Posts Tagged ‘YA’

Il club dei suicidi – Albert Borris

Sep
9

Sorpresa!

Avevo detto che questa settimana avrei pubblicato quel mio racconto breve, e volevo farlo, davvero (mi ero anche messa ad aggiustarlo, e ormai era abbastanza decente), solo che poi, tanto per cambiare, mi si è rotto il computer. Sul serio, ho il computer rotto troppo spesso.

Comunque, la conseguenza del mio scarso feeling con i computer è che il documento per ora è da considerare disperso (ma non perdo le speranze perchè, che io sappia, l’hard-disk è sano e salvo, e, inoltre, ho appena scoperto di avere una copia della versione originale del racconto su una chiavetta usb. Non credevo di essere così previdente)

La buona notizia è che per una felice coincidenza, l’altro giorno ho comprato questo libro, che avevo addocchiato già da un bel po’. Perciò, eccomi qua con una recensione tutta per voi, yeah!

Cominciamo subito con le ovvietà: Oh, Ilaria, che libro triste! Il club dei suicidi? Tzè, chi leggerebbe una cosa così deprimente?

No. Proprio no.

Ok, insomma, sì, parla di ragazzi che si vogliono suicidare tutti insieme, ma non un è un libro deprimente. Avete presente 13, quel libro di cui avevo parlato un bel po’ di tempo fa? Ecco, quello è un libro deprimente. Questo invece è abbastanza… ecco, allegro no. Diciamo che è non-deprimente.

Ecco, queste erano le mie risposte alle obiezioni al titolo (che è Il club dei suicidi solo in italiano. In inglese è Crash into me. Non lo dico con tono polemico, dal momento che penso che Il club dei suicidi come scelta sia stata azzeccata. Approvo)

Ma ora, via con la trama!

Owen ha tentato sette volte di uccidersi, Audrey ci ha provato tirandosi una padellata in fronte, Jin-Ae ha unghie affilate per ferirsi e Frank vuole solo stare meglio. Sono i Suicide Dogs e sono legati da un patto di morte.
I quattro giovanissimi aspiranti suicidi si conoscono online e decidono di attraversare l’America in uno strampalato pellegrinaggio on the road che li porterà sulle tombe dei loro idoli, da Hemingway a Kurt Cobain. Ultima fermata la Death Valley, un degno scenario per onorare il loro estremo drammatico giuramento. Durante il percorso però i ragazzi condivideranno non solo le avventure di viaggio ma anche segreti inconfessabili e desideri mai realizzati. Il loro legame crescerà e si rafforzerà a ogni chilometro. Fino a far nascere sentimenti che metteranno in discussione la loro scelta.

Anche la trama è scritta bene. Quelli della Giunti sono bravi (unico difetto: sono edizioni rilegate. Io odio le edizioni rilegate, anche quando sono così “compatte”. Oltretutto, normalmente costano tra i 12 e i 15 euro, ma al momento ci deve essere una specie di promozione, o hanno semplicemente abbassato i prezzi, perchè Il club dei suicidi, e altri libri di questa collana, si trovano a 9,90€. Ottimo prezzo per edizioni carine, tradotte bene, e prive di errori/difetti di stampa. La Mondadori dovrebbe imparare da loro)

I personaggi sono solo quattro: c’è Owen, che sembra la versione depressa e suicida di un personaggio di John Green (non di un personaggio in particolare; intendo dire che, come personaggio, potrebbe essere tranquillamente uno di quelli creati da John Green); silenzioso, si sente solo, e vuole morire perchè non riesce a sopportare il peso di una cosa accaduta nel suo passato. Ovviamente, avendo provato sette volte a suicidarsi (la prima volta a sette anni), ha una certa esperienza di cliniche, consulenti, eccetera…, e vede tutta la faccenda con una razionalità abbastanza spaventosa.

Audrey, invece, come personaggio mi sembra un pochino stereotipato. Fissata con i Nirvana, autodistruttiva  e malata di attenzioni (ed è proprio da questo che deriva il suo essere autodistruttiva) Mi sembra il tipo di ragazzina che io definirei bimbaminkia-emo. Di quelle che vanno su Facebook, scrivono cose tipo: “Cose del genere mi fanno venire voglia di ammazzarmi” e rispondono “Non ne voglio parlare” a chiunque chieda loro cosa c’è che non va. Tanto il loro scopo, ottenere attenzione, l’hanno raggiunto, no?

Jin-Ae ha incontrato Owen in clinica (anche se vanno alla stessa scuola) Lei vuole scappare, e suicidarsi le sembra il metodo più efficace. Una delle ragioni principali è che teme il momento in cui dovrà fare coming-out con i suoi genitori (omofobi) Nel frattempo, si ferisce le braccia con le unghie, e dice che niente le farà cambiare idea sul suicidio.

Frank è alcolizzato, si odia, e odia il fatto di essere una delusione per suo padre, che lo vorrebbe atleta, nonostante a lui manchino il fisico adatto e la capacità.

Quello che ne risulta è un viaggio on the road fantastico ed appassionante. Staccarsi da questo libro è difficile (si è tormentati da diverse domande: lo faranno davvero? E lo faranno tutti?)

E ci sono le liste. Varie liste, sparse per il libro, stilate da Owen, quasi tutte legate al suicidio, ma con un certo umorismo nero.

L’unico appunto che ho da fare riguarda i punti in cui i ragazzi comunicano in chat. L’idea in sè non è affatto brutta, anzi. Il problema è che è scritta con un linguaggio sms abbastanza spinto (e quindi fastidioso. Ci sono k dove nessuno sano di mente le metterebbe)

Concludo dicendo una cosa che non dico mai: preferisco il titolo e la copertina italiani a quelli originali. Ooooooooooh…

Will Grayson, Will Grayson – John Green e David Levithan

Aug
5

Salve a todos!

Ebbene sì, come avrete capito dal titolo del mio intervento, oggi parlerò di un libro! *Applausi a scena aperta, lancio di fiori, standing ovation* No, dai, così mi fate arrossire!

Ok, ma ora basta con le stronzate, e iniziamo a parlare del libro. Tanto per cominciare, Will Grayson, Will Grayson è il titolo originale. Quello italiano è Will, ti presento Will. Io, tanto per cambiare, questo libro l’ho letto in lingua originale. Ma penso di avere un’ottima ragione: tempo fa volevo ordinare dei libri, e perciò ero andata su Amazon, dove se ne possono trovare le pagine iniziali. Tra i libri candidati c’era, appunto Will Grayson, Will Grayson, il cui incipit mi aveva… be’, mi aveva fatto una buona impressione.

When I was little, my dad used to tell me, “Will, you can pick your friends, and you can pick your nose, but you cant pick your friend’s nose”

Poteva una battuta del genere non stuzzicare la mia fantasia? (Traduzione brutta ma letterale per i non-fissati-con-l’inglese: Quando ero piccolo, mio padre mi diceva sempre, “Will, puoi sceglierti gli amici, puoi scaccolarti, ma non puoi scaccolare gli amici”)

Ora, riconosco che è una battuta estremamente difficile da rendere in italiano, e mantenere il gioco di parole è impossibile. Una di quelle battute che mi fanno dire “ma chi cazzo me lo fa fare di voler diventare una traduttrice!?”. Questo però non giustifica la scialbissima e insensata scelta dei traduttori italiani, che hanno tradotto (all’incirca) così: (…), “Puoi sceglierti gli amici, puoi sceglierti la ragazza, ma non puoi scegliere la ragazza dei tuoi amici”

Perchè, dico io, perchè???

Questa battuta è stupida e priva di senso per diversi motivi. Primo fra tutti, cinque righe dopo, veniamo a sapere che il migliore amico di Will, Tiny, è gay (anzi, ancora più avanti si scopre che in pratica tutti gli amici di Will sono gay). Perciò di sicuro Will non si porrebbe neanche il problema di scegliere la ragazza dei suoi amici. Secondo, alla fine del capitolo c’è una scena in cui Will è effettivamente costretto a scaccolare Tiny (Sì, lo so, che schifo. Ma quanto siamo delicati…), e perciò si trova a ripensare a quella perla di saggezza di suo padre. Insomma, i traduttori si sono scavati da soli la loro fossa.

Ma è arrivato il momento della trama (presa dall’edizione italiana)

Una sera, nel più improbabile angolo di Chicago, due ragazzi di nome Will Grayson si incontrano. Will e Will non potrebbero essere più diversi, ma dal momento in cui i loro mondi collidono, le loro vite, già piuttosto complicate, prendono direzioni inaspettate, portandoli a scoprire cose completamente nuove sull’amicizia, l’amore e, soprattutto, su loro stessi.

Il libro è diviso in due parti: un capitolo narrato da Will Grayson e uno da will grayson. Sì, esatto: i due “narratori” (e scrittori, ma su questo ci torno poi) si distinguono per il fatto che uno usa le maiuscole normalmente, e l’altro non le usa affatto. David Levithan, che ha scritto la parte di will grayson, ha detto che questa è stata una scelta “artistica” legata al personaggio: will è un ragazzo depresso, che cerca, in pratica, di scomparire. Inserisco direttamente la citazione presa da “A conversation between John Green and David Levithan“, che si trova in fondo al libro:

The reason my will writes in lowercase is simple– that’s how he sees himself. He is a lowercase person.

Non vi scrivo tutta la risposta, che è piuttosto lunga, ma in pratica è anche legato al fatto che will passa un sacco di tempo in chat, dove la gente in pratica usa sempre le lettere minuscole. In ogni caso, è stata una scelta ponderata (lo dico perchè so di gente che ha trovato questo “espediente” un po’ fastidioso. Io non sono tra quelli. Anzi, l’ho apprezzato molto)

Comuuunque, passiamo al fatto che questo è un libro scritto a quattro mani. Da una parte abbiamo David Levithan, del quale non avevo mai letto niente prima (ma è uno degli autori di Nick & Norah’s infinite playlist, dal quele è stato tratto un film. Neanche brutto, come film), e dall’altra il mio amato John Green, una delle persone che più mi piacciono nell’intero universo, oltre che ottimo scrittore (per farmi amare tanto libro che non sono proprio “da me” bisogna essere bravi)

Abbiamo umorismo, ma anche profondità. Non è un libro scemo. E i personaggi sono forti.

Ci sono, ovviamente, i due Will Grayson; per cominciare, c’è quello a lettere maiuscole di John Green, che si lascia trasportare dalla corrente, e si “nasconde” dietro a Tiny, allo stesso tempo facendosi mille domande sulla loro amicizia (come è possibile che quei due, così totalmente opposti, siano amici? E sono veramente amici?), e a due regole: fregatene e sta’ zitto. Ovviamente, essere il migliore amico di Tiny Cooper (molto imponente, molto gay e con una straordinaria tendenza all’innamoramento facile e veloce) non gli facilita questo stile di vita. Soprattutto quando l’amico decide di piazzarlo con Jane, una ragazza molto intelligente, un po’ hipster e con una grande conoscenza della musica (oltretutto, secondo me la si può considerare un personaggio femminile alla Scott Westerfeld. Quanto sarebbe bella una collaborazione tra John Green e Scott Westerfeld. Ah, ho mai accennato al fatto che sono amici? Eh? Eh?!?!?)

Poi c’è il will a lettere minuscole, emo, che vive con la madre (ma senza il padre, che li ha abbandonati), prende pillole anti-depressive, ha un rapporto di non-proprio-amicizia-tendente-verso-l’inimicizia con Maura, una ragazza dark con una cotta per lui, e si innamora di Isaac, un ragazzo conosciuto in chat.

Ed è proprio la sera in cui avrebbe dovuto incontrare per la prima volta Isaac (che si scopre essere nient’altro che uno “scherzo” di Maura) che si imbatte in Will-a-lettere-maiuscole in un sexy-shop (“il più improbabile angolo di Chicago della trama) La coincidenza è enorme, perchè, insomma, che probabilità ci sono che due Will Grayson si incontrino la stessa sera in un sexy-sh0op di Chicago?

L’incontro, come dice la trama, cambia la vita un po’ a tutti e due (anche se soprattutto a will)

Cacchio, stavo per chiudere l’intervento senza aver detto una cosa importante: Tiny si sta preparando a portare sulla scena “The Tiny Dancer”, un musical basato sulla sua vita. Ve lo dico perchè è un punto focale della trama. E anche perchè fa troppo ridere.

Perciò, insomma, libro consigliatissimo, al 100% (possibilmente in inglese, ovviamente)

(Ah, purtroppo mi sa che passerà un bel po’ prima del mio prossimo intervento libroso. Spero di riuscire a fare qualcosa per settembre, ma, aimè, è periodo di esami. Ma, gioite, perchè qua a sinistra dello schermo/alla vostra destra, dove potete ammirare un piccolo pezzo della mia libreria Anobii, noterete che ho dei libri interessanti che ci aspettano. =D )

The Hunger Games – Suzanne Collins

Apr
3

Ecco, sì, è un bel pezzo che non scrivo. Non che non ci abbia almeno provato, ma ultimamente mi sono sentita un po’ demotivata. Non so se sia più colpa dell’università, che mi sta succhiando ogni energia (l’orario di questo semestre è terribile, terribile), o magari di tutti i commenti spam che mi trovo davanti ogni volta che vado a controllare le e-mail, oppure, diciamocelo, magari il fatto è che sono pigra, incapace di portare a termine ciò che inizio. Ma non voglio buttarmi troppo giù, perciò cercherò di autoconvincermi che si è trattato solo di un blocco dello scrittore (o meglio, del blogger) e di libri poco stimolanti.

Insomma, non fraintendetemi, ho letto dei bei libri ultimamente. Solo che non sono riuscita a scriverne recensioni decenti. Magari poi deciderò di fare un intervento in cui presenterò brevemente alcuni libri (giusto trama e due parole), e magari potrei anche stroncarne un paio (ce ne ho uno che mi è proprio rimasto sul groppone, e sento di avere il dovere di salvare lettori innocenti)

Poi cos’altro posso dire prima di iniziare la recensione? Ah, sì, sono nella disperazione più nera per i libri che dovrò leggere per un esame che darò in estate. Non solo sono tanti, ma alcuni sono anche delle gran mattonate (Great Expectations di Dickens, Tess of the D’Urbervilles di Hardy, Pamela di Richardson, giusto per dirne alcuni), perciò non prometto una gran attività qua nel blog nel prossimo futuro. Insomma, difficilmente avrò tempo di leggere molto altro, perciò probabilmente sarà quasi impossibile per me mantenere il ritmo che mi ero proposta di un intervento una settimana sì e una no. Però, in compenso, mi è venuto in mente che potrei creare un servizio di pubblica utilità: pubblicare le mie relazioni su quei libri. Ok, detto così suona palloso. Tipo: ma che cazzo le prende??? Ma pensateci un attimo: sono libri che rischiano di toccare un po’ ad ogni studente, e non credo che ci sia qualcuno che abbia veramente voglia di leggerli (insomma, ci sono letture che ci appassionano molto di più, o sbaglio? Lo so, la mia avversione nei confronti dei classici è sconcertante, ma che ci vogliamo fare?), perciò, dal momento che non posso fare altrimenti, li leggerò, e li descriverò capitolo per capitolo (o parte per parte. O come mi verrà più comodo, insomma), così da poter risparmiare questa tortura a altri poveri studenti.

Diciamo che, in realtà, più che un atto di bontà, si tratta di una ribellione. Il mio spirito ribelle è scattato alla vista della lista di letture obbligatorie per quell’esame, perciò, anche se la mia solita politica è cerca di leggere il libro anche se ti fa addormentare, per questa volta farò un’eccezione. Ok, magari quelli di cui parlerò non saranno i libri più utili per gli studenti, ma sempre meglio di niente, no?

Ed eccoci finalmente alla mia recensione del giorno: The Hunger Games, primo libro dell’omonima trilogia.

Inizierei dicendo che è da questa estate che ne sento parlare. Per essere più precisi, dal momento in cui mi sono iscritta a DeviantArt. Un po’ come per Leviathan, una enorme parte del fandom di questa trilogia si trova su quel sito. Insomma, ho trovato questi disegni, questo entusiasmo, e mi sono incuriosita. Poi è stata annunciata la produzion del film (in America è già uscito, in Italia arriverà a maggio, oppure già questo meso, non è chiaro), e allora anche Memebase si è infiammato. A questo punto ero veramente stra-curiosa, ma il problema è che la mia wishlist è molto ricca, e non sapendo che libro scegliere, mi sono affidata al metodo più scientifico: ho fatto la conta. Hunger Games non ne è mai uscito vincitore (il che, a pensarci ora che l’ho letto, mi sembra piuttosto ironico), poi ho sentito gente che conosco parlarne bene, e ho sentito i miei amati fratelli Green parlarne bene, e mi sono detta: “Be’, fanculo la conta, lo prendo e basta” e così ho fatto.

Ma ora basta con queste stupidaggini che ci stanno facendo solo perdere tempo, ed ecco la trama (presa dall’edizione italiana):

Quando Katniss urla “Mi offro volontaria, mi offro volontaria come tributo!” sa di aver appena firmato la sua condanna a morte. È il giorno dell’estrazione dei partecipanti agli Hunger Games, un reality show organizzato ogni anno da Capitol City con una sola regola: uccidi o muori. Ognuno dei Distretti deve sorteggiare un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni che verrà gettato nell’Arena a combattere fino alla morte. Ne sopravvive uno solo, il più bravo, il più forte, ma anche quello che si conquista il pubblico, gli sponsor, l’audience. Katniss appartiene al Distretto 12, quello dei minatori, quello che gli Hunger Games li ha vinti solo due volte in 73 edizioni, e sa di aver poche possibilità di farcela. Ma si è offerta al posto di sua sorella minore e farà di tutto per tornare da lei. Da quando è nata ha lottato per vivere e lo farà anche questa volta. Nella sua squadra c’è anche Peeta, un ragazzo gentile che però non ha la stoffa per farcela. Lui è determinato a mantenere integri i propri sentimenti e dichiara davanti alle telecamere di essere innamorato di Katniss. Ma negli Hunger Games non esistono gli amici, non esistono gli affetti, non c’è spazio per l’amore. Bisogna saper scegliere e, soprattutto, per vincere bisogna saper perdere, rinunciare a tutto ciò che ti rende Uomo.

Devo ammettere che la prima cosa che ho pensato quando l’ho letta è stata “Belin, ma è come La lunga marcia!” (NB: Libro di Stephen King in cui 100 ragazzi partecipano a questa marcia, in cui a vincere sarà l’unico sopravvissuto. Gli altri vengonon fatti fuori se si fermano o rallentano troppo. Gran bel libro, ma approfondirò il concetto più avanti) La mia impressione è cambiata ora che ho letto il libro per intero? No, neanche lontanamente. Ok, in un certo senso sì: ho deciso che questo libro si può considerare un bel mischione di Brutti del nostro amato Scott e del summenzionato (bel parolone, eh?) La lunga marcia (e magari ci buttiamo dentro anche L’uomo in fuga, sempre di King). Da una parte questo mio commento è, ovviamente, molto negativo, ma dall’altra devo ammettere che la cosa non mi è dispiaciuta più di tanto.

Mi spiego meglio: anche se l’influenza, almeno ai miei occhi, è più che evidente, non penso proprio che si possa parlare di plagio. Ad esempio, da Brutti può aver preso l’atmosfera del Capitol (futuro post-apocalittico, ma se ti trovi “dalla parte giusta” te la puoi godere alla grande), però l’ha resa molto più cupa, più soffocante. Be’, ovvio, il libro è raccontato dal punto di vista di una ragazza che è nata dalla parte sbagliata.

In ogni caso, è la somiglianza con La lunga marcia che mi ha sbalordito fin dall’inizio. Insomma, concettualmente è la stessa cosa. La differenza è che agli Hunger Games viene data una spiegazione vera e propria (sono la punizione per una ribellione), mentre non mi ricordo che ci sia una motivazione dietro la marcia (cioè, sì, al vincitore vengono dati un sacco di soldi, ma come al solito l’unica vera spiegazione di King è il male, la decadenza dell’America. E diciamocelo, ha veramente rotto le palle con questa storia. Avete mai visto quelle battute sui filosofi e gli scrittori che vanno in gelateria      ? Vabbè, magari no, ma leggetele, sono geniali. Comunque, quella su King dice: “Stephen King entra dal gelataio.Ma non era una gelateria. Era una manifestazione concreta del Male.” Ok, ora la smetto con questa mia tirata contro di lui, ma potrei andare avanti ancora per un bel po’)

Poi, vabbè, verrebbe in mente anche un altro libro di King, L’uomo in fuga, e anche un episodio di Doctor Who (Bad Wolf, 1×12)

Insomma, per quanto possa essere ben scritto e decisamente appassionante, The Hunger Games non pullula di idee originali. Il che è un peccato: è l’unica cosa che gli ha impedito di entrare nell’olimpo dei miei libri preferiti in assoluto. Ora è solo tra i preferiti (come può uno scrittore sopravvivere a questo smacco? XD )

Vi avverto: questo non è un libro da leggere se il vostro atteggiamento è: Sì, insomma, non ho molto tempo per leggere. Giusto una mezzoretta prima di andare a dormire. No: questo è un libro da leggere se non avete niente da fare per uno/due, massimo tre giorni (di più non può durare. Non è proprio possibile) A me è durato due giorni scarsi, due giorni in cui non riuscivo quasi a staccarmene (se non per, tipo, mangiare e dormire) Una volta iniziato, dovete sapere come andrà a finire. Sarà un bisogno fisico. Fidatevi, non lo dico tanto per dire.

The Hunger Games crea un’atmosfera ansiosa, terribile, da mal di pancia. Non un mal di pancia metaforico, un vero mal di pancia. Questa è una cosa che mi è successa solo con questo libro e con La lunga marcia: ti senti il cuore in gola, un’angoscia terrificante. Insomma, è estremamente coinvolgente. (Lo so che detto così non invoglia più di tanto. Insomma, perchè cavolo dovrei leggere un libro che mi farà stare male? Eh, lo so, ma a volte ne vale la pena)

E direi che con questo posso chiudere, non mi sembra di dover aggiungere altro. Insomma, vi ho già detto che uscirà il film tra non molto (perciò, se, come me, siete di quelli che prima si legge il libro, affrettatevi!), avendolo letto in inglese non posso fare commenti riguardo l’edizione italiana (per ora sono usciti Hunger Games e Catching Fire, in italiano La ragazza di fuoco, in un’edizione hardback dal prezzo piuttosto onesto, anche se io, comprandolo in inglese, ho speso circa la metà. Dettagli, dettagli… In ogni caso, per il terzo, Mockingjay, Wikipedia dà come data il 15 maggio, e il titolo sarà Il canto della rivolta)

Th-Th-Th-Th-Th-Th-Th-Th-Th-That’s all folks!

Hunger – Jackie Morse Kessler

Jan
8

Ed eccomi qua, con una settimana di ritardo! (Con molta professionalità, mi sono presa Capodanno di ferie)

Ma basta con i convenevoli, e iniziamo a parlare del libro di oggi: Hunger.

Un momento! *Buzz in stile game-show* Non andate in libreria a chiedere/cercare questo titolo. Non lo troverete, perchè i genialoidi che l’hanno pubblicato in italiano hanno pensato ad un nome molto più di impatto: Angeli dell’Apocalisse – Tra il bene e il male. Ok, ragazzi, questo titolo fa veramente cagare, ed è il motivo per cui ho deciso di comprare il libro in lingua originale (sì, vabbè, tanto per cambiare. Dio, certe volte sembro proprio snob!) Ne ho visti in vita mia di titoli “tradotti”, perdonatemi il termine, alla cazzo di cane (vedi: l’intera serie di Anita Blake), ma questo è uno dei peggiori. Per prima cosa, tradizionalmente (così come nel libro) non si parla di Angeli dell’Apocalisse, ma di Cavalieri. E, ok, questi Cavalieri dell’Apocalisse dovrebbero essere neutrali, nè buoni nè cattivi, ma il punto principale del libro è la Fame! Diobono, parla di una ragazza anoressica che diventa Carestia!

Va bene, di solito riservo le lamentele saccenti a dopo la trama.

Lisabeth ha diciassette anni e odia la sua vita. I genitori la ignorano, le amiche non la capiscono e il suo fidanzato sembra non accorgersi di quello che lei desidera veramente. Perché lei vuole solo essere bella, magra e sicura di sé. Così il cibo diventa l’unico nemico sul quale scaricare ansie e sofferenze, e lo specchio il giudice più temuto. Ma poi, un giorno, accade qualcosa di straordinario: il mondo intorno a Lisabeth scompare e al suo posto si presenta Morte, un giovane dall’aspetto sfuggente e tenebroso che la nomina Carestia, Terzo Cavaliere (qua lo hanno azzeccato però, eh?) dell’Apocalisse. Le affida un destriero nero, una bilancia e una missione: riportare l’equilibrio sulla Terra. Così, in sella al suo splendido cavallo, in un viaggio tra verità e sogno, Lisabeth troverà il coraggio per affrontare le miserie del mondo, diventerà capace di guardare la realtà con occhi nuovi e imparerà a combattere i demoni della sua vita.

Ora posso ricominciare con le lamentele: che razza di titolo sfigato è Angeli dell’Apocalisse – Tra il bene e il male?!?!? Sembra il titolo di un b-movie spacciato per colossal (tipo Legion, l’avete visto? Cacchio, che delusione quel film!) Oltretutto, non mi spiego come faranno a mantenere una continuità quando (e se) pubblicheranno il seguito, Rage. Come possono chiamarlo? Angeli dell’Apocalisse – Ancora tra il bene e il male? E il terzo (Loss, che uscirà in inglese a marzo)? Angeli dell’Apocalisse – Sì, siamo ancora qua tra il bene e il male? Bah, certe volte le case editrici vanno ad infossarsi da sole, quando basterebbe lasciare il titolo originale.

Ma vabbè, chiudiamo questo (abnorme) angolo delle lamentela.

Dunque, questo è un libro molto interessante. Veramente, secondo me c’è del genio. Portare l’anoressia sul piano fantasy, e non farlo in modo stupido o scontato, non deve essere stata una cosa facile.

Vi metto qua una delle mini-recensioni che si trovano sul retro del libro, perchè riassume alla perfezione tutto quello che vorrei dire riguardo a Hunger:

Jackie Morse Kessler ha fatto centro con Hunger. Sebbene sia un libro che ha l’anoressia come punto centrale, non ci sono lezioni nascoste o “excursus” a rallentare la storia. Piuttosto, la Kessler intesse la lotta con il cibo dell’eronina, Lisa, all’interno di una mitologia realizzata splendidamente, completa di una Morte spiritosa e sexy e di una interpretazione dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Assolutamente da leggere!
JULIE KENNER, autrice di Good Ghouls Do.

Visto che concordo al 100%, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

(Questa volta ho dovuto scrivere un intervento particolarmente corto, perchè giovedì 12 avrò il mio primo esame all’università, e l’ansia distrugge ogni parvenza di creatività. Però aspettatevi un intervento extra e assolutamente inutile per venerdì.)

VampIRUS e Apocalypse VampIRUS – Scott Westerfeld

Dec
4

Ed eccomi qua, con el señor Westerfeld, come promesso. E questa volta intervento doppio! (Cioè, ok, lo so che parlo spesso di sage e trilogie, ma qua è un discorso diverso, perchè si tratta di due libri che, sì, fanno parte della stessa serie, ma possono essere letti indipendentemente l’uno dall’altro. Questo concetto sarà chiarito più avanti, visto che ora l’ho spiegato da schifo)

Partiamo con VampIRUS (sul quale, però, non mi soffermerò molto. Giusto qualche informazione fondamentale, poi si passa oltre)

Come milioni di giovani studenti, era più interessato a divertirsi che al corso di biologia per il quale si era trasferito a New York dal Texas. Oggi, dopo una notte con Morgan, una ragazza misteriosa e affascinante incontrata in un bar, la biologia è diventata la sua unica via di salvezza. Il rapporto con Morgan gli ha infatti trasmesso un parassita temibile, quello del vampirismo. Per fortuna Cal risulta essere un portatore sano: non si trasforma dunque in un cannibale impazzito, pur conservando un robusto appetito di carne, ma si ritrova dotato di sensi acuiti, forza e velocità sovrumane, anche se con una caratteristica piuttosto frustrante: una costante eccitazione sessuale. Un dramma per il ragazzo, che non può concedersi neppure un bacio se non vuole contagiare altre ragazze innocenti. Assoldato da un’antichissima organizzazione segreta che si occupa di tenere sotto controllo altri vampiri infetti come lui, i pip, ovvero i “parassita-positivi”, Cal ha il compito di rintracciare le sue ex fidanzate, ormai contagiate, e catturarle perché possano essere curate.

Cominciamo con la mia passione: la questione del titolo. Ma questa volta non romperò le palle, perchè capisco e approvo la scelta degli editori. Infatti il titolo originale è Peeps (in italiano “pip”, come potete vedere leggendo la trama) e, diciamocelo, in italiano una cosa del genere sarebbe risultata abbastanza ridicola (su, immaginatevi per un attimo di entrare in una libreria e chiedere “Peeps”, o “Pip”. Non suona tanto bene, non trovate? Fossi una commessa, mi metterei a ridere). Inoltre, sono riusciti ad inserire un gioco di parole piuttosto carino (del quale è stato entusiasta anche il nostro amato Scott, almeno stando a ciò che ha scritto sul suo blog): VampIRUS= VIRUS. (Sì, questo mi sa tanto di “Angolo di Capitan Ovvio”. E vabbè dai) Ovviamente, c’è da dire che l’inserimento della parola “vampiro” nel titolo è stata abbastanza una ruffianata in onore della moda vampirica, dal momento che di vampiri tradizionali qua non ce n’è traccia (tranne che per la faccenda dell’aglio. Quella c’è).

“Non sono vampiri tradizionali? E allora che razza di vampiri sono?”

Sono felice che l’abbiate chiesto. I vampiri di Peeps non si inceneriscono alla luce del sole (e non brillano neppure, non preoccupatevi), ma sono solo fotofobici (come i Midnighters, però in modo molto più accentuato. Ah, non avete presente i Midnighters? Vabbè, ne parlerò prossimamente, non preoccupatevi) e sono anche privi di qualsiasi controllo. E poi, c’è la cosa che preferisco in assoluto di questi vampiri: l’anatema che li porta ad odiare tutto ciò che amavano. Non mi sono spiegata abbastanza bene? Ok, allora mettiamola così: se io dovessi essere infettata prenderei tutti i miei libri, a partire da Leviathan, li strapperei e li butterei fuori dalla finestra (oddio, che visione orribile). Inoltre, basterebbe mostrarmi un libro per rendermi una pazza furiosa. Ora è più chiaro? Perfetto.

Una cosa buffa (e raccapricciante) di questo libro sono gli intermezzi. In pratica, ogni non mi ricordo quanto (non ho il libro a portata di mano, perciò non posso verificare) Westerfeld ci “delizia” con una piccola lezione sui parassiti. E purtroppo intendo veri parassiti. Ci sono scritte cose veramente orribili, da incubo. Però come cosa è piuttosto buffa, perchè è perfettamente nello stille di Westerfeld.

Ok, con VampIrus chiuderei qui, anche perchè, a dire il vero, non l’ho trovato così eccezionale. Cioè, è carino, è divertente, ma ho preferito di gran lunga il seguito, Apocalypse VampIRUS (o The Last Days, se preferite i titoli originali. Io in questo caso lo preferisco, ma capisco anche che avrebbe spezzato la continuità tra i due libri, perciò anche questa volta dico: va bene così).

È estate e a New York stanno accadendo strane cose: nubi di vapore nero escono agli idranti, i ratti stanno invadendo la città, la gente sparisce o fugge via, incapace di affrontare anche solo un viaggio in metropolitana. La malattia che trasforma la gente in vampiri sta colpendo l’intera città. In questa atmosfera da fine del mondo, Moz, un teenager newyorkese, aspirante chitarrista, incontra Pearl, un genio musicale che suona vari tipi di strumenti. Uniti dalla stessa passione per la musica decidono di formare una band: Pearl, Moz e il suo amico Zahler reclutano così Minerva e Alana Ray, una ragazza che suona fuori dalla metro usando secchi di vernice vuoti. Il loro primo show avrà luogo dunque in una New York quasi completamente svuotata dei suoi cittadini e popolata da pip: la loro musica richiamerà, loro malgrado, misteriose creature annidate nelle viscere della città…

Dunque, qua abbiamo la stessa ambientazione e le stesse premesse (e ci sono anche gli intermezzi), ma personaggi e storia completamente diversi (in realtà, i protagonisti di VampIRUS faranno una breve apparizione ad un certo punto, ma insomma…), e questo va bene, perchè mi permette di parlare di questo libro senza spoilerare niente (evvai!).

Visto che ho nominato gli intermezzi, cominciamo dicendo due parole su quelli. Tanto per cominciare sono molto meno frequenti rispetto a quelli di Peeps (sono solo sei), e in secondo luogo si parla della peste. Già, lo so: Allegria portami via. Però sempre meglio che leggere di parassiti che ti rendono cieco. Cioè, ugh!

Un’altra cosa interessante è il fatto che i titoli dei capitoli sono nomi di band (che hanno a che fare con il contenuto del capitolo). Ad esempio, capitolo 4: New Order; capitolo 5: Garbage; capitolo 21: The Runaways… eccetera eccetera… E alla fine il nostro Scotty fa una lista di tutte le band, inserendo un paio di informazioni, tipo il genere musicale e l’anno di formazione. È o non è fico? Secondo me lo è tantissimo.

Passiamo a due parole sui personaggi (ah, quasi mi scordavo di dire che ogni capitolo è narrato dal punto di vista di un personaggio diverso. Perciò: racconto in prima persona! Yeah!):

Mozquito (Moz) è un ragazzo con la passione per la musica (e un grandissimo talento per la chitarra, nonostante i pochi mezzi che ha a disposizione), solo che è un pochino un emo rompipalle. Ok, forse sono stata un pochino ingiusta, ma ha dei momenti in cui è un musone antipatico.

Il suo migliore amico è Zalher, un tipo un po’ bizzarro (e con un linguaggio fantastico. Ma di questo parlerò più avanti). I due suonano insieme da sempre, con l’idea di formare una band.

Questo diventa possibile quando incontrano Pearl, una ragazza ricca, determinata, stravagante e con un immenso talento musicale (non solo nel senso che suona praticamente di tutto).

Lei decide di coinvolgere nella band anche la sua migliore amica, Minerva, infettata dal vampirismo, ma in pratica quasi tornata alla normalità grazie alle cure di una sorta di guaritrice. In ogni caso, avevo già nominato Minerva parlando delle ragazze “pazze è sexy” che Westerfeld inserisce praticamente in ogni suo romanzo. E tra di loro, Minerva è forse la più pazza (ehy, pronto, è un’infetta!). È abbastanza da brivido.

E poi c’è Alana Ray. Soffre di qualcosa tipo una leggera forma di autismo, ed è sempre molto precisa (nel senso che nei capitoli in cui è lei la voce narrante ci vengono forniti molti particolari)

Infine, il linguaggio. Non mi stancherò mai di ribadire il mio amore per lo stile di Westerfeld, e in questo libro secondo me ha dato il meglio, e lo dimostra il fatto che è fichissimo anche reso in italiano. I dialoghi sono qualcosa di fantastico, e vengono usate espressioni fortissime (che io stessa ho poi cominciato ad usare ogni tanto, facendo spesso la figura della scema, ma non importa). Ecco alcuni esempi:

Moz sarà stato anche laterale, ma si capiva già che era nove tipi di noncontorto.

Pearl mi fissò con uno sguardo all’incirca tagliente. <<Sbello? Dici sempre sbello?>>.

Forse sono scema io, ma mi piace tantissimo questo modo di parlare. Perciò, sul serio, per un periodo ho iniziato a dire “Sbello”, “Sfico” e cose del genere. Sì, lo so, sono senza speranza.

Vabbè, e con questo vi lascio.

Anzi, no, un’ultima piccola cosa: le copertine italiane spaccano di brutto, invece quelle originali non sono niente di che (tranne quelle che trovate in questo intervento, della edizione paperback della Razorbill, che sono molto carine). Comunque, questo mi rende inspiegabilmente orgogliosa. L’editoria italiana ogni tanto ne fa una giusta!

So Yesterday – Scott Westerfeld

Nov
6

“Ehi, Ilaria, è parecchio che non ci si sentiva!”

Eh, sì, lo so. Sinceramente, mi è passata un po’ la voglia di scrivere il mio blog (potrei ricominciare con il teatrino dell’autocommiserazione, ma ve lo risparmio. No, non c’è bisogno di ringraziarmi) Inoltre, non sapevo di cosa parlare. Ma poi, bam!: illuminazione! Perchè non parlarvi di So Yesterday, del mio adorato Scott Westerfeld?

Devo ammetterlo, non è tra i suoi libri migliori. Però indubbiamente l’idea alla base è estremamente affascinante (e lo stile di Westerfeld è fichissimo, come al solito. Ma ne riparlerò più tardi)

Ma ora arriviamo al sodo: la trama (presa dall’edizione italiana, in cui il titolo è stato cambiato in Fashion Killers. Ugh)

Vi siete mai chiesti chi è stato il primo ad attaccare una grossa catena a un portafogli, o a indossare pantaloni di due taglie più grandi? O chi è stato il primo a infilarsi un cappello da baseball al contrario? Ora lo saprete. Si chiamano gli “Innovatori” e sono il vertice, la cuspide della piramide della moda. Il diciassettenne Hunter Braque è un Cool Hunter. Il suo lavoro? Trovare quanto di più smagliante e fico c’è sul mercato. Il suo modus operandi? Osservare, ma non intervenire mai. Un giorno, tuttavia, qualcosa accade. Hunter e Jen, la ragazza di cui è pazzamente innamorato, trovano il cellulare della boss del ragazzo abbandonato in un edificio: la donna sembra misteriosamente svanita nel nulla. In una folle corsa contro il tempo, i protagonisti si troveranno presto catturati in una ragnatela di intrighi, ma, se la cosa potrà consolarli, sarà una ragnatela di marca…

In pratica, la cosa più intrigante del libro è il fatto che si parla di ciò che è fico. No, anzi, la cosa più fica è che si imparano cose strane, che non tutti sanno (ad esempio, gli spot commerciali hanno un titolo. Oppure: la prima vera detective story è stata scritta da Edgar Allan Poe. O la storia delle cravatte, che invece forse è un pochino più conosciuta, ma è forte lo stesso), e a me i libri che insegnano curiosità oltre a raccontare una bella storia piacciono da morire.

La storia che mi ha colpito di più è quella dell’Episodio 38 dei Pokemon. 16 Dicembre 1997: una combinazione di colori (detta paka-paka. Paka-paka. Dai, tutti insieme: paka-paka! Mi fa pensare alla maschera di Crash Bandicoot. Troppo buffo) provocò un sacco di casi di epilessia tra i bambini che stavano guardando i Pokemon.
Sì, è successo veramente (ho controllato anche su Wikipedia, fonte di ogni sapere, e il punto incriminato dell’episodio si trova anche su YouTube. Se vi sentite di sfidare le sorte, basta cercare “Pokemon episode 38”. Io non ho voluto rischiare, e vi consiglio di fare altrettanto. Non si sa mai)

Per il resto, ci troviamo catapultati nel mondo di Scott Westerfeld, pieno di personaggi geniali, bizzarri e sarcastici (e un po’ nerd) Abbiamo Hunter, fissato con lo stile (più che altro nel senso che sa tutto a riguardo. Possiamo dire che è un secchione del fashion), e che conosce un sacco di cose interessanti (è lui, che è anche la voce narrante, che ci fornisce tutti quegli aneddoti che rendono fico il libro). Poi c’è Jen, che è uno dei personaggi classici di Westerfeld (e fa parte della categoria che lui definisce “delle ragazze pazze e sexy”, come Melissa in Midnighters, Minerva in Apocalypse Vampirus, e Lilit in Behemoth) Ma oltre a loro ci sono altri strani personaggi, che sono all’incirca comparse: Lexa, fissata con la tecnologia; Tina, fissata con il Giappone (tanto da vivere sul fuso orario di Tokyo); e il resto dei Trendsetter (sono tutti piuttosto… particolari)

Ovviamente, non posso che spendere due parole anche per lo stile di Westerfeld, che come al solito conquista per la sua ironia. E ripeto il mio solito consiglio (stavo scrivendo coniglio. E vabbè dai): lui va letto in inglese. Ovvio, non è obbligatorio farlo, e capisco che se non si è molto pratici può essere un problema, ma sono profondamente convinta che il suo modo di scrivere sia difficilissimo da rendere in italiano (per quanto gli sforzi dei traduttori di norma siano tutt’altro che disprezzabili. Oh, a proposito, sono riuscita a trovare Leviathan in italiano. Non l’ho comprato, ma l’ho letto di straforo in una libreria, e devo ammettere che è stato tradotto molto bene, a parte due erroroni di distrazione. Mi è venuta una gran voglia di comprarlo anche nell’edizione italiana, ma 1) costa sempre 20 e passa €; 2) è sempre un’edizione rigida, e quindi occupa più spazio che 3) io non ho nella mia libreria. Perciò, sigh. )

Chiudiamo questo intervento con una chicca che si trova in fondo al libro:

INNOVATORS HALL OF FAME (metto solo le mie preferite. Tutte sono troppe. Tutte sono 12)

  • First person to put ice cream in a cone: Agnes B. Marshall (1888)
  • First person to go over Niagara Falls in a barrel: Annie Edson Taylor (1901)*
  • First crowd to do “the wave”: Mexico City Olympics (1968)
  • First person to use rhe phrase “Future Sarcastic”: Cory Doctorow (2003)**

*Don’t try this at home. Or at Niagara Falls either. (Nota presa dal libro, nel caso ve lo steste chiedendo. Quando l’ho letto ho riso come una scema per mezz’ora. Tipico)

**Questa nota invece è mia, e lo scrivo perchè adoro la storia del Future Sarcastic. Avete presente che il 99% della fantascienza classica racconta che nel ventunesimo secolo avremmo girato tutti con astronavi, jetpack e cose del genere? Ecco, pare che nel 2003 il signor Doctorow abbia esclamato: “Well, it’s the twenty-first century, where the fuck is my jetpack?” (che secondo me è una delle frasi più geniali che siano mai state pronunciate. Mi ci farò fare una maglietta. Ah, e visto che è più professionale citare anche la fonte, ecco qua la pagina di Urban Dictionary)

_____________________________________________________________

Aggiungo una cosa che c’entra molto poco: sono assolutamente depressa per il fatto che (secondo i miei calcoli) dovrò aspettare fino a giugno per leggere Goliath, e la depressione è aumentata dopo che sono stata così furba da leggere i primi 9 capitoli messi on-line da Simon&Schuster. Ho cominciato ad urlare leggendo la dedica (che è uno spoilerone, in un certo senso. Ma d’altra parte, è anche una cosa assolutamente logica. In ogni caso, questa non te la perdono Scott!)

Le cronache dell’incubo – Lisa McMann

Aug
28

Salve! Dunque, cominciamo con un annuncio: ho deciso di pubblicare un post una domenica sì e una no (giusto per vedere se riesco a mantenere un certo ritmo. Diciamo che è un po’ una sfida nei confronti della mia pigrizia) Si tratterà soprattutto di “recensioni” di libri, ma se mi dovesse venire un’improvvisa ispirazione, chissà…

Ho anche in mente un’altra cosuccia per il prossimo futuro, ma fare sì che vada in porto potrebbe essere un pochino problematico (richiederebbe un bel po’ di lavoro e anche qualche permesso, e prima di cimentarmi in quest’epica impresa vorrei che il mio blog aumentasse un po’ le visite), perciò non solo non prometto niente, ma neanche dico di cosa si tratta.

Dopo queste premesse, ecco un’altra presenza eccellente della top 5 dei miei libri preferiti (e per libri intendo anche saghe. E anche insiemi di saghe, visto che, ad esempio, conto tutte insieme le tre trilogie del Mondo Emerso. Ma questo è un discorso a parte. Wow,non ho scritto neanche 50 parole, e già inizio a svarionare!): Le cronache dell’incubo, di Lisa McMann, composto dai tre libri Wake, Fade e Gone. In Italia sono stati pubblicati solo i primi due per ora (e al secondo è stato cambiato il titolo in Dream)

Ma iniziamo con la trama:

Wake racconta la storia dell’adolescente Janie Hannagann. Sin da bambina Janie, che vivie in una triste situazione famigliare, ha acquisito il dono/maledizione di entrare nei sogni altrui. Basta che qualcuno, nelle vicinanze, si addormenti e lei, anche da sveglia, involontariamente e senza poter far nulla per impedirlo, si trova ad assistere a scene di ogni tipo, dalle più innocue alle più imbarazzanti, a seconda di come il cervello del dormiente ha deciso di trasformare desideri, paure, segreti, progetti. Di tanto in tanto i sognatori le chiedono aiuto, ma lei non sa cosa fare. Una volta cresciuta, Janie frequente la High School di Fieldridge, Michigan, e spesso si trova ad entrare nei sogni dei suoi compagni. Sogni, tutto sommato, tipici di ogni adolescente. Tranne in un caso…

Ad onor del vero, questa non è la trama che troverete nella copertina, ma una che ho preso da un blog (ecco il link: Wake, di Lisa McMann. Le cronache dell’incubo. BooksBlog.it ) e modificato un po’ (nel senso che ho tagliato la parte finale, un po’ perchè mi sapeva un po’ di spoiler, e un po’ perchè è un po’ confusa riguardo l’ordine dei fatti. Sì, ok, sono pignola. Non è un reato!). Se volete, ecco la trama ufficiale (e poi vi spiegherò perchè non mi convince affatto)

Janie ha solo sedici anni ma nessuno sa che ha uno strano, inspiegabile potere: quello di entrare nei sogni degli altri. Cadere nel vuoto, fare sesso estremo, camminare nudi sotto lo sguardo indifferente di tutti: Janie ha assistito a questo e molto altro. Conosce i desideri più intimi dei vicini e dei compagni di scuola, le loro fantasie più sfrenate. Ma non può parlarne con nessuno, la prenderebbero per pazza. Fino a quando, una notte, urla e si risveglia in preda al terrore. Qualcuno ha un inquietante segreto da nascondere. E sta sognando proprio lei… Mentre il buio avvolge la realtà, Janie dovrà affrontare i suoi incubi.

Ok, cià che non mi piace di questa trama è che porta a conclusioni sbagliate. Anzi, è abbastanza sbagliata. Tanto per cominciare, Janie ha 16 anni per 11 pagine su 182: per il resto è una diciassettenne. Poi la storia va abbastanza bene fino a “la prenderebbero per pazza”.  Da lì diventa una cosa completamente diversa. Per dire: quando ho comprato il libro, credevo che parlasse di una ragazza che attraverso un sogno scopre di essere braccata da un serial killer, o qualcosa del genere. Invece Janie capisce praticamente subito di non essere in pericolo. E chi la sogna, sogna di baciarla, non di farla fuori o chissà che.

In realtà c’è da dire che la trama non è molto importante nel primo libro. In realtà, una vera e propria trama non c’è. Si tratta del classico caso in cui il primo libro di una trilogia serve solo come introduzione: vengono presentati i personaggi, le situazioni… Ma niente di più. Non che sia noioso. Tutt’altro: viene mantenuta un’atmosfera di dubbio, quasi di sospetto. C’è continuamente attesa…

Un’altra cosa degna del mio apprezzamento è lo stile con cui il libro è scritto: frasi brevi, secche, veloci. Quasi scarne. E anche i capitoli sono corti (non che il libro sia lungo… Questo è forse l’unica cosa che mi è un po’ dispiaciuta: insomma, 182 pagine sono proprio poche…). Ma poi, non sono proprio veri capitoli, ma sotto-capitoli. Insomma, ci sono 9 capitoli, alcuni di 20/30 pagine, altri di 3, e a loro volta questi sono divisi in sottocapitoli, a seconda del giorno, dell’ora, persino dei minuti. Per fare un esempio, ecco un pezzo del quarto capitolo, Sul serio:

[…]

Ore 13:35

Suona la campanella. Janie sente svanire la nebbia, ma non riesce a muoversi. Non ancora. Ha bisogno di un minuto.

Ore 13:36

Facciamo due minuti.

Ore 13:37

Sente una mano sulla spalla e fa un salto.

[…]

Questo è un caso limite, di solito i sotto-capitoli non sono così corti, ma mi piaceva come esempio. E come tecnica non è affatto male.

E poi, trovo che i capitoli (o sotto-capitoli che siano) corti rendano la lettura molto più appassionante e scorrevole. Vogliamo mettere il peso di un capitolo di una cinquantina di pagine? Io ci metto secoli a leggere libri del genere, perchè mi dico sempre: “Mmm, il prossimo capitolo è troppo lungo, non posso iniziarlo ora… Vabbè, sarà per la prossima volta…”. A voi non succede mai?

Comunque, per ritornare in carreggiata, due parole sui protagonisti.

Janie è piuttosto forte; è una ragazza da sempre costretta a convivere non solo con il suo potere, che è un vero e proprio handicap sociale, ma anche con una situazione familiare proprio brutta: non conosce il padre, e la madre è una donna anaffettiva ed alcolizzata. Neanche a livello economico può stare tranquilla, ed è costretta a lavorare come una pazza in una casa di riposo, cercando di fare più turni possibile e sopportando sogni ed incubi degli anziani ospiti, per poter coltivare la speranza di andare all’Università, cosa che, comunque, vede un po’ come un sogno irrealizzabile. Janie, infatti, è estremamente consapevole del fatto che non potrà mai condurre una vita normale: il suo “dono” fa sì che l’idea di avere una compagna di stanza, o di innamorarsi, sia nulla meno che un’utopia.

Ma poi, succede: Janie si innamora. E, sì: lui è quello che sognava di baciarla. Si chiama Cabel, ed è un ragazzo piuttosto misterioso, con un passato veramente oscuro (ed è il mio ragazzo ideale, perciò giù le mani!).

Ma non dico altro, così vi faccio venire voglia di leggerlo (e poi, diciamocelo, tra un po’ il mio intervento è più lungo del libro stesso! XD )

Leviathan – Scott Westerfeld

Aug
14

L’avevo detto che avrei riparlato di lui. Ok, magari non avevo detto che l’avrei fatto così presto, ma tant’è…  Io sono fatta così, che ci vogliamo fare?

In ogni caso, l’ho finito tipo 3/4 ore fa, e l’ho letto molto lentamente, perchè non volevo che finisse. Sul serio, un libro grandioso, di quelli che ti tengono col fiato sospeso dall’inizio alla fine… Ok, procediamo con la trama (tradotta da me e presa direttamente dal retro del libro, che ho comprato in inglese, per vari motivi.)…

I Cingolanti, che ripongono la loro fede nelle macchine, si stanno preparando a combattere contro i Darwinisti, che hanno iniziato a trasformare creature viventi in strumenti. Il principe Aleksandar, il mancato erede del trono Austro-Ungarico, discende da una famiglia di Cingolanti, e viaggia attraverso il Paese a bordo di un Walker (Camminatore nell’edizione italiana), una sorta di carro armato estremamente fortificato su gambe (un mecha, per intendeci). Deryn Sharp, una ragazza travestita da ragazzo, lavora per l’Impero Britannico, parte dell’equipaggio di un dirigibile costituito da creature viventi – la massima macchina volante. Ora, mentre Alek fugge dal suo stesso popolo, e Deryn atterra in territorio nemico, le loro vite stanno per scontrarsi…

Da qualche parte, leggendo delle recensioni, ho letto che può essere considerato un nuovo Harry Potter. La cosa mi ha stupita, perchè io stessa, appena l’ho finito, ho pensato: “Cacchio, questo è anche meglio di Harry Potter!”. Insomma, rendo l’idea? Leviathan è un libro appassionante, divertente, assolutamente geniale (anche meglio di Brutti. Meglio di qualsiasi cosa Westerfeld abbia mai scritto. Poi, non so, magari tra i pochi suoi libri che ancora non ho letto c’è qualcosa di meglio, ma ne dubito seriamente)

Tanto per cominciare, mi sono totalmente innamorata dello Steampunk (per chi non lo conoscesse, da Wikipedia: Lo steampunk è un filone della narrativa fantastica-fantascientifica che introduce una tecnologia anacronistica all’interno di un’ambientazione storica, spesso l’Ottocento e in particolare la Londra vittoriana dei libri di Conan Doyle e H. G. Wells. Le storie steampunk descrivono un mondo anacronistico – a volte una vera e propria ucronia – in cui armi e strumentazioni vengono azionate dalla forza motrice del vapore (steam in inglese) anziché dall’energia elettrica; dove i computer sono completamente analogici, o enormi apparati magnetici sono in grado di modificare l’orbita lunare. Un modo per descrivere l’atmosfera steampunk è riassunto nello slogan “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima”. Insomma, avete presente film come La leggenda degli uomini straordinari, Wild Wild West, e cartoni come Atlantis? Ecco, quello. Lo adoro, mi fa impazzire!) e poi, da brava secchiona, mi piace anche la storia. E in Leviathan viene raccontata una storia alternativa (vedi: l’Ucronia nominata nell’estratto da Wikipedia): avete presente quando ho detto che Aleksandar è il mancato erede al trono Austro-Ungarico? Ecco, perchè lui è il figlio di Francesco Ferdinando, quell’arciduca ucciso a Sarajevo nel 1914, evento che accese la miccia della Prima Guerra Mondiale (Eh no? Anche lezioni di storia! Chissà perchè nessuno se lo fila il mio blog…) Comunque, Westerfeld si è preso alcune licenze poetiche: i genitori di Alek non sono uccisi da uno studente serbo, ma sono avvelenati per ordine dei Tedeschi, che volevano a tutti i costi una guerra, e sapevano che l’uccisione di un “pacifista”, per così dire, avrebbe potuto portarli a raggiungere il proprio scopo. Ovviamente, neanche Alek è mai esistito (anche se in effetti è vero che i tre figli dell’arciduca non avrebbero potuto ereditare niente, dal momento che Sophie, la moglie di Francesco Ferdinando, non era nobile. Che merda, eh?)

Dunque, passiamo ai personaggi. Io li venero, specie Deryn/Dylan. Sarà che da piccola ero fissata con Mulan… Insomma, riflettendoci, la loro storia è simile: Deryn Sharp, una ragazza scozzese di quindici anni, vuole entrare a far parte dell’esercito (anzi, per meglio dire, dell’aviazione), ed è insofferente nei confronti di quello che dovrebbe essere il suo ruolo nella società.

Sua madre e le sue zie la stavano aspettando là (in Scozia), certe che questo folle schema non avrebbe funzionato, e pronte a ficcare di nuovo Deryn dentro a gonne e corsetti. Niente più sogni di volo, niente più studio, niente più imprecazioni!

(Traduzione fatta da me) Insomma, Deryn ha tutta la mia simpatia, in quanto femminista ed imprecatrice. In più, è veramente una con le palle. Sul serio, una grande. Ed è anche incredibilmente divertente (e ha un linguaggio molto particolare. A proposito, un dubbio che mi affligge: se tra di voi c’è qualcuno che per caso ha letto Leviathan in italiano, mi potete dire come hanno tradotto la sua tipica espressione “Barking spiders!” perchè, sul serio, non riesco a spiegarmelo!)

Poi, ovviamente, c’è Alek. Anche lui è forte, anche se all’inizio è un po’… come dire…? Un pochino un coglione arrogante. Cioè, più che altro infantile. Ma poi diventa grandioso. Sì, lo ammetto, mi sono presa un po’ una cotta per lui. E allora? Cosa volete farci? Rinchiudetemi! Tanto non sono l’unica… e sì, sto parlando di Deryn. Non è neanche spoiler, perchè, dai, era ovvio! Ma, surprise surprise, lo loro storia è tutt’altro che ovvia. Perchè? Beh, provate un po’ ad immaginarlo: tu sei una ragazza, costretta a travestirsi da ragazzo, che si innamora di un ragazzo che, come se non bastasse, fa anche parte della fazione nemica. Se non è un casino questo… Ma tutti, e dico tutti, vogliono una storia tra loro due (dai, provate a cercare su Google immagini Deryn Alek!) Ed è per questo che potrei impazzire: il pensiero di dover aspettare anche un solo giorno prima di leggere Behemoth, secondo capitolo della saga, mi snerva (e invece dovrò rassegnarmi e darmi una calmata durante i minimo dodici giorni che mi ci vorranno prima che il libro mi arrivi a casa…) Se poi penso che dovrò aspettare mesi per Goliath… no, non ci voglio pensare.

Ma vi posso giurare che non mi interessa solo la loro potenziale storia d’amore (anche se deve, DEVE esserci!): il libro è seriamente appassionate, crea dipendenza. Avete presenti quelli tipo: “Ok, finisco questo capitolo, e poi per oggi basta!” *Fine del capitolo* “Oh! E adesso! No, non posso fermarmi… Devo sapere…”. Ecco, Leviathan è uno di quelli.

Poi, che altro? Insomma, ci sarebbero mille cose da dire…

Beh, l’ottima storia e l’ottima scrittura sono condite dagli ottimi disegni di Keith         Thompson (cavolo, erano secoli che non leggevo un libro illustrato!) Ecco due dei miei disegni preferiti…

Ma, indovinate! C’è anche dell’altro: infatti esiste un trailer a dire poco favoloso di questo libro, eccolo qua!

Book trailer \”Leviathan\”

The question is: Do you oil your war machines? Or do you feed them?

Brutti – Scott Westerfeld

Aug
13

Sì, avevo detto che avrei parlato di tutt’altro nel mio “prossimo intervento”. Ma, pensate un po’, ancora una volta non ho intenzione di rispettare i miei piani. Perciò finisco per la terza volta col parlare di libri. Un po’ come dal vivo: non sono una che parla molto, ma se mi permettete di entrare nell’argomento lettura…

Perciò, avevo in mente di parlare di questo libro stupendo, Brutti, del mio amato Scott Westerfeld (mio scrittore preferito, autore di libri come Vampirus e Apocalipse Vampirus, i Diari della Mezzanotte, So Yesterday e Leviathan. Magari parlerò di alcuni di questi prossimamente…).

Tanto per cominciare, in realtà Brutti non è un libro a sè stante, ma il primo di una trilogia (il secondo si chiama Perfetti, il terzo, ancora inedito in Italia, si chiama Speciali. Ma ritorneremo sul problema più avanti, visto che ne vale la pena)

Ecco a voi la trama:

Tally è una ragazza normale. Ma essere normali, nel suo mondo, equivale a essere brutti. Brutti solo fino a sedici anni, fino a quando non si è sottoposti per legge a un’operazione di chirurgia estetica che rende bellissimi e uguali a tutti gli altri “perfetti”. Ecco perché Tally non vede l’ora di compiere sedici anni. Ma poco prima del giorno fatidico incontra Shay, che le fa scoprire il brivido dell’imprevisto e il fascino dell’imperfezione e la mette al corrente di un’inquietante versione dei fatti. Tally adesso non vede l’ora di conoscere la verità. E sarà più difficile e pericoloso di un’operazione…

Tanto per cominciare, è un libro molto intelligente. Westerfeld è uno scrittore molto intelligente. Poi, vabbè, io amo le utopie/distopie, quindi non potevo non apprezzare.

E, ultimo, ma non meno importante, io trovo che la perfezione sia altamente sopravvalutata. Insomma, dai, che noia! Pensate se fossimo tutti uguali. Ok, ugualmente belli, però… Nel libro la situazione è questa: tutti perfetti, ma tutti nella norma. La stravaganza è, sostanzialmente, vietata. Non si esce fuori dagli schemi. Un canone piuttosto piatto, insomma.

Però è un prezzo che tutti (o quasi…) sono disposti a pagare. Anche perchè anche il mondo è diventato più bello. Niente inquinamento, niente fame, nessuna preoccupazione.

Non per i Brutti, ovvio. Ai Brutti viene ripetuto continuamente quanto sono sbagliati. Viene insegnato loro in Biologia, e nella vita reale, anche con sistemi un po’ da bulli, per così dire, attraverso soprannomi non proprio simpatici, e cose del genere. Viene insegnato loro a disprezzarsi, a desiserare con tutto il proprio essere l’Operazione. Non sottoporsi ad essa è illegale, non volerla subire è infantile. Ma, in fondo, chi non vorrebbe diventare Perfetto? Trasferirsi sull’Isola, vivere in dormitori con nomi come Casa Garbo, Casa Valentino, divertirsi in quella che è una festa non-stop.

C’era un certo tipo di bellezza, di perfezione, cui tutti erano sensibili. Occhi grandi e labbra piene; pelle liscia e luminosa; lineamenti simmetrici; e mille altri piccoli indizi. Da qualche parte in fondo alla mente, tutti continuavano a cercare quelle caratteristiche. Nessuno poteva fare a meno di vederle, qualunque fosse il tipo di educazione ricevuta. Era tutto frutto di un milione di anni di evoluzione.
Labbra e occhi dicevano: Sono giovane  e vulnerabile. Non posso farti del male, e tu vuoi proteggermi. E il resto diceva: Sono sano, non ti farò ammalare. E comunque la pensassi riguardo ai perfetti, una parte di te reagiva dicendo:
Se avessimo figli, anche loro sarebbero sani. Voglio questa persona perfetta…
Biologia, la chiamavano a scuola. Quando vedevi una faccia così, non potevi fare a meno di reagire in un certo modo… non più di quanto potevi impedire al tuo cuore di battere.

Ma è davvero tutto così perfetto? La risposta, ovviamente, è no, ma non aggiungo altro per non cadere in spoiler.

Un’altra cosa che amo di Westerfeld? Il linguaggio che usa. Lo trovo divertente e innovativo. Usa parole veramente strane, e ogni tanto per capire bene i dialoghi ci vuole anche un po’ di fantasia (Io al momento sto leggendo Leviathan in inglese, e ci sono certe espressioni che… cioè, sono fantastiche, mi fanno morire dal ridere, ma non ho idea di come abbiano fatto a tradurle in italiano…)

Ma verso l’inizio parlavo del resto della serie, e ho detto che c’è qualcosa di interessante da dire. Be’, eccovi serviti: è una bella porcata fatta dalla Mondadori, casa editrice che si è occupata della serie. Ma cosa hanno fatto, insomma? Mi spiego: ho già detto che per ora hanno pubblicato solo i primi due libri (i primi due senza troppo ritardo, considerando che sono stati pubblicati entrambi nel 2005, e da noi sono arrivati, rispettivamente, nel 2006 e nel 2007), ma non si sono preoccupati del terzo, pubblicato nel 2006. Questo fino ad ora. Infatti, Speciali verrà pubblicato, presumibilmente, nei prossimi mesi. Già, che bellezza. Ma c’è una fregatura: sarà pubblicato in un volume unico insieme a Brutti e Perfetti. Ok, ottimo per chi non ne ha mai neanche sentito parlare, ma per noi sfigati che abbiamo già comprato i primi due? Ve lo dico io: una bella inculata! Anche perchè sono libri da 13€ l’uno, e la trilogia completa dovrebbe costare 22€. Un totale di 48€ per cinque libri che in realtà sono tre. Ah, cosa non si fa pur di guadagnare, eh?

E credo di sapere cosa può averli convinti a pubblicare anche Speciali… Potete immaginarlo? Dai, non ci vuole un grande sforzo di fantasia: uscirà il film. Già, proprio così; il film di un libro praticamente impossibile da rendere con un film (Secondo le stesse parole di Westerfeld:

The same problem obtains with Uglies. In text, I can make you and your friend both think pretty Zane is wicked hot, even though you both have totally different tastes in lanky emo dudes. The power of the word!

On the other hand, when the movie is made, if you think the main actors cast as pretties are totally not pretty, or were way hotter back when they were “ugly,” it sort of messes up the reality of the story. (This is why I’m working with a facial visual effects company as a financial backer, so they will have a real-world motivation to get that stuff as right as possible, and we can do computery tricks with people faces.)

(Citazione presa dal suo fantastico blog: westerblog) Se volete saperlo, c’è anche di peggio: stando a Wikipedia, il produttore è lo stesso di Eragon… E penso sia difficile dimenticare lo schifo fatto con quel film… Se ancora pensate che varrà la pena di vederlo, dovrebbe uscire a novembre 2012… Speriamo che nel frattempo ci ripensino, come è successo con Cercando Alaska.

Ok, e con questo vi lascio.

Città di Carta – John Green

Apr
9

Beh, non è che mi sia scordata di avere un blog. Lo giuro. Il fatto è che ho così tante cose da fare! Insomma, sono nell’anno della maturità (Ouch!), e come se non bastasse sono al Liceo classico (doppio Ouch!). E ho tanta, tanta voglia di leggere, più che di scrivere. Senza contare che è deprimente scrivere in un blog che nessuno si fila di striscio. Di regola non me ne fregherebbe niente, però ho anch’io dei limiti.

Allora, oggi pomeriggio stavo pensando: Beh, cavolo, forse dovrei proprio scriverci qualcosa ogni tanto su quel cavolo di blog, no? Così mi è venuto in mente di parlare, tanto per cambiare, di un libro (ho interessi molto variegati, visto?)

Il libro è, come forse è possibile intuire dal titolo dell’intervento (ok, questo è sarcasmo. Giusto nel caso in cui ve lo steste chiedendo. (A proposito, ma quanto suona male la parola Steste? Ci ho fatto caso solo ora)) è Città di Carta, di John Green. L’ho letto, no, diciamo divorato, la settimana scorsa.

È quel tipo di libro che leggi velocemente, perchè vuoi disperatamente sapere cosa accadrà. Il problema è che, quando arrivi alla fine, vorresti essertela presa un po’ più con calma, perchè è talmente bello che dovrebbe durare per sempre.

Ecco la trama:

Quentin Jacobsen è sempre stato innamorato di Margo Roth Spiegelman, fin da quando, da bambini, hanno condiviso un’inquietante scoperta. Con il passare degli anni il loro legame speciale sembrava essersi spezzato, ma alla vigilia del diploma Margo appare all’improvviso alla finestra di Quentin e lo trascina in piena notte in un’avventura indimenticabile. Forse le cose possono cambiare, forse tra di loro tutto ricomincerà. E invece no. La mattina dopo Margo scompare misteriosamente. Tutti credono che si tratti di un altro dei suoi colpi di testa, di uno dei suoi viaggi on the road che l’hanno resa leggendaria a scuola. Ma questa volta è diverso. Questa fuga da Orlando, la sua città di carta, dopo che tutti i fili dentro di lei si sono spezzati, potrebbe essere l’ultima.

C’è una cosa da dire, ed è qualcosa che pare evidente già dalla trama: Margo, per certi versi, assomiglia molto ad Alaska. Sono entrambe imprevedibili, misteriose, un po’ folli, con quel tantino di autodistruttività. E Quentin può ricordare Ciccio, così innamorato, e con quella tendenza a lasciare tutto il resto in secondo piano. Ma di sicuro non si può parlare di due libri “fotocopia”, su questo non c’è il minimo dubbio.

Forse è più come hai detto prima, che dentro di noi si sono aperte delle crepe. Ognuno all’inizio è una nave inaffondabile. Poi ci succedono alcune cose: persone che ci lasciano, che non ci amano, che non capiscono o che noi non capiamo, e ci perdiamo, sbagliamo, ci facciamo male, gli uni con gli altri. E lo scafo comincia a creparsi. E quando si rompe non c’è niente da fare, la fine è inevitabile. Però c’è un sacco di tempo tra quando le crepe cominciano a formarsi e quando andiamo a pezzi. Ed è solo in quel momento che possiamo vederci, perchè vediamo fuori di noi dalle nostre fessure e dentro gli altri attraverso le loro.

Personalmente, devo dire che il mio libro preferito rimane Cercando Alaska. Ho un legame particolare con quel romanzo, tanto che 11 ore fa l’ho prestato ad una mia amica, e già mi manca tantissimo. Ma Città di Carta si piazza appena sotto in classifica. John Green si è dimostrato ancora un genio.  Ci sono delle… come dire?, speculazioni, che hanno del filosofico, e che normalmente mi darebbero un fastidio micidiale, perchè messe in bocca a ragazzi di 18 anni suonano parecchio poco realistiche, ma lui riesce a farle sembrare giuste, mi spiego?

In ogni caso, libro consigliatissimo! Appassionante, divertente, malinconico e ben scritto.