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Battle Royale – Koushun Takami

Oct
18

Ed eccomi qua, a meno di una settimana dal mio ultimo articolo. Ve l’avevo detto: anarchia blogghistica. YEAH!

Sì, lo so, è una follia: sarebbero meglio intervalli regolari, senza grosse pause, ma ho deciso di… beh, impazzire. Così è più divertente e imprevedibile. Comunque, tranquilli, cercherò di non far passare mesi da un intervento all’altro (non che la regola “articoli-una-domenica-sì-e-una-no” abbia mai fatto la differenza, da questo punto di vista…)

In ogni caso, passiamo senza ulteriori indugi al libro del giorno.

E parto con una premessa: mi ha delusa immensamente. Non mi è piaciuto. Ma questo fa parte della nuova politica anarchica (mmm… non è una contraddizione in sè?): scriverò di qualsiasi libro che mi faccia venir voglia di piazzarmi qua davanti al computer per parlare con voi. Bel libro? Brutto libro? Libro mediocre? Non ha importanza.

Repubblica della Grande Asia dell’Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d’istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un’isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un “gioco” il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo… Edito nel 1999, “Battle Royale” è un bestseller assoluto in Giappone, il libro più venduto di tutti i tempi; diventato fenomeno di culto, ha ispirato celebri film, manga sceneggiati dallo stesso Takami e videogiochi. Scritto con uno stile insieme freddo e violento, “Battle Royale” è un classico del pulp, un libro controverso e ricco di implicazioni, nel quale molti hanno visto una potente metafora di cosa significhi essere giovani in un mondo dominato dal più feroce darwinismo sociale.

Dunque dunque dunque.

Partiamo dall’ovvio: l’ho letto per fare un onesto confronto con Hunger Games.

Ricorderete, forse, l’articolo in cui parlavo del libro di Suzanne Collins che, sì, mi era piaciuto, ma mi aveva lasciata parecchio perplessa sul fronte originalità.

Ecco, diciamo che, leggendo Battle Royale, ho avuto la forte impressione che qua si tratti di un palese caso di violazione del copy-right. Possibile che la Collins sia sfuggita al tribunale? Mi sembra stranissimo.

Vi faccio due esempi pratici (ho deciso di escludere le generali somiglianze che si trovano nelle trame dei due libri, dal momento che si possono considerare anche, come dire, canoniche per il genere)

  • REPERTO A (magari poco rilevante, magari da ragazzina pedante, ma secondo me degno di stare in questa breve lista): all’inizio di Battle Royale Noriko, la protagonista femminile, viene ferita ad una gamba. Ad un certo punto inizia a stare malissimo: ha la febbre, sembra che stia per morire e la causa pare essere (ma poi si scopre che non è così) un’infezione della ferita. A questo punto Shuya, protagonista maschile, decide che è il caso di rischiare la vita per curarla.
    Diciamo che non ho potuto fare a meno di pensare a quando, in Hunger Games, Peeta viene ferito (ad una gamba), sta malissimo, ha la febbre, sta per morire e Katniss decide che è il caso di rischiare la vita per curarlo. (Notare l’inversione di ruoli: è molto importante per una critica che voglio fare a Battle Royale)
  • REPERTO B: Shuya finalmente incontra il suo amico Hiroki, che però non si unirà al suo gruppo perchè sta cercando una ragazza. Per fare sì di riuscire a incontrarsi di nuovo quando troverà questa tipa, i due (anzi tre, perchè ad avere l’idea è un altro amico di Shuya, Shogo) si accordano su un segnale, ovvero, udite udite, il canto di un uccello (in realtà un richiamo per uccelli, ma la sostanza non cambia)
    Non vi dà una strana sensazione di deja-vu?
    Vi rinfresco la memoria: cosa dovevano fare Katniss e Rue per ritrovarsi in Hunger Games? Esatto: dovevano usare il canto degli uccelli. Mmm…

Comunque, questi sono solo le cose più palesi che ho trovato.

Però, a pare la sfacciata scopiazzatura, ho apprezzato molto di più Hunger Games. Ed ecco le ragioni (sulla mia agenda ho segnato punti a favore e punti a sfavore per entrambi i libri)

PUNTI A FAVORE DI HUNGER GAMES (rispetto a Battle Royale):

  1. Il primo punto, in realtà, vale un milione di punti: Battle Royale è un libro tremendamente maschilista. In pratica, quasi tutti i personaggi maschili sono quasi dei supereroi, bravi in tutto (uno, Shinji, è talmente perfetto da essere ridicolo) Vero: a parte una ragazza (Mitsuko, che, pur essendo pazza e cattiva, a mio parere è uno dei tre soli personaggi femminili forti in tutto il romanzo), sono praticamente solo i ragazzi che decidono di partecipare attivamente al Programma, ma questo li rende comunque attivi. Le ragazze, invece, sono solo carine, timide, dolci. Stop.
    Uniche eccezioni sono, appunto, Mitsuko (cattiva in modo terrificante), Takako (che combatte con una grandissima forza contro uno che vorrebbe stuprarla) e Yukie (che grazie alla sua attitudine alla leadership riesce a mantenere una certa civiltà e tranquillità all’interno di un gruppo)
    Noriko, invece, tanto per dirne una, è insopportabilmente passiva. Insomma, capisco che tu non voglia partecipare a questa cosa, fai benissimo a non voler uccidere quelli che fino a poche ore prima erano i tuoi compagni di classe, ma, per l’amor di Dio, se qualcuno cerca di ucciderti, almeno provaci a difenderti! Non stare sempre a contare sull’uomo della situazione per salvarti! Eccheccacchio!
    Insomma, confrontiamo un attimo questi patetici personaggi femminili, che sembrano creati apposta (ed è probabile che sa realmente così) per far sentire gli uomini più macho, più forti, più fighi, con Katniss, che è uno dei personaggi femminili più forti della letteratura degli ultimi anni (degli ultimi decenni? Secoli? Di sempre?)
    No, avete ragione: non facciamolo. Non c’è paragone.
  2. Lo stile di Battle Royale è molto freddo. Non ti permette di affezionarti ai personaggi. Ovvio, come fai a legarti emotivamente a personaggi che durano un capitolo, prima di morire (in modi orribili)? Non è possibile.
    E non è facile neanche connettersi con i protagonisti. Non è facile per niente.
    Tutta un’altra storia se è direttamente la protagonista che parla, facendovi entrare nella sua testa.
  3. Questo punto è strettamente legato al precedente: in Hunger Games sappiamo con precisione di chi è il punto di vista. Katniss racconta in modo credibile, nel senso che noi sappiamo ciò che lei sa, e nulla più.
    In Battle Royale invece abbiamo una sorta di narratore onnisciente, che, oltre ad essere tremendamente fuori moda, ci impedisce ulteriormente di empatizzare con i personaggi: ci viene detto troppo. Troppo sui personaggi, troppo sul Programma, troppo sulla situazione politica di questo mondo distopico… Non ci si focalizza mai del tutto su quello che, secondo me, dovrebbe essere il punto del libro: un gioco perverso in cui compagni di classe, amici, innamorati, devono uccidersi tra loro.
    La situazione migliora dopo un po’, quando l’autore/narratore decide che tutto quello che c’era da dire è già stato detto (e infatti verso la fine la lettura diventa molto più scorrevole e piacevole)

PUNTI A FAVORE DI BATTLE ROYALE (rispetto a Hunger Games):

  1. La brutalità. Ok, questo punto vi suonerà strano, specie detto da me, ma per me la brutalità di Battle Ryale è un grosso punto a favore. Insomma, si tratta di libri che parlano di ragazzi che si uccidono tra di loro, gli eufemismi sono inutili.
    (Con questo non sto dicendo che ho apprezzato le descrizioni dei cadaveri o delle morti più violente, ovvio. Anzi, mi è capitato di essere sul punto di vomitare)
  2. Soprattutto, questo è il libro copiato, non il copiatore.
GENERICI PUNTI A SFAVORE DI BATTLE ROYALE:
  1. Una cosa fastidiosissima: qua e là sono inseriti commenti ironici del tutto fuori luogo, non solo rispetto al contesto (tragicissimo), ma proprio fastidiosi per la narrazione. Insomma, ogni tanto si capisce che è proprio l’autore ad intervenire, nello stesso modo, peraltro, in cui ogni tanto intervengo io nei miei articoli (ma, a mia difesa, posso dire che una cosa è buttare lì un commento ironico nel mezzo di una recensione, una cosa è farlo nel mezzo di una strage)
  2. I personaggi sono estremamente caricaturiali, non credibili. Ci sono i molto buoni, i molto cattivi, i molto snob, i molto bravi in qualsiasi cosa… C’è Shuya, di cui tutte le ragazze sono innamorate (Tutte. TUTTE. T.U.T.T.E., tranne, forse, tre)
    C’è Shogo, che ha partecipato una volta (ok, già si è abbastanza sfigati ad essere pescati due volte, ma comunque…) e si ritrova esperto in tecniche di sopravvivenza e nell’uso delle armi.
    Insomma, dai!
  3. A proposito di caricature, due parole sull’unico personaggio gay di tutto il romanzo: è stereotipato in un modo talmente offensivo che la mia indignazione non può essere espressa a parole.
    Tanto per cominciare, la prima volta che lo vediamo, è lì che si sta specchiando e pettinando. Nel. Bel. Mezzo. Del. Programma. Eh cacchio!
    Poi rispondo al classico tipo di gay effemminato e molesto (quello che i più coglioni e retrogradi tra gli uomini etero temono più della peste)
    Assurdo. Capisco che  nella “Repubblica della Grande Asia”, come in praticamente ogni dittatura, vige un’omofobia di stato, ma mi pare che Takami si si calato un po’ troppo in questa mentalità…
  4. Sempre a proposito di caricature, l’autore ha avuto la stupida, malsana idea di dare una catch-phrase ad un personaggio che dura solo un capitolo. Cosa ne risulta? Be’, un gran giramento di palle: la parola “volgare” viene ripetuta ventuno volte (sì, ho tenuto il conto. Ho deciso di farlo dopo la quinta volta, quando ho iniziato a dire, tra me e me, ma che cazzo!) in dodici pagine.
    Un po’ tantino, non trovate?
  5. Il linguaggio è artificioso, poco credibile. I dialoghi sono irrealistici.
    Ormai mi conoscete un po’, penso che abbiate intuito che sono una fan del “parla come mangi, e scrivi come parli”. Perciò in un libro un linguaggio così artificiale non può che risultarmi estremamente fastidioso.
    E la parolacce… Sono forzate, inserite talmente alla cazzo da essere ridicole, e il linguaggio in certi punti sembra quello di un pessimo film poliziesco (“Questo fottuto governo…” “Ucciderò quel fottuto bastardo!” Bah)
  6. E c’è un uso eccessivo di punti esclamativi. Niente, ci tenevo a puntualizzarlo. Nessuno usa così tanti punti esclamativi al di fuori dei dialoghi!

Ora, due parole sull’edizione italiana.

Ok, tecnicamente mi basterebbe dire: In Italia è edito dalla Mondadori, e voi capireste già dove voglio andare a parare. Ma lo dico lo stesso.

Tanto per cominciare, capisco perfettamente che i traduttori dal giapponese non crescono sugli alberi, ma trovarne uno che sappia l’italiano era troppa fatica? Il traduttore di Battle Royale non ha idea dei tempi verbali: imperfetto dove ci sarebbe dovuto essere il passato remoto, e viceversa (in continuazione)   E anche un paio di problemi con i congiuntivi.

Poi un classico dei libri della Mondadori: i problemi di stampa. Mezze parole che mancano, chiazze di inchiostro… Che incazzatura.

Per non parlare poi dell’edizione. Avete presente quei libri con il dorso giallo, e le pagine sistemate in modo tutto irregolare? Bah, che schifezza. Insomma, di solito le copertine sono belle, e il dorso giallo mi piace, ma quelle pagine messe a casaccio e ruvide sono una merda.

Concludo questa lista di pro e contro con l’unico punto davvero favorevole a Battle Royale: ti prende tantissimo. Soprattutto la seconda metà, quando il narratore inizia a diventare meno pedante e si è nel vivo dell’azione (o, per meglio dire, nel pieno della strage) Oltretutto, alla fine di un capitolo, c’è scritto il numero di sopravvissuti, perciò, ogni volta che sbirciate quella cifra (e so che lo farete), e vedete il numero calare,  avete bisogno di sapere che è successo.

Ma ora è giunto il momento di chiudere questo lunghissimo intervento. Per farla breve, Suzanne Collins è una scrittrice molto più abile di Koushun Takami. Ma -ah ah- ciò non toglie che la Collins abbia scopiazzato un po’ troppo in giro per poterla passare liscia.

Per quanto riguarda Battle Royale, non ve lo sconsiglio del tutto. Magari, però, cercate un’edizione (in inglese, magari, nella speranza che la traduzione sia migliore) molto più ecomomica di quella merdina da 12 euro della Mondadori.

Ah, no, aspettate, non posso chiudere così! Non vi ho detto che esiste anche un manga (che io ho rinunciato a leggere dopo il primo cadavere. Mi stavano venendo i conati) e un film (censuratissimo, che in Italia, stando a quanto mi è stato detto, non è arrivato per una ragione talmente stupida da essere ridicola. Ok, so che siete curiosi, e allora vi racconto. In gran parte del mondo, il film è stato censurato a causa della violenza, ma in Italia per via del fatto che qua BR sta per Brigate Rosse. Ci rendiamo conto??? Insomma, Wikipedia non ne fa menzione, ma mi è stato raccontato da una fonte che ritengo piuttosto attendibile. Ma come storia è abbastanza assurda da essere credibile. Il film è uscito comunque, ed è stato pure doppiato, ma lo si può trovare, a quanto pare, solo tra i film a noleggio.)

^^^EDIT 22/10/2012^^^

Mi è stato fatto notare da alcuni miei amici che il film non è difficile da trovare *cough*in streaming*cough* (wow, come sono brava a camuffare le parole!)

Ah, e già che ci sono, aggiungo un’ultima cosa: la settimana scorsa ho fondato su Facebook il primo gruppo italiano per Nerdfighter. Per ora è un gruppo minuscolo (siamo in tre. E una di noi è una mia amica tedesca, quindi non vale) Perciò, insomma, se vi ho convinti ad unirvi alla causa a forza di parlare dei Nerdfighter e dei Vlogbrothers,  unitevi a noi!

The Hunger Games – Suzanne Collins

Apr
3

Ecco, sì, è un bel pezzo che non scrivo. Non che non ci abbia almeno provato, ma ultimamente mi sono sentita un po’ demotivata. Non so se sia più colpa dell’università, che mi sta succhiando ogni energia (l’orario di questo semestre è terribile, terribile), o magari di tutti i commenti spam che mi trovo davanti ogni volta che vado a controllare le e-mail, oppure, diciamocelo, magari il fatto è che sono pigra, incapace di portare a termine ciò che inizio. Ma non voglio buttarmi troppo giù, perciò cercherò di autoconvincermi che si è trattato solo di un blocco dello scrittore (o meglio, del blogger) e di libri poco stimolanti.

Insomma, non fraintendetemi, ho letto dei bei libri ultimamente. Solo che non sono riuscita a scriverne recensioni decenti. Magari poi deciderò di fare un intervento in cui presenterò brevemente alcuni libri (giusto trama e due parole), e magari potrei anche stroncarne un paio (ce ne ho uno che mi è proprio rimasto sul groppone, e sento di avere il dovere di salvare lettori innocenti)

Poi cos’altro posso dire prima di iniziare la recensione? Ah, sì, sono nella disperazione più nera per i libri che dovrò leggere per un esame che darò in estate. Non solo sono tanti, ma alcuni sono anche delle gran mattonate (Great Expectations di Dickens, Tess of the D’Urbervilles di Hardy, Pamela di Richardson, giusto per dirne alcuni), perciò non prometto una gran attività qua nel blog nel prossimo futuro. Insomma, difficilmente avrò tempo di leggere molto altro, perciò probabilmente sarà quasi impossibile per me mantenere il ritmo che mi ero proposta di un intervento una settimana sì e una no. Però, in compenso, mi è venuto in mente che potrei creare un servizio di pubblica utilità: pubblicare le mie relazioni su quei libri. Ok, detto così suona palloso. Tipo: ma che cazzo le prende??? Ma pensateci un attimo: sono libri che rischiano di toccare un po’ ad ogni studente, e non credo che ci sia qualcuno che abbia veramente voglia di leggerli (insomma, ci sono letture che ci appassionano molto di più, o sbaglio? Lo so, la mia avversione nei confronti dei classici è sconcertante, ma che ci vogliamo fare?), perciò, dal momento che non posso fare altrimenti, li leggerò, e li descriverò capitolo per capitolo (o parte per parte. O come mi verrà più comodo, insomma), così da poter risparmiare questa tortura a altri poveri studenti.

Diciamo che, in realtà, più che un atto di bontà, si tratta di una ribellione. Il mio spirito ribelle è scattato alla vista della lista di letture obbligatorie per quell’esame, perciò, anche se la mia solita politica è cerca di leggere il libro anche se ti fa addormentare, per questa volta farò un’eccezione. Ok, magari quelli di cui parlerò non saranno i libri più utili per gli studenti, ma sempre meglio di niente, no?

Ed eccoci finalmente alla mia recensione del giorno: The Hunger Games, primo libro dell’omonima trilogia.

Inizierei dicendo che è da questa estate che ne sento parlare. Per essere più precisi, dal momento in cui mi sono iscritta a DeviantArt. Un po’ come per Leviathan, una enorme parte del fandom di questa trilogia si trova su quel sito. Insomma, ho trovato questi disegni, questo entusiasmo, e mi sono incuriosita. Poi è stata annunciata la produzion del film (in America è già uscito, in Italia arriverà a maggio, oppure già questo meso, non è chiaro), e allora anche Memebase si è infiammato. A questo punto ero veramente stra-curiosa, ma il problema è che la mia wishlist è molto ricca, e non sapendo che libro scegliere, mi sono affidata al metodo più scientifico: ho fatto la conta. Hunger Games non ne è mai uscito vincitore (il che, a pensarci ora che l’ho letto, mi sembra piuttosto ironico), poi ho sentito gente che conosco parlarne bene, e ho sentito i miei amati fratelli Green parlarne bene, e mi sono detta: “Be’, fanculo la conta, lo prendo e basta” e così ho fatto.

Ma ora basta con queste stupidaggini che ci stanno facendo solo perdere tempo, ed ecco la trama (presa dall’edizione italiana):

Quando Katniss urla “Mi offro volontaria, mi offro volontaria come tributo!” sa di aver appena firmato la sua condanna a morte. È il giorno dell’estrazione dei partecipanti agli Hunger Games, un reality show organizzato ogni anno da Capitol City con una sola regola: uccidi o muori. Ognuno dei Distretti deve sorteggiare un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni che verrà gettato nell’Arena a combattere fino alla morte. Ne sopravvive uno solo, il più bravo, il più forte, ma anche quello che si conquista il pubblico, gli sponsor, l’audience. Katniss appartiene al Distretto 12, quello dei minatori, quello che gli Hunger Games li ha vinti solo due volte in 73 edizioni, e sa di aver poche possibilità di farcela. Ma si è offerta al posto di sua sorella minore e farà di tutto per tornare da lei. Da quando è nata ha lottato per vivere e lo farà anche questa volta. Nella sua squadra c’è anche Peeta, un ragazzo gentile che però non ha la stoffa per farcela. Lui è determinato a mantenere integri i propri sentimenti e dichiara davanti alle telecamere di essere innamorato di Katniss. Ma negli Hunger Games non esistono gli amici, non esistono gli affetti, non c’è spazio per l’amore. Bisogna saper scegliere e, soprattutto, per vincere bisogna saper perdere, rinunciare a tutto ciò che ti rende Uomo.

Devo ammettere che la prima cosa che ho pensato quando l’ho letta è stata “Belin, ma è come La lunga marcia!” (NB: Libro di Stephen King in cui 100 ragazzi partecipano a questa marcia, in cui a vincere sarà l’unico sopravvissuto. Gli altri vengonon fatti fuori se si fermano o rallentano troppo. Gran bel libro, ma approfondirò il concetto più avanti) La mia impressione è cambiata ora che ho letto il libro per intero? No, neanche lontanamente. Ok, in un certo senso sì: ho deciso che questo libro si può considerare un bel mischione di Brutti del nostro amato Scott e del summenzionato (bel parolone, eh?) La lunga marcia (e magari ci buttiamo dentro anche L’uomo in fuga, sempre di King). Da una parte questo mio commento è, ovviamente, molto negativo, ma dall’altra devo ammettere che la cosa non mi è dispiaciuta più di tanto.

Mi spiego meglio: anche se l’influenza, almeno ai miei occhi, è più che evidente, non penso proprio che si possa parlare di plagio. Ad esempio, da Brutti può aver preso l’atmosfera del Capitol (futuro post-apocalittico, ma se ti trovi “dalla parte giusta” te la puoi godere alla grande), però l’ha resa molto più cupa, più soffocante. Be’, ovvio, il libro è raccontato dal punto di vista di una ragazza che è nata dalla parte sbagliata.

In ogni caso, è la somiglianza con La lunga marcia che mi ha sbalordito fin dall’inizio. Insomma, concettualmente è la stessa cosa. La differenza è che agli Hunger Games viene data una spiegazione vera e propria (sono la punizione per una ribellione), mentre non mi ricordo che ci sia una motivazione dietro la marcia (cioè, sì, al vincitore vengono dati un sacco di soldi, ma come al solito l’unica vera spiegazione di King è il male, la decadenza dell’America. E diciamocelo, ha veramente rotto le palle con questa storia. Avete mai visto quelle battute sui filosofi e gli scrittori che vanno in gelateria      ? Vabbè, magari no, ma leggetele, sono geniali. Comunque, quella su King dice: “Stephen King entra dal gelataio.Ma non era una gelateria. Era una manifestazione concreta del Male.” Ok, ora la smetto con questa mia tirata contro di lui, ma potrei andare avanti ancora per un bel po’)

Poi, vabbè, verrebbe in mente anche un altro libro di King, L’uomo in fuga, e anche un episodio di Doctor Who (Bad Wolf, 1×12)

Insomma, per quanto possa essere ben scritto e decisamente appassionante, The Hunger Games non pullula di idee originali. Il che è un peccato: è l’unica cosa che gli ha impedito di entrare nell’olimpo dei miei libri preferiti in assoluto. Ora è solo tra i preferiti (come può uno scrittore sopravvivere a questo smacco? XD )

Vi avverto: questo non è un libro da leggere se il vostro atteggiamento è: Sì, insomma, non ho molto tempo per leggere. Giusto una mezzoretta prima di andare a dormire. No: questo è un libro da leggere se non avete niente da fare per uno/due, massimo tre giorni (di più non può durare. Non è proprio possibile) A me è durato due giorni scarsi, due giorni in cui non riuscivo quasi a staccarmene (se non per, tipo, mangiare e dormire) Una volta iniziato, dovete sapere come andrà a finire. Sarà un bisogno fisico. Fidatevi, non lo dico tanto per dire.

The Hunger Games crea un’atmosfera ansiosa, terribile, da mal di pancia. Non un mal di pancia metaforico, un vero mal di pancia. Questa è una cosa che mi è successa solo con questo libro e con La lunga marcia: ti senti il cuore in gola, un’angoscia terrificante. Insomma, è estremamente coinvolgente. (Lo so che detto così non invoglia più di tanto. Insomma, perchè cavolo dovrei leggere un libro che mi farà stare male? Eh, lo so, ma a volte ne vale la pena)

E direi che con questo posso chiudere, non mi sembra di dover aggiungere altro. Insomma, vi ho già detto che uscirà il film tra non molto (perciò, se, come me, siete di quelli che prima si legge il libro, affrettatevi!), avendolo letto in inglese non posso fare commenti riguardo l’edizione italiana (per ora sono usciti Hunger Games e Catching Fire, in italiano La ragazza di fuoco, in un’edizione hardback dal prezzo piuttosto onesto, anche se io, comprandolo in inglese, ho speso circa la metà. Dettagli, dettagli… In ogni caso, per il terzo, Mockingjay, Wikipedia dà come data il 15 maggio, e il titolo sarà Il canto della rivolta)

Th-Th-Th-Th-Th-Th-Th-Th-Th-That’s all folks!