomma, di solito le copertine sono belle, e il dorso giallo mi piace, ma quelle pagine messe a casaccio e ruvide sono una merda.

Concludo questa lista di pro e contro con l’unico punto davvero favorevole a Battle Royale: ti prende tantissimo. Soprattutto la seconda metà, quando il narratore inizia a diventare meno pedante e si è nel vivo dell’azione (o, per meglio dire, nel pieno della strage) Oltretutto, alla fine di un capitolo, c’è scritto il numero di sopravvissuti, perciò, ogni volta che sbirciate quella cifra (e so che lo farete), e vedete il numero calare,  avete bisogno di sapere che è successo.

Ma ora è giunto il momento di chiudere questo lunghissimo intervento. Per farla breve, Suzanne Collins è una scrittrice molto più abile di Koushun Takami. Ma -ah ah- ciò non toglie che la Collins abbia scopiazzato un po’ troppo in giro per poterla passare liscia.

Per quanto riguarda Battle Royale, non ve lo sconsiglio del tutto. Magari, però, cercate un’edizione (in inglese, magari, nella speranza che la traduzione sia migliore) molto più ecomomica di quella merdina da 12 euro della Mondadori.

Ah, no, aspettate, non posso chiudere così! Non vi ho detto che esiste anche un manga (che io ho rinunciato a leggere dopo il primo cadavere. Mi stavano venendo i conati) e un film (censuratissimo, che in Italia, stando a quanto mi è stato detto, non è arrivato per una ragione talmente stupida da essere ridicola. Ok, so che siete curiosi, e allora vi racconto. In gran parte del mondo, il film è stato censurato a causa della violenza, ma in Italia per via del fatto che qua BR sta per Brigate Rosse. Ci rendiamo conto??? Insomma, Wikipedia non ne fa menzione, ma mi è stato raccontato da una fonte che ritengo piuttosto attendibile. Ma come storia è abbastanza assurda da essere credibile. Il film è uscito comunque, ed è stato pure doppiato, ma lo si può trovare, a quanto pare, solo tra i film a noleggio.)

^^^EDIT 22/10/2012^^^

Mi è stato fatto notare da alcuni miei amici che il film non è difficile da trovare *cough*in streaming*cough* (wow, come sono brava a camuffare le parole!)

Ah, e già che ci sono, aggiungo un’ultima cosa: la settimana scorsa ho fondato su Facebook il primo gruppo italiano per Nerdfighter. Per ora è un gruppo minuscolo (siamo in tre. E una di noi è una mia amica tedesca, quindi non vale) Perciò, insomma, se vi ho convinti ad unirvi alla causa a forza di parlare dei Nerdfighter e dei Vlogbrothers,  unitevi a noi!

The Risen Empire – Scott Westerfeld

Oct
12

Ed eccomi di nuovo qua, ladies and gentlemen!

Cacchio, è un sacco che non scrivo. Chiedo umilmente perdono; settembre è periodo di esami, e ne ho dati due abbastanza tosti (che ho passato alla grande. Che geniaccio che sono)

E comunque, l’importante è che ora sono qui, in procinto di parlarvi di un libro del nostro adorati signor Westerfeld!

Ma prima, un paio di comunicazioni di servizio. *musichetta da comunicazioni di servizio*

Prima cosa: penso di aver deciso di non pubblicare qua quel racconto breve. Il fatto è che mi sono resa conto che fa piuttosto schifo. Perciò per ora siete salvi.

Seconda cosa: in preda a chissà che raptus di follia, mi sono iscritta a NaNoWriMo (National Novel Writing Month). Di cosa si tratta? Be’, è una sfida: scrivere un romanzo di 50’000 parole (circa 175 pagine) in un mese (novembre) Praticamente è una follia, ma sembra divertente. (A proposito, ecco il link, in caso vi vogliate iscrivere anche voi.) Che cosa ho in mente di scrivere? Beh… lo saprete poi. Per ora sono dell’idea di buttarmi sullo steampunk (ovvio), ma è un po’ complicato, perciò sono ancora in tempo a cambiare idea. Vi terrò aggiornati.

Terzo annuncio: è scaduta la regola dell’articolo una domenica sì e una no. D’ora in poi anarchia blogghistica: aspettatevi l’inaspettato. Pubblicherò quando mi andrà di pubblicare.

Ed ora, arriviamo al motivo per cui siamo qua. Iniziamo con la trama! (tradotta da me dal retro dell’edizione inglese)

L’imperatore non morto ha governato gli Ottanta Mondi per 16 secoli. Suo è il potere di dare immortalità a coloro stima degni, creando una classe elitaria conosciuta come i “Risen” (Risorti). Insieme alla sorella, l’eternamente giovane Imperatrice Bambina, il suo potere all’interno dell’Impero è stato assoluto. Fino ad ora.

I grandi nemici dell’impero, i Rix, tengono l’Imperatrice Bambina in ostaggio. Incaricato del suo salvataggio è il Capitano Laurent Zai. Ma quando la polita imperiale è coinvolta, la posta in gioco è incredibilmente alta, e Zai potrebbe scoprire che i Rix sono l’ultimo dei suoi problemi. Sul mondo-patria, l’amante di Zai, la Senatrice Nara Oxam, appena stabilitasi al Concilio di Guerra dell’Imperatore, deve perseguire la guerra contri i Rix tenendo sotto controllo, allo stesso tempo, gli impulsi inumani dei consiglieri risorti. She dovesse fallire a uno dei due compiti, sarabbero in milioni a morire.

E al centro di tutto sta la grande menzogna dell’Imperatore: una rivelazione così devastante da renderlo disposto a sancire la morte di un intero mondo pur di tenerla segreta…

Questo libro… beh, in realtà, questi due libri (The Risen Empire e The Killing of Worlds) sono stati pubblicati nel 2003 come Succession series. In Italia sono stati pubblicati da Urania (come Risen! e Risen -Lo sterminio dei mondi) non ho capito bene quando, ma suppongo prima del 2005, dato che in quell’anno i due libri sono stati fusi insieme (se non ho capito male, con alcune modifiche) in quello che è diventato il libro unitario di cui vi parlo oggi: un bel tomo da 700 pagine.

Ora, non vi dirò balle: è un libro complicato. E con questo non intendo brutto, ma intendo che, stando a Wikipedia, è classificato come hard science-fiction, ovvero (fonte Wikipedia, ovviamente):

La fantascienza hard (dall’inglese hard science fiction), detta anche fantascienza tecnologica,è una categoria della fantascienza caratterizzata dall’enfasi per il dettaglio scientifico o tecnico, o per l’accuratezza scientifica, o da entrambi.

Insomma, una bella roba pesa. Dettagli tecnici, fisica, cose che non avrei capito neanche se l’avessi letto in italiano con delle belle figure a portata di bambino… Sì, lo so, non ci faccio una bella figura. Ma ognuno ha i suoi limiti, no? Non per niente io studio lingue: la scienza è lontana anni luce. Non che non mi piaccia; semplicemente, sono cose che fanno chiudere il mio cervello a riccio, lo fanno andare in black-out.

Inoltre, spesso si ha l’impressione di essere lasciati indietro. Come se mancassero alcune pagine, mi spiego? (Oltretutto, credo che nel mio caso, non si tratti di una metafora: ho la strana sensazione che dalla mia copia manchino le 22 pagine iniziali. Prove a favore della mia tesi? Manca la pagina con il copyright, e la pagina di inizio della prima parte. Insomma, il libro è divio in 7 parti, ciascuna con un titolo e con una citazione dell’Anonimo 167, che sarebbe una specie di grande saggio che parla di guerra. Ecco, questa bella pagina manca nella prima parte.) Questo succede all’inizio; la sensazione sparisce del tutto verso la terza parte (circa pagina 180)

Comunque, una volta entrati nell’ottica della storia, si entra davvero. Ci si appassiona al racconto, ci si affeziona ai personaggi, si vuole sapere che accadrà. Il Capitano Zai riuscirà a non morire e a ritornare da Nara? Perchè, veramente, Zai è lì lì per morire un sacco di volte!

Tutto è innescato quando rifiuta di suicidarsi dopo il fallimento dell’operazione di salvataggio dell’Imperatrice Bambina (no, non è spoiler: succede all’inizio, ed è ciò che muove un po’ tutta la vicenda) Questo rifiuto dell’harakiri – pratica molto usata tra i guerrieri dell’Impero, specie quelli che vengono da un mondo molto conservatore, all’antica, come quello dove Zai è nato – è visto come un’estrema vergogna dall’Imperatore, che quindi decide di mandare il Capitano e la sua nave in una missione suicida. E nel frattempo, come se non bastasse, alcuni dei membri dell’equipaggio decidono di ordire un complotto contro il Capitano che, a causa della sua determinazione a vivere, li sta portando tutti a morire.

Un ruolo chiave in questo complotto lo ha Katherie Hobbes, vice comandante della nave, nonchè mio personaggio preferito. Come avrebbe potuto non piacermi? I personaggi femminili di zio Scott sono grandiosi. Nel caso di Hobbes, è riuscito a creare un personaggio che riesce ad essere allo stesso tempo una donna, con una cotta per il proprio capitano, ma senza smettere di essere cazzutissima. Non è mai sdolcinata, non è mai stupida. Insomma, grandiosa.

Anche Nara è forte, anche se in modo diverso. Conosciuta come Senatrice Pazza, a causa della sua empatia, che in realtà sarebbe più che altro telepatia (un effetto collaterale dell’installazione del Simbiante, che dota di una seconda vista, di un secondo udito… Insomma, nell’universo di The Risen Empire, si è umani e computer allo stesso tempo. Comodo), contraria all’importanza politica dei Risorti, perchè come può progredire un impero guidato da gente morta?

Anche la struttura del romanzo è piuttosto particolare, anche se tipica di Westerfeld: ogni capitolo è narrato dal punto di vista di un personaggio diverso, anche se non in prima persona. Diciamo che è sullo stile di Leviathan, con la differenza che i punti di vista non sono solo due, ma… boh, tantissimi. C’è il Capitano, Nara, Hobbes, il pilota della nave, un commando Rix, il suo ostaggio… In tutto direi come minimo una trentina di personaggi (anche se alcuni “parlano” solo una o due volte) Ma non è così confusionario come sembra: il nome (beh, non il nome: il ruolo) del personaggio è indicato all’inizio di ogni capitolo.

Insomma, un paradiso per chi, come me, adora avere a disposizione tanti personaggi e tanti punti di vista diversi.

Come concludere…

Ah, sì, con una brutta notizia: non ho idea se The Risen Empire sia reperibile in italiano. Su IBS non c’è, perciò non ho molte speranze. Essendo uscito, presumibilmente, tra il 2003 e il 2005, essendo stato pubblicato in una collana “minore” (della Mondadori), e non appartenendo ad un genere “di ampio consumo”, tempo che possa già essere assolutamente fuori catalogo. Però con l’Urania non si piò mai sapere: sono libri che si trovano facilmente in bancarelle e in edicola, e penso che si possano anche ordinare gli arretrati. Almeno tecnicamente.

Ma, in ogni caso, consiglio di provare a leggerlo in originale. Ok, è difficile, ma, come ho già detto, c’è una grossa differenza tra la prima edizione (quella arrivata in Italia, con due libri) e quella definitiva. E poi, volete mettere la soddisfazione? Tipo: “Eh, sai, ho letto questo libro tostissimo. In lingua originale. Sì, lo so che sono fighissimo. No, non firmo autografi.”

(E poi, la copertina italiana fa paura)

Il club dei suicidi – Albert Borris

Sep
9

Sorpresa!

Avevo detto che questa settimana avrei pubblicato quel mio racconto breve, e volevo farlo, davvero (mi ero anche messa ad aggiustarlo, e ormai era abbastanza decente), solo che poi, tanto per cambiare, mi si è rotto il computer. Sul serio, ho il computer rotto troppo spesso.

Comunque, la conseguenza del mio scarso feeling con i computer è che il documento per ora è da considerare disperso (ma non perdo le speranze perchè, che io sappia, l’hard-disk è sano e salvo, e, inoltre, ho appena scoperto di avere una copia della versione originale del racconto su una chiavetta usb. Non credevo di essere così previdente)

La buona notizia è che per una felice coincidenza, l’altro giorno ho comprato questo libro, che avevo addocchiato già da un bel po’. Perciò, eccomi qua con una recensione tutta per voi, yeah!

Cominciamo subito con le ovvietà: Oh, Ilaria, che libro triste! Il club dei suicidi? Tzè, chi leggerebbe una cosa così deprimente?

No. Proprio no.

Ok, insomma, sì, parla di ragazzi che si vogliono suicidare tutti insieme, ma non un è un libro deprimente. Avete presente 13, quel libro di cui avevo parlato un bel po’ di tempo fa? Ecco, quello è un libro deprimente. Questo invece è abbastanza… ecco, allegro no. Diciamo che è non-deprimente.

Ecco, queste erano le mie risposte alle obiezioni al titolo (che è Il club dei suicidi solo in italiano. In inglese è Crash into me. Non lo dico con tono polemico, dal momento che penso che Il club dei suicidi come scelta sia stata azzeccata. Approvo)

Ma ora, via con la trama!

Owen ha tentato sette volte di uccidersi, Audrey ci ha provato tirandosi una padellata in fronte, Jin-Ae ha unghie affilate per ferirsi e Frank vuole solo stare meglio. Sono i Suicide Dogs e sono legati da un patto di morte.
I quattro giovanissimi aspiranti suicidi si conoscono online e decidono di attraversare l’America in uno strampalato pellegrinaggio on the road che li porterà sulle tombe dei loro idoli, da Hemingway a Kurt Cobain. Ultima fermata la Death Valley, un degno scenario per onorare il loro estremo drammatico giuramento. Durante il percorso però i ragazzi condivideranno non solo le avventure di viaggio ma anche segreti inconfessabili e desideri mai realizzati. Il loro legame crescerà e si rafforzerà a ogni chilometro. Fino a far nascere sentimenti che metteranno in discussione la loro scelta.

Anche la trama è scritta bene. Quelli della Giunti sono bravi (unico difetto: sono edizioni rilegate. Io odio le edizioni rilegate, anche quando sono così “compatte”. Oltretutto, normalmente costano tra i 12 e i 15 euro, ma al momento ci deve essere una specie di promozione, o hanno semplicemente abbassato i prezzi, perchè Il club dei suicidi, e altri libri di questa collana, si trovano a 9,90€. Ottimo prezzo per edizioni carine, tradotte bene, e prive di errori/difetti di stampa. La Mondadori dovrebbe imparare da loro)

I personaggi sono solo quattro: c’è Owen, che sembra la versione depressa e suicida di un personaggio di John Green (non di un personaggio in particolare; intendo dire che, come personaggio, potrebbe essere tranquillamente uno di quelli creati da John Green); silenzioso, si sente solo, e vuole morire perchè non riesce a sopportare il peso di una cosa accaduta nel suo passato. Ovviamente, avendo provato sette volte a suicidarsi (la prima volta a sette anni), ha una certa esperienza di cliniche, consulenti, eccetera…, e vede tutta la faccenda con una razionalità abbastanza spaventosa.

Audrey, invece, come personaggio mi sembra un pochino stereotipato. Fissata con i Nirvana, autodistruttiva  e malata di attenzioni (ed è proprio da questo che deriva il suo essere autodistruttiva) Mi sembra il tipo di ragazzina che io definirei bimbaminkia-emo. Di quelle che vanno su Facebook, scrivono cose tipo: “Cose del genere mi fanno venire voglia di ammazzarmi” e rispondono “Non ne voglio parlare” a chiunque chieda loro cosa c’è che non va. Tanto il loro scopo, ottenere attenzione, l’hanno raggiunto, no?

Jin-Ae ha incontrato Owen in clinica (anche se vanno alla stessa scuola) Lei vuole scappare, e suicidarsi le sembra il metodo più efficace. Una delle ragioni principali è che teme il momento in cui dovrà fare coming-out con i suoi genitori (omofobi) Nel frattempo, si ferisce le braccia con le unghie, e dice che niente le farà cambiare idea sul suicidio.

Frank è alcolizzato, si odia, e odia il fatto di essere una delusione per suo padre, che lo vorrebbe atleta, nonostante a lui manchino il fisico adatto e la capacità.

Quello che ne risulta è un viaggio on the road fantastico ed appassionante. Staccarsi da questo libro è difficile (si è tormentati da diverse domande: lo faranno davvero? E lo faranno tutti?)

E ci sono le liste. Varie liste, sparse per il libro, stilate da Owen, quasi tutte legate al suicidio, ma con un certo umorismo nero.

L’unico appunto che ho da fare riguarda i punti in cui i ragazzi comunicano in chat. L’idea in sè non è affatto brutta, anzi. Il problema è che è scritta con un linguaggio sms abbastanza spinto (e quindi fastidioso. Ci sono k dove nessuno sano di mente le metterebbe)

Concludo dicendo una cosa che non dico mai: preferisco il titolo e la copertina italiani a quelli originali. Ooooooooooh…

Un anno di Leviathan

Aug
14

Intervento speciale! Yeah!

Un anno fa correvo al computer dopo aver finito di leggere un libro assolutamente straordinario e sentendo il bisogno di parlarne a tutti. Cosa ne è venuto fuori? Il mio intervento con più successo in assoluto, che mi ha anche portato i miei lettori più fedeli. Ok, mi rendo conto di suonare parecchio stupida. Una frase del genere sarebbe più sensata su un blog di grande successo, ma sul mio… boh. Non importa.

Dunque, oggi mi trovo qui, davanti al mio computer, lottando furiosamente con la tastiera alla ricerca delle parole giuste, per celebrare un anno di Leviathan. Perchè, sul serio, se fossi tipo da fuochi d’artificio, in questo momento sarei in giardino ad accendere razzi colorati. Lo so che può suonare strano e anche un po’ ingenuo, ma Leviathan in un certo senso mi ha cambiato la vita. Cioè, non tutta la mia vita, ma una piccola (e per me importante) parte di essa. Tanto per cominciare, mi ha fatto trovare l’ispirazione necessaria per tornare a disegnare (cosa che non facevo seriamente da almeno… be’, in realtà così seriamente non ho mai disegnato in vita mia. Perciò, insomma, da un sacco di tempo), oltre che per scrivere (non che abbia mai smesso di scrivere. Il problema è solo che lo faccio veramente da schifo, quindi avevo perso un po’ di entusiasmo. E se una cosa che fai male smette anche di darti gioia, be’, allora non ci sono ragioni per continuare)

E poi, e qui si scade nello sdolcinato, ma non importa, la trilogia di Leviathan è stata in grado di rendermi veramente felice. Cioè, felice a livello super-mega-fangirl da rinchiudere.

Ok, io adoro leggere. Leggo un sacco, non farei altro dalla mattina alla sera, e ho avuto un casino di libri preferiti. Ma veramente tanti. Però non ci sono molti libri che mi hanno fatto lo stesso effetto che mi ha fatto la serie di Leviathan. Ecco, in realtà ce ne sono solo sette: la saga di Harry Potter. E se dei libri sono in grado di darti, a vent’anni, ciò che altri libri ti hanno dato nel corso della tua infanzia/adolescenza… Insomma, non è poco.

Bene, la sviolinata iniziale è finita. Ah, qua ci vuole una precisazione: questa zona sarà priva di spoiler (anche se, vedendo a come non avete reagito a “perspicacious loris”, che più che uno spoiler era un assaggio di cosa vi aspetta, mi sa che questa mia premura cadrà nel vuoto senza neanche un piccolo tonfo. Vabbè)

Cosa troverete in questo intervento? Principalmente, immagini. Alcune sono le anticipazioni delle illustrazioni di The Manual of Aeronautics, il nuovo libro (che uscirà questo mese) del nostro venerato Scott, in cui verranno svelate alcune particolarità del mondo steampunk di Leviathan.

Benissimo, cominciamo con queste immagini, che vengono direttamente dal westerblog (con tanto di link all’articolo, dove troverete le immagini in grande e le spiegazioni di Westerfeld in persona)

Abbiamo i temibili flechette bats (che, in effetti, sono abbastanza spaventosi) [link  ]

Il ponte di comando del Leviathan [link  ]

Il Stormwalker [link  ]

L’uniforme dei Cingolanti [link  ]

…e quella degli “addetti ai lavori” del Leviathan [link  ]

Infine, pubblicato giusto oggi (che Westerfeld in persona sia a conoscenza dell’importanza storica di questa data? Sicuramente sì! XD ), il ritratto della professoressa di biologia che tutti noi vorremmo: la mia adorata dottoressa Nora Barlow (e Tazza)(e, sì, io adoro la Barlow. Perchè, voi no?) [link]

Concludiamo con alcune copertine della trilogia da diverse parti del mondo!

Cina e Giappone

Leviathan e Behemoth russi (sono follemente innamorata della copertina russa di Leviathan. Deryn spacca da morire! …Non che la versione cinese sia da meno!)

(Cliccando sui link troverete le versioni più grandi delle copertine. L’unica che rimane piccina-picciò è quella giapponese)

Will Grayson, Will Grayson – John Green e David Levithan

Aug
5

Salve a todos!

Ebbene sì, come avrete capito dal titolo del mio intervento, oggi parlerò di un libro! *Applausi a scena aperta, lancio di fiori, standing ovation* No, dai, così mi fate arrossire!

Ok, ma ora basta con le stronzate, e iniziamo a parlare del libro. Tanto per cominciare, Will Grayson, Will Grayson è il titolo originale. Quello italiano è Will, ti presento Will. Io, tanto per cambiare, questo libro l’ho letto in lingua originale. Ma penso di avere un’ottima ragione: tempo fa volevo ordinare dei libri, e perciò ero andata su Amazon, dove se ne possono trovare le pagine iniziali. Tra i libri candidati c’era, appunto Will Grayson, Will Grayson, il cui incipit mi aveva… be’, mi aveva fatto una buona impressione.

When I was little, my dad used to tell me, “Will, you can pick your friends, and you can pick your nose, but you cant pick your friend’s nose”

Poteva una battuta del genere non stuzzicare la mia fantasia? (Traduzione brutta ma letterale per i non-fissati-con-l’inglese: Quando ero piccolo, mio padre mi diceva sempre, “Will, puoi sceglierti gli amici, puoi scaccolarti, ma non puoi scaccolare gli amici”)

Ora, riconosco che è una battuta estremamente difficile da rendere in italiano, e mantenere il gioco di parole è impossibile. Una di quelle battute che mi fanno dire “ma chi cazzo me lo fa fare di voler diventare una traduttrice!?”. Questo però non giustifica la scialbissima e insensata scelta dei traduttori italiani, che hanno tradotto (all’incirca) così: (…), “Puoi sceglierti gli amici, puoi sceglierti la ragazza, ma non puoi scegliere la ragazza dei tuoi amici”

Perchè, dico io, perchè???

Questa battuta è stupida e priva di senso per diversi motivi. Primo fra tutti, cinque righe dopo, veniamo a sapere che il migliore amico di Will, Tiny, è gay (anzi, ancora più avanti si scopre che in pratica tutti gli amici di Will sono gay). Perciò di sicuro Will non si porrebbe neanche il problema di scegliere la ragazza dei suoi amici. Secondo, alla fine del capitolo c’è una scena in cui Will è effettivamente costretto a scaccolare Tiny (Sì, lo so, che schifo. Ma quanto siamo delicati…), e perciò si trova a ripensare a quella perla di saggezza di suo padre. Insomma, i traduttori si sono scavati da soli la loro fossa.

Ma è arrivato il momento della trama (presa dall’edizione italiana)

Una sera, nel più improbabile angolo di Chicago, due ragazzi di nome Will Grayson si incontrano. Will e Will non potrebbero essere più diversi, ma dal momento in cui i loro mondi collidono, le loro vite, già piuttosto complicate, prendono direzioni inaspettate, portandoli a scoprire cose completamente nuove sull’amicizia, l’amore e, soprattutto, su loro stessi.

Il libro è diviso in due parti: un capitolo narrato da Will Grayson e uno da will grayson. Sì, esatto: i due “narratori” (e scrittori, ma su questo ci torno poi) si distinguono per il fatto che uno usa le maiuscole normalmente, e l’altro non le usa affatto. David Levithan, che ha scritto la parte di will grayson, ha detto che questa è stata una scelta “artistica” legata al personaggio: will è un ragazzo depresso, che cerca, in pratica, di scomparire. Inserisco direttamente la citazione presa da “A conversation between John Green and David Levithan“, che si trova in fondo al libro:

The reason my will writes in lowercase is simple– that’s how he sees himself. He is a lowercase person.

Non vi scrivo tutta la risposta, che è piuttosto lunga, ma in pratica è anche legato al fatto che will passa un sacco di tempo in chat, dove la gente in pratica usa sempre le lettere minuscole. In ogni caso, è stata una scelta ponderata (lo dico perchè so di gente che ha trovato questo “espediente” un po’ fastidioso. Io non sono tra quelli. Anzi, l’ho apprezzato molto)

Comuuunque, passiamo al fatto che questo è un libro scritto a quattro mani. Da una parte abbiamo David Levithan, del quale non avevo mai letto niente prima (ma è uno degli autori di Nick & Norah’s infinite playlist, dal quele è stato tratto un film. Neanche brutto, come film), e dall’altra il mio amato John Green, una delle persone che più mi piacciono nell’intero universo, oltre che ottimo scrittore (per farmi amare tanto libro che non sono proprio “da me” bisogna essere bravi)

Abbiamo umorismo, ma anche profondità. Non è un libro scemo. E i personaggi sono forti.

Ci sono, ovviamente, i due Will Grayson; per cominciare, c’è quello a lettere maiuscole di John Green, che si lascia trasportare dalla corrente, e si “nasconde” dietro a Tiny, allo stesso tempo facendosi mille domande sulla loro amicizia (come è possibile che quei due, così totalmente opposti, siano amici? E sono veramente amici?), e a due regole: fregatene e sta’ zitto. Ovviamente, essere il migliore amico di Tiny Cooper (molto imponente, molto gay e con una straordinaria tendenza all’innamoramento facile e veloce) non gli facilita questo stile di vita. Soprattutto quando l’amico decide di piazzarlo con Jane, una ragazza molto intelligente, un po’ hipster e con una grande conoscenza della musica (oltretutto, secondo me la si può considerare un personaggio femminile alla Scott Westerfeld. Quanto sarebbe bella una collaborazione tra John Green e Scott Westerfeld. Ah, ho mai accennato al fatto che sono amici? Eh? Eh?!?!?)

Poi c’è il will a lettere minuscole, emo, che vive con la madre (ma senza il padre, che li ha abbandonati), prende pillole anti-depressive, ha un rapporto di non-proprio-amicizia-tendente-verso-l’inimicizia con Maura, una ragazza dark con una cotta per lui, e si innamora di Isaac, un ragazzo conosciuto in chat.

Ed è proprio la sera in cui avrebbe dovuto incontrare per la prima volta Isaac (che si scopre essere nient’altro che uno “scherzo” di Maura) che si imbatte in Will-a-lettere-maiuscole in un sexy-shop (“il più improbabile angolo di Chicago della trama) La coincidenza è enorme, perchè, insomma, che probabilità ci sono che due Will Grayson si incontrino la stessa sera in un sexy-sh0op di Chicago?

L’incontro, come dice la trama, cambia la vita un po’ a tutti e due (anche se soprattutto a will)

Cacchio, stavo per chiudere l’intervento senza aver detto una cosa importante: Tiny si sta preparando a portare sulla scena “The Tiny Dancer”, un musical basato sulla sua vita. Ve lo dico perchè è un punto focale della trama. E anche perchè fa troppo ridere.

Perciò, insomma, libro consigliatissimo, al 100% (possibilmente in inglese, ovviamente)

(Ah, purtroppo mi sa che passerà un bel po’ prima del mio prossimo intervento libroso. Spero di riuscire a fare qualcosa per settembre, ma, aimè, è periodo di esami. Ma, gioite, perchè qua a sinistra dello schermo/alla vostra destra, dove potete ammirare un piccolo pezzo della mia libreria Anobii, noterete che ho dei libri interessanti che ci aspettano. =D )

Piccola (ma utile) guida per perdere tempo in estate (parte 2: la vendetta)

Jul
22

Avevo pensato di aggiungere una piccola postilla al mio intervento precedente, piuttosto che scrivere un altro articolo, ma così è più divertente.

In questa appendice alla P(MU)GPPTIE (chi è d’accordo con me nel pensare che questa sigla fa veramente schifo? La prossima volta che scrivo una piccola guida devo pensare o a un nome più corto o a un titolo più adatto a diventare una sigla accattivante) parlerò di un paio di sistemi per perdere tempo che due settimane fa non conoscevo ancora.

The Lizzie Bennet diaries

Categoria: YouTube
Totale tempo perso: 1 ora e 50 minuti (per ora)

Si tratta di una webseries in cui Orgoglio e pregiudizio viene ripreso in chiave moderna. Lizzie Bennet è una ragazza che inizia a tenere un vlog come progetto per il suo corso universitario di scienze della comunicazione. Vive a casa con i genitori e le due sorelle, Jane e Lydia. La madre è ossessionata dall’idea di sistemare le figlie con uomini ricchi. Lizzie è una che non ci pensa neanche. Vabbè, a grandi linee la trama di Orgoglio e pregiudizio la conosciamo tutti, no? (Intendo anche chi, come me, non ha letto il libro)

Era un po’ che sentivo parlare di questa serie (è stata creata da Hank Green, perciò era inevitabile), ma sono sempre stata un po’ scettica. Insomma, voi ormai un po’ mi conoscete, perciò potrete immaginare che nella lista “cose che mi interessano/incuriosiscono” difficilmente si potrà trovare la voce “romanzi di Jane Austen (o delle sorella Bronte, se è per quello)”, e, conseguentemente, l’idea di una serie basata proprio sul più famoso romanzo della Austen non mi intrigava particolarmente.

Poi due domeniche fa (per la cronaca: immediatamente dopo aver pubblicato l’articolo) ho deciso “Massì, dai, proviamoci…” e in un attimo… BANG! avevo guardato tutti e 26 i video pubblicati fino a quel momento. The Lizzie Bennet diaries è una serie divertente e sorprendentemente appassionante.

Ah, e c’è una buona notizia: i video sono sottotitolati. Beh, almeno, una gran parte di essi. I primi 15 hanno anche i sottotitoli in italiano (anche se non sono fatti particolarmente bene. Vi consiglio quelli in inglese, che si trovano fino all’episodio 22)

E qua trovate la playlist (e il sito ufficiale)

How it should have ended

Categoria: YouTube
Tempo perso: indefinito

Come ho potuto dimenticarmi di questo canale YouTube che adoro? In pratica abbiamo cartoni che raccontano come film e telefilm avrebbero dovuto finire (dal punto di vista comico, ovviamente) Sono così assurdi e divertenti da essere geniali. Vi segnalo alcuni dei miei preferiti: Harry Potter (questo video in realtà è famosissimo, perciò ci sta che l’abbiate già visto), Hunger Games (con tanto di eccezionale scena bonus) e Jurassic Park.

playR

Categoria: sito/giochi online
Tempo perso: ∞

Qualche tempo fa mi era venuta voglia di ricominciare a giocare a Pokemon giallo sul mio vecchio GameBoy. Purtroppo però, dopo aver passato parecchio tempo a cercare, ho scoperto che le pile si sono praticamente polverizzate (a proposito, è normale che succeda? Lo chiedo perchè a me sembra pericoloso e spaventoso) Insomma, il mio povero, piccolo GameBoy è inutilizzabile. Ma vi sembra che una cosa del genere possa fermarmi? Naturalmente no. Così sono andata a cercare su Google “Pokemon Yellow online” e ho trovato questo sito fantastico in cui si possono ritrovare tutti quei bei giochi che hanno accompagnato la nostra infanzia (ok, no, lo ammetto: io conosco solo Pokemon giallo. Ho passato la mia infanzia a giocare con la Playstation. Per il GameBoy avevo solo un gioco)

Conseguenza: più di 21 ore di gioco in meno di una settimana. Direi che come perditempo estivo è ottimo.

Did you know?

Categoria: blog Tumblr
Tempo perso: ore e ore e ore…

Conoscete Tumblr? No? Accidenti, speravo di sì, perchè io proprio non lo so spiegare. Diciamo che è un ammasso di blog. No, non rende l’idea. Ma, d’altra parte, io sono iscitta da mesi, e sto cominciando solo ora a capirci qualcosa (vi darei il link del mio blog Tumblr, ma c’è uno spoiler che riguarda Goliath tra le cose pubblicate di recente, perciò, siccome sono una brava persona, non lo farò)

Comunque, in questo blog in particolare, troverete curiosità da tutto il mondo e per tutti i gusti. Il problema è che, una volta iniziato a leggere, smettere è un bel casino.

Ah, ed esiste anche Did you know gaming?, in cui si trovano curiosità che riguardano i videogames.

Ecco, lo sapevo che questo intervento sarebbe stato cortissimo.

Come allungare un po’ il brodo? Ah, sì, con una domanda: stavo pensando di cambiare il nome del mio blog. Brand new eyes mi piace, ma l’avevo già usato per un altro blog. Perciò stavo pensando a… ebbene sì: “Barking spiders!” Oooh… sembra una cazzata. L’altra idea era “The perspicacious loris”, e anche questo è un riferimento a Leviathan. O meglio, e Behemoth. Cosa ne pensate?

Un’ultima cosa: vi ricordate che prima ho detto di essere una brava persona? Ecco, forse non la sono poi tanto.