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Soulless (The Parasol Protectorate) – Gail Carriger

Dec
18

Salve! Eccomi di nuovo qui!

Comincio col dire che sono particolarmente contenta del libro di cui parlerò oggi. L’ho comprato senza neanche leggere la trama: per convincermi è bastato il sottotitolo: “A novel of vampires, werewolves, and parasols“. Insomma, l’avrete già capito: un romanzo steampunk con i vampiri! Ah, il mio paradiso personale! Ma, come al solito, prima di iniziare con la sviolinata, ecco la trama (tradotta da me dalla versione inglese che ho comprato. Non che la trama nella versione italiana sia scritta male. Semplicemente, mi andava di tradurmela da sola):

In primo luogo, lei non ha un’anima. In secondo luogo, è una zitella il cui padre è italiano e morto. In terzo luogo, è stata maleducatamente attaccata da un vampiro, che ha infranto ogni regola dell’etichetta sociale.

E a quanto pare si va di male in peggio, visto che Alexia uccide accidentalmente il vampiro – e dunque il detestabile Lord Maccon (maleducato, disordinato, magnifico e licantropo) è mandato a investigare dalla Regina Vittoria in persona.

Con apparizioni di vampiri imprevisti e sparizioni di vampiri previsti, tutti sembrano essere convinti che Alexia sia responsabile. Riuscirà a capire cosa sta veramente succedendo nell’alta società di Londra? La sua abilità da senzanima di annullare il soprannaturale si rivelerà utile o sarà solo un imbarazzo sociale? E infine, chi è il vero nemico, e, soprattutto, avrà la torta di melassa?

Be’ io ho cercato di fare del mio meglio, ma non è stato facile.

In ogni caso, nonostante la mia pessima traduzione c’è una cosa che risulta subito evidente: l’ironia. Questo libro fa morire dal ridere dall’inizio alla fine, e questo soprattutto per due motivi: Gail Carriger è una scrittrice molto abile, e il pensiero vittoriano applicato in certe circostanze diventa assolutamente comico. Insomma, normalmente tutto quel pudore, quel perbenismo e quella fissa per le buone maniere sono una rottura di palle, ma quando una ragazza reagisce all’attacco di un vampiro con “Ma insomma! Non siamo neanche stati presentati!”, per poi intrattenere con lui una cortese conversazione prima di ucciderlo, è piuttosto difficile non trovare la cosa divertente.

Perciò, a questo punto avrete capito che Alexia Tarabotti è un personaggio piuttosto particolare. Io, personalmente, la adoro. Mi ha conquistato immediatamente, specialmente per il fatto che sembra sempre essere fuori luogo. In primo luogo, è “figlia di primo letto” di una donna inglese e di un uomo italiano (senzanima e di dubbia reputazione). La madre si è poi risposata con un signorotto (in inglese è squire, che potrebbe significare giudice, magistrato o avvocato. Io punto su giudice, ma non sono sicura al 100%), e ha avuto altre due figlie, belle (secondo gli ideali vittoriani: bionde, pallide e delicate) e assolutamente sceme. Perciò è facile immaginare quanto Alexia (non canonicamente bella, con la sua pelle olivastra, i lineamenti forti e la corporatura piuttosto importante tipicamente italiani; immensamente acculturata, grazie alla ricca biblioteca lasciatale dal padre ed estremamente volitiva) possa sentirsi un pesce fuor d’acqua.

I personaggi ai quali si accompagna sono… piuttosto particolari. C’è Ivy Hisselpenny, un’altra zitella, sua carissima amica, compagna di passeggiate e di conversazioni, più marcatamente vittoriana di Alexia, e con “una terribile propensione per l’indossare cappelli estremamente sciocchi. Quest’ultima era il lato del carattere di Ivy che Alexia trovava più difficile da sopportare.“, e infatti non manca mai di sottolineare con frecciatine piuttosto cattive la sua disapprovazione per le scelte di stile dell’amica (ok, lo so che è una cazzata, ma è troppo buffa!)

L’altro “migliore amico” di Alexia è Lord Akeldama, un vampiro dandy e parecchio strano (assolutamente esagerato e non minaccioso), sempre informato su tutto e su tutti, che apprezza Alexia anche per i suoi poteri da “succhia-anima”, che gli permettono di sentirsi umano di tanto in tanto.

E poi c’è quello che non può mancare in ogni libro: il personaggio per cui mi prendo una cotta. E in questo caso si tratta di Lord Maccon, ovviamente (ovviamente perchè è quello che potrebbe essere Richard della serie di Anita Blake se non fosse un coglione totale): detective di una sezione investigativa che si dedica esclusivamente al soprannaturale. All’inizio pare in pessimi rapporti con Alexia (a causa di un incidente con un riccio), ma ci vogliono pochissimi capitoli perchè la situazione cambi. Devo ammettere che uno dei motivi per cui lui mi piace tanto è che è scozzese, come la mia adorata Deryn (e anche lui dice Aye! Oddio, sono proprio scema se mi esalto per questo)

Oh, e a proposito di personaggi interessanti, secondo me vale la pena di spendere un paio di parole per l’autrice. Infatti, una delle prime cose che mi hanno conquistato del libro è stata la sua biografia (che si trova in fondo, prima di una mini-intervista). Ve la traduco qui, perchè secondo me è troppo una figata:

Ms. Carriger ha iniziato a scrivere per affrontare il fatto di essere stata cresciuta nell’ombra da una Britannica emigrata e da un incurabile bisbetico. Scappata dalla vita di una piccola città, e acquisite inavvertitamente diverse lauree, Ms. Carriger ha dunque viaggiato per le città storiche europee, vivendo solamente dei biscotti celati nella sua borsa. Ora risiede nelle Colonie, circondata da un harem di amanti armeni, dove esige thè importato direttamente da Londra e gatti che fanno la pipì nella toilet. È appassionata di piccoli cappelli e frutti tropicali.

Ecco una donna totalmente degna della mia stima. Ed ecco il suo sito (piuttosto interessante, con un’intera sezione dedicata allo Steampunk e un sacco di curiosità sull’autrice e sulla serie)

Soulless è solo il primo libro della serie. Il secondo si chiama Changeless (A novel of vampires, werewolves, and dirigibles), uscito da pochissimo in Italia; il terzo è Blameless (A novel of vampires, werewolves, and unexpected surprises); il quarto Heartless (A novel of vampires, werewolves, and teapots); e il quinto Timeless (A novel of vampires, werewolves, and mummies), previsto per marzo 2012. Ma per un volta, devo ammettere che non so altro, perchè ho letto solo il primo (che ho finito martedì, dopo aver cercato di farmelo durare il più possibile, perchè mi sarebbe dispiaciuto finire troppo in fretta. È stata un’impresa faticosa, perchè l’impulso sarebbe quello di leggerlo tutto d’un fiato, nonostante i capitoli piuttosto lunghi)

Direi che posso chiudere qua, con uno dei miei solito consigli (Questo è un libro che sarebbe meglio leggere in inglese!) e gli auguri (in anticipo) di Natale. Ciao!

VampIRUS e Apocalypse VampIRUS – Scott Westerfeld

Dec
4

Ed eccomi qua, con el señor Westerfeld, come promesso. E questa volta intervento doppio! (Cioè, ok, lo so che parlo spesso di sage e trilogie, ma qua è un discorso diverso, perchè si tratta di due libri che, sì, fanno parte della stessa serie, ma possono essere letti indipendentemente l’uno dall’altro. Questo concetto sarà chiarito più avanti, visto che ora l’ho spiegato da schifo)

Partiamo con VampIRUS (sul quale, però, non mi soffermerò molto. Giusto qualche informazione fondamentale, poi si passa oltre)

Come milioni di giovani studenti, era più interessato a divertirsi che al corso di biologia per il quale si era trasferito a New York dal Texas. Oggi, dopo una notte con Morgan, una ragazza misteriosa e affascinante incontrata in un bar, la biologia è diventata la sua unica via di salvezza. Il rapporto con Morgan gli ha infatti trasmesso un parassita temibile, quello del vampirismo. Per fortuna Cal risulta essere un portatore sano: non si trasforma dunque in un cannibale impazzito, pur conservando un robusto appetito di carne, ma si ritrova dotato di sensi acuiti, forza e velocità sovrumane, anche se con una caratteristica piuttosto frustrante: una costante eccitazione sessuale. Un dramma per il ragazzo, che non può concedersi neppure un bacio se non vuole contagiare altre ragazze innocenti. Assoldato da un’antichissima organizzazione segreta che si occupa di tenere sotto controllo altri vampiri infetti come lui, i pip, ovvero i “parassita-positivi”, Cal ha il compito di rintracciare le sue ex fidanzate, ormai contagiate, e catturarle perché possano essere curate.

Cominciamo con la mia passione: la questione del titolo. Ma questa volta non romperò le palle, perchè capisco e approvo la scelta degli editori. Infatti il titolo originale è Peeps (in italiano “pip”, come potete vedere leggendo la trama) e, diciamocelo, in italiano una cosa del genere sarebbe risultata abbastanza ridicola (su, immaginatevi per un attimo di entrare in una libreria e chiedere “Peeps”, o “Pip”. Non suona tanto bene, non trovate? Fossi una commessa, mi metterei a ridere). Inoltre, sono riusciti ad inserire un gioco di parole piuttosto carino (del quale è stato entusiasta anche il nostro amato Scott, almeno stando a ciò che ha scritto sul suo blog): VampIRUS= VIRUS. (Sì, questo mi sa tanto di “Angolo di Capitan Ovvio”. E vabbè dai) Ovviamente, c’è da dire che l’inserimento della parola “vampiro” nel titolo è stata abbastanza una ruffianata in onore della moda vampirica, dal momento che di vampiri tradizionali qua non ce n’è traccia (tranne che per la faccenda dell’aglio. Quella c’è).

“Non sono vampiri tradizionali? E allora che razza di vampiri sono?”

Sono felice che l’abbiate chiesto. I vampiri di Peeps non si inceneriscono alla luce del sole (e non brillano neppure, non preoccupatevi), ma sono solo fotofobici (come i Midnighters, però in modo molto più accentuato. Ah, non avete presente i Midnighters? Vabbè, ne parlerò prossimamente, non preoccupatevi) e sono anche privi di qualsiasi controllo. E poi, c’è la cosa che preferisco in assoluto di questi vampiri: l’anatema che li porta ad odiare tutto ciò che amavano. Non mi sono spiegata abbastanza bene? Ok, allora mettiamola così: se io dovessi essere infettata prenderei tutti i miei libri, a partire da Leviathan, li strapperei e li butterei fuori dalla finestra (oddio, che visione orribile). Inoltre, basterebbe mostrarmi un libro per rendermi una pazza furiosa. Ora è più chiaro? Perfetto.

Una cosa buffa (e raccapricciante) di questo libro sono gli intermezzi. In pratica, ogni non mi ricordo quanto (non ho il libro a portata di mano, perciò non posso verificare) Westerfeld ci “delizia” con una piccola lezione sui parassiti. E purtroppo intendo veri parassiti. Ci sono scritte cose veramente orribili, da incubo. Però come cosa è piuttosto buffa, perchè è perfettamente nello stille di Westerfeld.

Ok, con VampIrus chiuderei qui, anche perchè, a dire il vero, non l’ho trovato così eccezionale. Cioè, è carino, è divertente, ma ho preferito di gran lunga il seguito, Apocalypse VampIRUS (o The Last Days, se preferite i titoli originali. Io in questo caso lo preferisco, ma capisco anche che avrebbe spezzato la continuità tra i due libri, perciò anche questa volta dico: va bene così).

È estate e a New York stanno accadendo strane cose: nubi di vapore nero escono agli idranti, i ratti stanno invadendo la città, la gente sparisce o fugge via, incapace di affrontare anche solo un viaggio in metropolitana. La malattia che trasforma la gente in vampiri sta colpendo l’intera città. In questa atmosfera da fine del mondo, Moz, un teenager newyorkese, aspirante chitarrista, incontra Pearl, un genio musicale che suona vari tipi di strumenti. Uniti dalla stessa passione per la musica decidono di formare una band: Pearl, Moz e il suo amico Zahler reclutano così Minerva e Alana Ray, una ragazza che suona fuori dalla metro usando secchi di vernice vuoti. Il loro primo show avrà luogo dunque in una New York quasi completamente svuotata dei suoi cittadini e popolata da pip: la loro musica richiamerà, loro malgrado, misteriose creature annidate nelle viscere della città…

Dunque, qua abbiamo la stessa ambientazione e le stesse premesse (e ci sono anche gli intermezzi), ma personaggi e storia completamente diversi (in realtà, i protagonisti di VampIRUS faranno una breve apparizione ad un certo punto, ma insomma…), e questo va bene, perchè mi permette di parlare di questo libro senza spoilerare niente (evvai!).

Visto che ho nominato gli intermezzi, cominciamo dicendo due parole su quelli. Tanto per cominciare sono molto meno frequenti rispetto a quelli di Peeps (sono solo sei), e in secondo luogo si parla della peste. Già, lo so: Allegria portami via. Però sempre meglio che leggere di parassiti che ti rendono cieco. Cioè, ugh!

Un’altra cosa interessante è il fatto che i titoli dei capitoli sono nomi di band (che hanno a che fare con il contenuto del capitolo). Ad esempio, capitolo 4: New Order; capitolo 5: Garbage; capitolo 21: The Runaways… eccetera eccetera… E alla fine il nostro Scotty fa una lista di tutte le band, inserendo un paio di informazioni, tipo il genere musicale e l’anno di formazione. È o non è fico? Secondo me lo è tantissimo.

Passiamo a due parole sui personaggi (ah, quasi mi scordavo di dire che ogni capitolo è narrato dal punto di vista di un personaggio diverso. Perciò: racconto in prima persona! Yeah!):

Mozquito (Moz) è un ragazzo con la passione per la musica (e un grandissimo talento per la chitarra, nonostante i pochi mezzi che ha a disposizione), solo che è un pochino un emo rompipalle. Ok, forse sono stata un pochino ingiusta, ma ha dei momenti in cui è un musone antipatico.

Il suo migliore amico è Zalher, un tipo un po’ bizzarro (e con un linguaggio fantastico. Ma di questo parlerò più avanti). I due suonano insieme da sempre, con l’idea di formare una band.

Questo diventa possibile quando incontrano Pearl, una ragazza ricca, determinata, stravagante e con un immenso talento musicale (non solo nel senso che suona praticamente di tutto).

Lei decide di coinvolgere nella band anche la sua migliore amica, Minerva, infettata dal vampirismo, ma in pratica quasi tornata alla normalità grazie alle cure di una sorta di guaritrice. In ogni caso, avevo già nominato Minerva parlando delle ragazze “pazze è sexy” che Westerfeld inserisce praticamente in ogni suo romanzo. E tra di loro, Minerva è forse la più pazza (ehy, pronto, è un’infetta!). È abbastanza da brivido.

E poi c’è Alana Ray. Soffre di qualcosa tipo una leggera forma di autismo, ed è sempre molto precisa (nel senso che nei capitoli in cui è lei la voce narrante ci vengono forniti molti particolari)

Infine, il linguaggio. Non mi stancherò mai di ribadire il mio amore per lo stile di Westerfeld, e in questo libro secondo me ha dato il meglio, e lo dimostra il fatto che è fichissimo anche reso in italiano. I dialoghi sono qualcosa di fantastico, e vengono usate espressioni fortissime (che io stessa ho poi cominciato ad usare ogni tanto, facendo spesso la figura della scema, ma non importa). Ecco alcuni esempi:

Moz sarà stato anche laterale, ma si capiva già che era nove tipi di noncontorto.

Pearl mi fissò con uno sguardo all’incirca tagliente. <<Sbello? Dici sempre sbello?>>.

Forse sono scema io, ma mi piace tantissimo questo modo di parlare. Perciò, sul serio, per un periodo ho iniziato a dire “Sbello”, “Sfico” e cose del genere. Sì, lo so, sono senza speranza.

Vabbè, e con questo vi lascio.

Anzi, no, un’ultima piccola cosa: le copertine italiane spaccano di brutto, invece quelle originali non sono niente di che (tranne quelle che trovate in questo intervento, della edizione paperback della Razorbill, che sono molto carine). Comunque, questo mi rende inspiegabilmente orgogliosa. L’editoria italiana ogni tanto ne fa una giusta!